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Il quarto numero
INCIQUID 4
2004


Questo quarto numero di INCIQUID va a 1004 iscritti ! È incredibile avere così tanti lettori della nostra web-zine a meno di un anno dal suo inizio. Siamo felici perché speriamo che questo significhi non solo interesse verso i nostri autori e le loro storie, ma anche nei confronti del nostro progetto da un punto di vista generale, copyleft e diffusione orizzontale del sapere in testa.

In questi mesi estivi abbiamo lavorato sodo: dei circa 700 manoscritti arrivati da maggio ne abbiamo letti quasi la metà, del resto ormai siamo diventati 62, altro che 15!

La seconda buona notizia è che anche “Paperopoli”, il romanzo di Gianbattista Schieppati che abbiamo presentato nella scorsa sezione di INCIPIT, ha trovato un editore! Siamo felicissimi (oltre che molto fortunati ) pure perché questo romanzo ci permette di fare un discorso interessante sul copyright. Pensate che il romanzo, quando sarà pubblicato, non potrà chiamarsi Paperopoli: la Disney chiede i diritti d'autore per questo nome , e li chiede anche per i nomi di Paperino, Paperoga, Nonna Papera e tutti i pennuti usciti dalla mano del vecchio Walt… non stiamo parlando dell' immagine del papero, ma addirittura del suo nome ! Ecco, questo è la loro idea di possesso della fantasia, dei riferimenti culturali della nostra infanzia.
Quando leggerete questo romanzo capirete quanto sgomento ha creato la notizia nel suo autore, e nell'editore (e in noi!): senza il riferimento culturale al mondo Disney si perde metà del potere evocativo della storia. Allora ci siamo spremuti le meningi e mumble mumble (si potrà scrivere o anche questo è sotto copyright? ) e abbiamo pensato di creare una nuova immagine del Papero (che avrà un altro nome), qualcosa che faccia capire di chi stiamo parlando, il tu-sai-chi visuale della storia. E qui entrate in gioco voi: siete bravi a disegnare fumetti ? Volete provare a immaginare un Paperino simile a Paperino ma per carità non uguale a lui? Nonna Papera? Insomma, questo è un bando di concorso: si vince poco (un obolo, probabilmente), ma se volete provare a disegnare un Papero potete chiederci qualche informazione in più sul contenuto del romanzo e poi mandarci un'illustrazione contattandoci in redazione.
Con un'avvertenza: il romanzo sarà copyleft, e chiunque potrà usare il vostro Papero liberamente, fosse anche per fargli girare un pornazzo a cartoni animati…

Del resto, quello che pensate su questa e su qualsiasi altra cosa potete finalmente dircelo in diretta sui nostri 3 nuovi forum pubblici (che trovate qui), attivi da pochi giorni. Il primo si chiama Pinzallacchere, che la dice già abbastanza lunga sul contenuto, il secondo è dedicato a INCIQUID, e qui potrete parlare dei manoscritti, dialogando anche con gli autori che vorranno collegarsi in rete, e infine “Galassia 15” dove chiaccheremo delle nostre iniziative, dagli studi sul copyleft alle nostre serate di readings e presentazioni.
Infatti ci siamo un po' lanciati e tra settembre e ottobre, come avete forse visto, abbiamo organizzato 4 readings musicali e presentazioni, finora solo a Roma, ma per il 20 novembre sbarchiamo a Pisa e Pontedera con “Tre uomini paradossali” (i particolari presto sulle news del sito). Entro la fine dell'anno organizzeremo anche una serata a Milano e a Bologna, e più avanti Napoli e Palermo. Vi terremo aggiornati sul sito! Se qualcuno di voi ha suggerimenti o proposte batta un colpo.

Ma veniamo a noi: numero speciale perché è con grande emozione che vi lanciamo in anteprima un capitolo del nuovo romanzo solista di Wu Ming 1: New thing , che esce in libreria domani. È un libro splendido, emozionante, avvolgente. C'è di tutto dentro….ne potete leggere una bella recensione sul sito blackmailmag. Il capitolo che vi proponiamo è stato scelto da WM1 appositamente per INCIQUID, ed è forse uno dei più deliranti

Nella sezione racconti altre quattro belle storie. Cominciamo con Ghiacci un racconto denso di spunti riflessione, introspettivo e avvolgente. Poi Il dilemma di Damocle, un racconto ossessivo e ben ritmato sull'incomunicabilità di coppia. La Morte nelle Radici descrive con una prosa efficace e inventiva un noir della porta accanto. Per finire “300000” una storia attuale e allucinata giocata sul filo dell'assurdo, scritta egregiamente.

Il romanzo che vi facciamo assaggiare questa volta per INCIPIT si chiama Ferita di guerra: è una storia dura, raccontata a brutto muso. Il sopruso, l'abuso, la rabbia, la testa che si rialza. È una storia operaia, a pennellate dense, senza sconti di pena. Difficile mollarla, difficile non torturarsi almeno un'unghia prima della fine.

Iniziamo con questo numero un nuovo romanzo a puntate Cinque : Per raccontarci la follia di un uomo l'autore ci accompagna sul terreno scivoloso tra razionale e irrazionale, facendoci perdere nell' ipnotico intorpidimento che avvolge il protagonista.

Chiudiamo con una cosa nuova e inedita, forse un'eccezione: una poesia, Fazzoletto, dalla raccolta “Voglio morire con la pancia vuota”. Dato che ce ne sono arrivate alcune, dopo un iniziale rifiuto abbiamo deciso di provare a metterle in condivisione per i quindicini eventualmente interessati, e in effetti qualcosa si è mosso… continuiamo a preferire racconti e romanzi, ma visto che questa che pubblichiamo era proprio bella, abbiamo deciso di metterla sulla web-zine. Potrebbe non ripertersi mai più oppure chissà! Ora però non sommergeteci di poesie, ok?


I RACCONTI


"Quelli di noi che presumono di scrivere libri si dividono in due categorie:
gli stanziali e gli itineranti. Ci sono scrittori che funzionano solo "a domicilio",
con la seggiola giusta, gli
scaffali di dizionari ed enciclopedie, e oggi magari un computer.
E ci sono quelli, come me, che sono paralizzati dal domicilio, quelli per i quali domicilio
fa tutt'uno col proverbiale
blocco dello scrittore, e che sono candidamente persuasi
che tutto andrebbe bene se solo fossero in qualche altro posto."

(Bruce Chatwin, Anatomia dell'irrequietezza)


E all'improvviso può anche accadere di ritrovarsi a riflettere contro uno sfondo di terre schiaffeggiate dal vento, tra luci forti e cieli bassi. Magari durante l'estate australe, con poche gocce di luce che rischiarano le giostre deserte, orlate di lampadine spente e banderuole lacere, su una spiaggia di sabbia livida alla fine del mondo.
Il pomeriggio era scivolato via nella pampa, e c'erano stati gauchos a cavallo seguiti da orde di cani, con agnelli scuoiati agganciati alla sella. Pensavo a com'era diversa la vita appesa a quegli orizzonti, con il giorno che d'inverno stentava a morire e la luce che inondava la steppa fino a notte inoltrata. Ma a Torres del Paine avevo visto ghiacciai azzurrini sgretolarsi sciacquando nel lago, guanacos biondi come vigogne e una volpe addomesticata che obbediva al richiamo ( "Addomesticami, disse la volpe..." ). Anche l'Isla Magdalena era stata un'emozione, con quei pulcini di cormorano che lanciavano pigolii acuminati, e le madri impazzite a gettarsi in picchiata dal cielo, in difesa dei nidi di sabbia spazzati dal vento gelato del Sud...

[...]


Frammento di un diario di viaggio dentro e fuori di se. Un racconto che parla per immagini, sensazioni, lancia spunti, idee, riflessioni, parla di tanto, e di cose diverse, e sebbene sia più simile ad una pagina di diario che a un racconto vero e proprio, non rischia di essere eccessivamente intimista nè rivolto solo al io scrivente. Il tutto condito da Uno stile avvincente; un linguaggio essenziale, pulito, mai ridondante o eccessivo. Che arriva dove deve arrivare; che smuove sensazioni e pensieri (e attorciglia budella anche un pó).


Sono nato sotto il cielo del toro, alle mie narici si applica facilmente un anello di trascinamento.
[Erri De Luca, Tre cavalli]


Nulla è più inquietante dei dilemmi senza soluzione, e nessun dilemma è più inquietante del dilemma di Damocle, pensava Paolo a quell'epoca, poiché il dilemma di Damocle è, tra i dilemmi angosciosi dell'antichità – il nodo di Gordio, l'enigma della Sfinge, e via discorrendo -, il più tremendo di tutti, essendo privo di soluzione. Aveva appena tenuto una conferenza sull'argomento I dilemmi del mondo antico , argomento invero interessante, o almeno così sembrava a lui: e gli era sembrato, pure, che gli studenti della Terza Università di Roma – dov'egli aveva tenuto la conferenza – dimostrassero interesse, o perfino passione (se è lecito servirsi di una parola così imbarazzante, ed enorme) per l'argomento trattato. La tesi di Paolo, docente di Semiotica e studioso dei sistemi di pensiero dei popoli antichi, era ch'essi i popoli antichi, cioè si servissero del concetto di dilemma (ampiamente presente nelle mitologie egizia, greca, mesopotamica, eccetera) a titolo di metafora, onde rappresentare quei problemi che la loro limitata scienza non era in grado di spiegare. Il dilemma del nodo di Gordio, tanto per fare un esempio, si riferiva a quei problemi che sono irrisolvibili in base alle logiche convenzionali, ma che diventano risolvibili se si sceglie di affrontarli da un'angolazione insolita. Dilemma non così tremendo, dunque, quello del nodo di Gordio. Il dilemma di Damocle, invece, era il più tremendo di tutti: dacché rappresentava una minaccia costante, rischiosissima, e – quel che è peggio – impossibile da evitare. Il dilemma di Damocle, amava spiegare Paolo ai suoi allievi, è la metafora di quelle situazioni in cui il destino (che lo chiamiate Dio, Fato, Necessità Storica, non importa) ha già emesso su di noi una sentenza tremenda, inappellabile. E la figurazione di questa sentenza come appesa ad un capello di donna vale a renderla ben più terribile di una sentenza di ghigliottinamento, dacché la sentenza è sospesa sulla nostra testa e non sappiamo quando verrà eseguita. E, quel che è peggio, l'esecuzione della sentenza è nelle mani di un destino imperscrutabile. Prima o poi la spada cadrà, uccidendoci, fracassandoci il cranio, diceva Paolo: ma noi non sappiamo quando, e questo quando è in effetti nelle mani del caso. Ognuno di noi, diceva ancora Paolo, può trovarsi di fronte al suo privato dilemma di Damocle. E' il caso, spiegava poi, del sieropositivo che sa che il virus potrebbe attivarsi in qualsiasi momento, e che prima o poi, anzi, il virus si attiverà per forza di cose: ma non sa quando.

[...]


Racconto sulla incomunicabilità sul quotidiano che uccide l'amore. Un racconto ossessivo, ridondante come il dilemma che attanaglia il protagonista incapace di comprendere cos'è che non funziona più nel rapporto con sua moglie. Paolo si dibatte tra il ricordo dell'amore come era un tempo ed il malessere del quotidiano, un malessere che non riesce a decifrare, ma anzi subisce e che attenua solo con lunghe, estenuanti docce bollenti. Non si dà pace Paolo, perchè le conversazioni con Miriam sono sempre più rade e banali; forse, semplicemente, non riesce ad accettare l'idea che il loro amore si sia spento.
Di sicuro non sa affrontare la questione; anche se non vuole perdere la mogli non ha il coraggio di lottare per "eliminare la spada attaccata al capello di donna". Alla fine si arrende e decide di vivere con la sua pena.... anche se ha capito la causa del suo dolore.


Nelle radici di questa casa c'è la morte.
Il piccolo idraulico strabico viveva con due piccoli cani bastardi uno cieco nello stanzino buio del seminterrato e c'ha diviso tutto l'ozio la solitudine la libidine. Davanti alla sua porta l'odore acre di escrementi e piaghe bivacca che non si sa se sono quelle dei suoi cani o le sue che non ha pulito prima che lo portassero via. Qualcuno viene a portare del cibo e acqua neanche tutti i giorni e la Asl ha detto che non gli interessa e usciranno tutti morti quando qualcuno sarà autorizzato a buttar giù la porta. Nel sottoscala la viceportiera quella piuma di donna con gli occhi fuori dalle orbite e il labbro pendulo come le sue parole che invocano attenzione da chiunque passi davanti alla sua porta compra solo omogeneizzati e biscotti per neonati perché non riesce più a digerire neanche la vita.
Li hanno portati via l'uno dopo l'altra a distanza di poco in un'agonia trascinata per il mercato e la piazza qui sotto fino ai giardinetti e ha attraversato il ponte per un tempo che non è fatto di giorni entrambi cartoline di fantomatici ci vediamo presto baci che non possono prendere certo il treno neanche ora che di carne da odiare ne rimane ben poca.
Io sono qui ma io sto ai piani alti io. La morte mi tocca i piedi le piacerebbe incollarmi a terra e tirarmi giù e io dalla colonna delle acque nere le grido “vattene via lasciami” e sulla punta della penna le parole traballano inganno il sudore che mi sale su per la schiena così scrivo poi riscende come una scossa e mi metto paura che pure io devo andare insieme con le ombre che aspettano sul muro quelle due anime che già ritornano perché a quei buchi c’è il rischio di scivolare ma com’è che già non ricordo le loro facce e che qualcuno lo odiavo e qualcuno no?
Lui è tornato coricato solo nel buio dello stanzino con quella puzza che non gli si lava più di dosso e ha durato otto giorni tra le coperte sudicie e l’illusione del telefonino che gli ha dato la cicciona se c’hai bisogno puoi usarlo e tutte le mattine gli porta il caffellatte per far finta che è una vita normale questa sua che si sfilaccia e infatti stamattina non rispondeva e l’odore aveva ripreso a salire le scale. L'hanno portato via e anche il telefonino.

[...]


Breve, intenso, disarmante. una fucilata. Sembra che il racconto fluisca direttamente dalla mente dell'autrice. Arriva con efficacia l'idea di una personalità paranoico ossessiva che trasforma il fatto (due persone che si ammalano) in presagi di morte. Un incubo degno di EA Poe.


"Ho una pistola nel giardino,
e tante teste nel mirino…"

(Cani Sciolti in concert - Bella Blu d'Ivrea 1987)

Non era un bel periodo. Pioveva e faceva freddo. Uscii di casa, sbuffai, l'alito si condensò sulla punta del mio naso. Detti un'occhiata alla posta. C'era qualcosa. Una busta bianca, nuova, senza affrancatura, destinatario, mittente.
Me la girai tra le mani. Pareva giunta dal nulla. Stavo per aprirla, quando incrociai il postino e gli domandai se me l'aveva recapitata lui.
Quando?
Poco fa. Ieri non c'era.
Mi guardò con aria annoiata, come se quel mattino mille persone gli avessero posto la stessa domanda.
E' impossibile rispose.
Imbucò una bolletta della Telecom in una cassetta e poi fece per andarsene.
“Scusi?”
“Eh…”
“La busta.”
Gliela mostrai. La prese. La studiò con un occhio socchiuso, su e giù, avanti e dietro, quindi me la restituì.
“E' un bel problema” sbadigliò. “Escluso il sottoscritto, può averla messa chiunque.”
“Manca il francobollo” osservai.
“Manca tutto” puntualizzò lui.
“Quindi una buca vale l'altra.”
“Pare proprio di sì.”
Il postino, un uomo tozzo, dalle mani grandi e il pizzetto incolto, si passò la lingua sui denti e indicò la mia cassetta.
“Se fossi stato io, l'avrei imbucata altrove…”
La mia non era una granché. Appesa a un chiodo, vecchia e scassata, in mezzo alle altre faceva una pessima figura.
Il postino aveva anche una faccia piena di smorfie e lasciami stare, una di quelle che stanno sul collo di chi ha il vizio di girare il coltello nella ferita.
"Mi chiedevo…" abbozzò un attimo dopo, guardandosi intorno con una certa circospezione. "Mi chiedevo cos'era la paccottiglia bianca sparsa dappertutto…"
"Acqua e farina" risposi.
Lui sollevò il capo verso casa mia, una vecchia abitazione di campagna a ringhiera posta nelle immediate della stazione ferroviaria, a pochi minuti a piedi dal centro d'Ivrea.
"Adesso ho capito" ammise, con ampi cenni del capo.

[...]


"300.000 sotto casa": uomini e topi insidiati da trappole visibili e invisibili formano il principio costruttivo di un lungo racconto visionario che via via si dipana in nuovi e sorprendenti intrecci e che non diventa mai ossessivo in virtù della cruda ilarità e dello stile narrativo di Marco Biazzetti. Stile che rispecchia una concezione letteraria basata su un'attenta esclusione di sentimenti e giudizi a tutto vantaggio dell'immediatezza, della simultaneità, dell'esperienza individuale che solo in apparenza non vuole affondare nel guazzabuglio della Storia. I lettori, come mosche estive trascinate dal risucchio dei treni in corsa, devono seguire la violenza di quel risucchio fino alla fine, fino al momento in cui si domanderanno se la dimensione allucinata della città e degli uomini è o meno una metafora. Buona lettura.

LA POESIA



FAZZOLETTO

Ti mando i saluti del mio ultimo pranzo.
Sono portati nel fazzoletto degli avanzi
che spiego e stendo quando mi schifo.

Volevo condividere i miei quattro scarti,

questi resti di cibo che s'incollano al vuoto.


[...]


La forza della poesia è nelle parole e quelle di Paola de Benedictis sono come quel sapore metallico che a volte le posate hanno, un sapore disgustoso che scuote. Parole che colpiscono ed emozionano e non lasciano indifferenti.
Le poesie della raccolta Voglio Morire con La Pancia Vuota, sono belle, sanguigne, fatte di sangue, sperma, briciole e vomito, non sono le solite e sono moderne, contemporanee, poco poetiche, ironiche, taglienti, minacciose, da paura e da suicidio.

I ROMANZI


VENERDÍ


non riesco a infilare la chiave nella serratura della portiera mi trema la mano non riesco a infilarla e sto per urlare sto per urlare mi trema la mano mi volto indietro Sandro non mi ha seguita finalmente apro la portiera e salgo in macchina mi chiudo dentro e parto verso l'uscita la sbarra è alzata e il custode mi guarda come se non mi avesse riconosciuta sono io sono Lisa sono l'operaia Lisa Accorsi lo vedo che sta per chiedermi qualcosa e io scappo su via dell'Industria ma poi accosto mi fermo scendo e vomito sul ciglio della strada le altre auto e i camion sfrecciano a poca distanza da me
e sto per urlare
la chiave non si infila nella serratura e mi sembra che una mano da dietro stia per afferrarmi il collo e sbattermi la fronte contro la lamiera
ma Sandro non mi ha seguita
sono alla Rubino
sono a Carpi
brutta schifosa Carpi mentre guido tornando a casa dopo mai così brutta come quella sera
sono alla Rubino dentro fuori tutto quello che devi sapere
esco stanza l'armadietto lasciato aperto corridoio portone esco e sono ancora viva sei ancora viva, cosa vuoi di più? ringrazia ringrazia e Sandro non mi ha seguita
poi sono ancora lì stanza tavolo armadietto lasciato aperto borsa e cappotto a terra
sono ancora lì stesa sul tavolo
esco

è finita la mia vita precedente

Tutto questo perché non hai prestato attenzione ai segnali d'allarme.

Sei nella tua postazione alla Rubino, la fabbrica delle maglie e della moda. Sei nello spogliatoio riservato alle operaie. Hai il tuo armadietto, la tua gruccia, il tuo grembiule allacciato. Ti hanno indicato il tuo posto e spiegato le tue mansioni. Ti hanno detto devi fare questo e questo, non devi fare quest'altro. Sii puntuale, produttiva, accomodante. Sii parte di una grande famiglia. Hai il tuo stipendio mensile, i tuoi ottocentocinquanta euro da dividere in tanti pezzetti, ma l'affitto se ne mangia via una buona parte.
Sei nella tua città.
Ci sono le tue colleghe. Quelle simpatiche, quelle antipatiche, quelle che potresti quasi chiamare amiche. Quelle che ti volteranno le spalle quando le cose si metteranno male.
Fai avanti e indietro, dentro e fuori la fabbrica, ogni giorno. Ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera. Ore otto meno dieci minuti timbro del cartellino in entrata, ore dodici timbro del cartellino in uscita. E poi ore tredici e cinquantatré timbro in entrata, ore diciotto timbro in uscita, quando va bene. Un ritmo che, anche se non vuoi, anche se ti opponi, ti entra dentro, diventa il tuo sangue. Ogni giorno, cinque giorni su sette. Dentro e fuori la fabbrica. Due mondi che ti illudi di riuscire a tenere separati. Dentro e fuori. Nella tua città obbediente, con le sue strade tracciate, vie e corsi e tangenziali, il cammino imposto da sentieri obbligati, sensi unici, frecce che indicano quale direzione prendere per il proprio bene. Per il tuo bene.
Sai cosa devi fare per il tuo bene?
Quando entri in fabbrica dalla porta sul retro, la prima cosa che vedi è il corridoio davanti a te e, in fondo, la porta del capannone. Ti lasci alle spalle il parcheggio e il mondo fuori. Ti lasci alle spalle la tua casa, gli amici, i tuoi genitori.
Dentro la fabbrica niente musica, niente libri, niente film, ma odore di polvere e sudore acido, chiazze di rabbia taciuta che si allargano sotto le braccia. Dentro la fabbrica consegne, ordini, carrelli pieni, carichi, scarichi, l'isteria del tutto subito tutto adesso. Sandro che cammina avanti e indietro, le mani sui fianchi, la cravatta allentata, le labbra serrate. Lancia occhiate che mordono ( non vedi quanto ti odia? ), si muove nervoso, poi esce come una furia e torna nel suo ufficio. A progettare strategie che riportino l'ordine stabilito.

Tuo padre: Credi che i miei trentacinque anni di fabbrica siano stati una passeggiata?

Ti avevano dato tutte le istruzioni per uscire da lì ogni sera sana e salva.

Non hai prestato attenzione ai segnali d'allarme.
[...]


Ferita di guerra è la storia di una donna, la storia di una violenza, la storia del lungo lavoro necessario per poter sopravvivere a quella violenza.
Ci è piaciuto per molti motivi.
Prima di tutto perché (finalmente) qualcuno racconta la vita all’interno di una fabbrica, la prepotenza dei “datori di lavoro”, le diffidenze nei rapporti tra colleghi, la difficile ricerca di una dignità professionale.
Poi, perché parla di un uomo che si sente un “padrone” e come tale pretende e prende con la violenza quello che decide di volere – è una storia che racconta il potere e l’impotenza, la rabbia e le frustrazioni.
Infine, è la storia di una donna che si trova di fronte alla violenza; ne esce ferita, ma non sconfitta. E’ lei la voce narrante del romanzo e proprio attraverso le parole troverà la forza per vivere di nuovo.

IL ROMANZO A PUNTATE


I got a dick for a brain
And my brain is gonna sell my ass to you
(G. Dulli)


I

Guardo la mia figura nello specchio. Nudo. Lo sguardo è bloccato sul mio pene, o meglio su quello che ne è rimasto. Una massa di carne secca e avvizzita che ciondola tra le gambe. Le mani stentano a toccarla come se fosse purulenta, infetta. Io mi guardo la faccia, poi di nuovo il cazzo. Mi ritrovo a sperare, a pregare che sia tutto un sogno. Un'allucinazione dovuta a droghe, medicinali, intossicazione alimentare. Qualunque cosa ma non il fatto che tutto ciò sia reale.
La mia virilità andata. Persa.
Finalmente riesco ad accarezzare quel feto andato a male che una volta era un gran bel cazzo. Il mio cazzo. Non sono mai stato un vanesio credetemi, ma questa situazione: mi sveglio una mattina con un cazzo flaccido in uno stato di simil putrefazione. Non scherzo. Questo vedo attraverso lo specchio, attraverso una superficie riflettente la realtà oggettiva. Non sono giochi di luce e ombre, è realmente il mio cazzo, il mio cazzo.
La domanda primaria è: posso scopare? E così la seconda e la terza e la quarta…
Poi vengono nell'ordine: che merda di malattia è? morirò? guarirò?
Poi c'è la paura del contagio. Malattie virali trasmissibili. Cerco di ricordare con chi ho scopato ultimamente. Mi viene in mente Chiara.
I suoi particolari sono: gracile, leggermente truce. Voce pesante e pose studiate da ammaliatrice. Mi porta a casa sua. Ubriachi, scopiamo per tutta la notte, anche perché io non riesco a venire, e io non smetto finché non vengo. Deontologia.
Lei diceva: lo faccio per passione.
Io pensavo: io per compassione.
Non mi piaceva, ero ubriaco e non volevo venire, ma dovevo.
Una delle più brutte scopate della mia vita.
Mi incazzo terribilmente. Fra tutte proprio questa mi vado a ricordare adesso.
Mi sta venendo da piangere. Ritorno sulla massa putrida. Il mio cazzo.
Mi volto. Accappatoio.
Sono al telefono. La voce del centralino dall’altra parte: XXX buongiorno. Un misto tra saluto e domanda, che implicita “che cazzo volete alle otto e mezza del mattino, proprio quando sto andando a prendermi il caffè?”
Io dico il mio nome e che non andrò al lavoro questa mattina.
Il centralino dice: avvertirò il suo ufficio. Riaggancia. Riaggancio.
Sono in bagno. Faccio cadere quindici gocce di ansiolitico nel cucchiaio con acqua. Lo infilo in bocca. Succhio il cucchiaio assorbendo il liquido. Mando giù.
Chiudo la boccetta trasparente nella sua scatola e la metto nel mobiletto.
Sono di nuovo al telefono. Faccio il numero di Anna. Risponde un rumore assordante di traffico.
Lei dice: senti ti richiamo appena arrivo in banca, ora non posso. Riaggancia. Riaggancio.
Anna, un’altra aspirante untrice. Capelli lunghi e neri, personalità che domina con dolcezza. Altezza media, con seni piccoli e un gran bel culo. A questo punto mi viene in mente che potrei essere io ad aver contagiato altri. Con Anna automaticamente la visuale cambia.
Alla fine sono sempre io a sentirmi in colpa, e spesso a ragione. Vedete?
Vaffanculo, non mi viene in mente nessun rapporto sessuale con lei. Anche se di solito basta il solo pensiero perché il sangue fluisca copioso in basso, verso e dentro il muscolo nevralgico dell’agire umano. Il cazzo. Il mio cazzo, che sta iniziando ad alzarsi.

[...]


Un racconto di grande potenza che racconta la follia di un uomo. L’autore ci accompagna sul terreno scivoloso che sta tra razionale e irrazionale attraverso una efficacissima descrizione dell’ ipnotico intorpidimento che avvolge il protagonista. Il movimento continuo tra realtà e immaginazione è descritto in maniera superba, con un ritmo incalzante e crescente che travolge il lettore e lo afferra allo stomaco. Scena dopo scena si perde il filo e lo si ritrova subito dopo, in una confusione che coinvolge e spaventa. Lo stile narrativo si accosta di molto alla struttura delle sceneggiature e funzionerebbe anche per immagini (a qualcuno ha ricordato Pulp fiction, ad altri American Psycho)
Il finale arriva come un taglio netto, improvviso e imprevedibile.
Follia pura e molte sollecitazioni

L'Anteprima: New Thing


Estratti dall'intervista di Sonia Langmut al "reverendo" Mahamid Zuwarah della Real Church of the Mother Plane, 6 giugno 1967 (Fondo Brooklynite /Langmut c/o Brooklyn Public Library)

zuwarah . L'Aereo Madre fu lanciato in orbita il 3 gennaio del 1930 e la sua missione non coincide con quella descritta dagli apòstati attendisti della pretesa Nation of Islam. Già oggi, e non nel Giorno del Giudizio, l'Aereo Madre sta operando per difendere le genti dell'Africa, dell'Asia e della colonia interna americano-babilonese. Solo che i fratelli e le sorelle lassù in orbita devono andarci cauti. I radar dell'uomo bianco non possono trovare l'Aereo Madre perché usa antichi e impenetrabili sistemi di occultamento, ma c'è sempre un rischio, quindi ci vuole discrezione... Per questo hanno mandato quaggiù nella Babilonia americana i lemuri, li hanno mandati a Prospect Park, che è il centro del pianeta...

langmut. Vuole dire che nel cuore di Brooklyn in questo momento ci sono dei mammiferi che secondo gli zoologi esistono solo in Madagascar?

zuwarah . Sì, e conducono durissimi attacchi psichici contro gli apòstati e gli attendisti in seno alla colonia interna americano-babilonese...

langmut. In cosa consistono questi "attacchi psichici"?

zuwarah . Prima dovrei spiegarti perché la pretesa Nation of Islam è uno pseudo-culto di traditori ed eretici, nemici della vera religione. So che quello che sto per dire ti offenderà, in quanto donna bianca, ma è giusto che anche voi honkies sappiate quali sono le vostre origini... Voi siete stati creati in laboratorio da un intelligentissimo e malvagio uomo nero, Yacub, vergogna della sua stirpe. Seimilacinquecentosettanta anni fa, Yacub viveva nel paradiso terrestre, insieme a tutti gli altri uomini e donne nere, ma cominciò a fare orribili esperimenti genetici, e la sua comunità lo esiliò più a Ovest, nel mare Egeo, sull'isola di Patmos. Fu lì che Yacub creò la stirpe dell'uomo bianco.
langmut. Ma questo che c'entra coi lemuri e col Figlio di Whiteman?

zuwarah . C'entra, perché quello che voi chiamate "figlio di Whiteman" non è affatto figlio dell'uomo bianco, ma è il risultato di un contro-esperimento benigno e più recente, che ha compensato almeno in parte i danni fatti da Yacub... L'uomo nero ha due geni, uno forte e uno debole. Quello forte è chiamato "gene scuro", quello debole "gene chiaro"...

langmut. Lei ha qualche prova a sostegno di quanto sta affermando?

zuwarah . E' scritto nella Bibbia, anche se in forma allegorica. Per i suoi esperimenti, Yacub aveva a disposizione 59.999 seguaci, esiliati insieme a lui. Cominciò a farli incrociare, selezionando via via esemplari in cui era dominante il gene chiaro. Incrociando tra loro questi ultimi, ottenne esemplari dalla pelle sempre più chiara, dai geni deboli e di intelligenza limitata, perché il loro cervello pesava soltanto centottanta grammi. Erano però spregiudicati e privi di morale, si abbassavano a sfogare i più bassi istinti. Presto furono la maggioranza della popolazione dell'isola. Dopo la morte di Yacub, su Patmos non c'era più un solo uomo nero. Quando l'isola non potè più contenere gli uomini bianchi, molti di questi emigrarono in Europa. Il resto è una triste storia. Le armate dei bianchi attaccarono addirittura il paradiso terrestre. Questo accadde grossomodo cinquemila anni fa. Prima della rovina, dal paradiso terrestre decollò l'Aereo Madre, a cui fu affidata la redenzione delle razze di colore...

langmut. Non ha detto che l'Aereo Madre è in orbita dal 1930?

zuwarah . Infatti, ma prima ha vagato nel cosmo per millenni. Sull'Aereo Madre, i fratelli e le sorelle fecero l'esperimento contrario a quello di Yacub, selezionando uomini e donne sempre più forti e longevi, tanto da diventare quasi immortali. Nello spazio, questi super-umani conobbero altre specie, tra cui una razza superiore i cui animali domestici erano intelligentissimi, dotati di poteri psicocinetici e in tutto e per tutto identici ai nostri lemuri. Gli alieni donarono alcuni di questi animali all'equipaggio dell'Aereo Madre, che li addomesticò e ne fece gli "arcangeli", i propri emissari sulla Terra. Uno di questi lemuri, Gabriele, fondò l'unica e vera religione...

langmut . Mi sfugge il legame con la Nation of Islam e con tutto il resto...

zuwarah . Il finto nero Elijah Poole, che si fa chiamare Elijah Muhammad, è un traditore perché si attribuisce un ruolo semi-divino, da Profeta, quando l'unico Profeta è l'innominabile incoronato dall'arcangelo Gabriele, e il Profeta non si può rappresentare nelle sue fattezze mentre Elijah si lascia fotografare e filmare e ci sono suoi ritratti in ogni sede della pretesa Nation of Islam. L'Aereo Madre ha mandato sulla Terra gli arcangeli per risistemare le cose. Coi loro poteri telecinetici disturbano le riunioni della pretesa Nation of Islam, fanno cadere i ritratti del finto nero Poole dalle pareti... Quello che voi chiamate il "figlio di Whiteman" è in realtà l'angelo sterminatore, il lemure-principe, colui che compie la necessaria opera di pulizia...

langmut. Tuttavia, nessuna delle vittime del Figlio di Whiteman aderiva alla Nation of Islam...

zuwarah . Questo è quello che sostiene l'uomo bianco, noi della Real Church of the Mother Plane abbiamo altre informazioni.

langmut. Poco fa, parlava di "attendismo" e del ruolo dell'Aereo Madre...

zuwarah . Il finto nero Poole insegna che, una settimana prima del giorno del giudizio, l'Aereo Madre darà indicazioni agli uomini giusti su come e dove nascondersi, poi farà partire millecinquecento aerei che bombarderanno il pianeta finché non resteranno vivi solo i giusti. L'America brucerà in un lago di fuoco per 390 anni e si raffredderà solo dopo 610 anni. I neri costruiranno la nuova civiltà. Ma gli arcangeli ci hanno detto che è una menzogna: "Libertà ora!", dicono loro. Perché aspettare migliaia di anni per porre fine alla cattività americano-babilonese?
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