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Il primo numero
INCIQUID 1
2004


I RACCONTI:
NUVOLE RAPIDE di Davide Malesi, una storia sull'angoscia della morte esorcizzata attraverso l'istinto sessuale;
IL SULTANO DEI PONTEGGI, di Danilo Giorgi, un racconto emozionante sull'incontro tra due culture;
EPICLESI, di Paolo Stelluti, invocazione poetica contro la solitudine;
RADIOLONE, di Leopoldo Calò, una storia emozionante scritta in modo asciutto.

I ROMANZI (Incipit):
WM2 ci regala in anteprima il primo capitolo del suo nuovo romanzo solista Guerra agli umani: siamo davvero onorati da questo INCIPIT prestigioso !!!
Altro incipit quello già pubblicato per l’editore Accademia degli Incolti, Alienazioni Padane di Saverio Fattori, un grande amore dei Quindici che ne hanno scritto la prefazione. Il libro è molto difficile da trovare fuori dai confini dell’Emilia Romagna ma vale la pena di cercarlo (se non credete a noi, crederete a Blackmail Mag). Peró se lo trovate e acquistate in qualsiasi altra regione mandateci subito un’email (e poi lo scontrino d’acquisto per posta) con il vostro nome indirizzo e taglia, e noi manderemo ai primi dieci una maglietta INCIQUID.
Infine chiudiamo in gran bellezza con il primo capitolo di uno dei nostri romanzi in cerca di editore preferiti. E' di Guglielmo Pispisa e si chiama Città perfetta (nomen omen) ed è scritto talmente bene da essere persino irritante. Una bella storia, raccontata con maestria, che si legge d’un fiato. Forse siamo quasi sadici a farvi leggere solo il primo capitolo ma, se vi piace, contattateci in redazione e vediamo che si può fare.

IL ROMANZO A PUNTATE:
L’idea del romanzo a puntate ci piace tantissimo, e ci é venuta proprio per dare il giusto spazio a questa novella / romanzo breve ambientata/o nel futuro: Degli sciacalli e della neve di Federico Sanna. E’ un racconto molto raffinato che speriamo tocchi presto carta.



I RACCONTI


La cosa migliore è lasciare che tutto accada come deve essere. [...] Non si tratta di
rassegnazione. [...] Ha a che vedere con la distanza che ci separa da tutto e da tutti.
[Àlvaro Mutis, La Neve dell’Ammiraglio]

SETTEMBRE, 02

Aeroporto di Tel Aviv, partenze internazionali.
Una voce femminile neutra come un coltello da cucina

scandisce gli annunci dei voli - avvisa i passeggeri di affrettarsi.
come se ce ne fosse bisogno

Undici del mattino e un sole da spaccare le pietre del Negev. Vetrate spesse così e climatizzatori made in Singapore a garanzia di un clima accettabile. Fuori, grossi aerei panciuti color bianco sporco scivolano pigramente sulle piste. Mi fanno pensare alle balene.
che non ho mai visto, salvo nei documentari

Il cielo è una quinta blu cobalto. Le nuvole scorrono ad una velocità impressionante. Sottili, e aguzze.
Il confronto fa apparire gli aerei ancora più lenti e goffi.
Scovo in un angolo dell'area di sosta una saletta riservata ai fumatori. Mi pare una buona occasione per rovinarmi i polmoni un altro po'.
raquel non è qui per rimproverarmi

Sara, ho preferito non salutarla. Troppo tempo in macchina, per arrivare fino a Kfar Saba, con il rischio di restare fermo a un posto di blocco per ore.
è una buona scusa, in ogni caso


OTTOBRE, 94

il primo ricordo di questo

Ho ventotto anni, cresciuto a Milano, sbarcato a Tel Aviv nel mezzo di un giugno torrido.
in realtà, dovrei essere preparato

L'impiegato dell'ambasciata d'Israele in Italia, un signore zazzeruto e sanamente pragmatico, mi ha chiesto perché voglio trasferirmi in Israele.
Gli ho spiegato che la mia fidanzata è di lì, che voglio sposarla.
Ci siamo conosciuti in Italia o in Israele, chiede.
Io dico: in Italia, Raquel è venuta qui per l'anno sabbatico dopo l'università, mi ha detto che è una cosa normale, un sacco di ragazzi israeliani dopo gli studi e il servizio militare passano un anno in giro per il mondo.
[...]


Un racconto ambientato in Israele, di "normale" vita israeliana, tra kamikazen pronti a farsi esplodere a ogni angolo e altrettanto "normali" paranoie di seguirli all’altro mondo. L’assurdità della “normale” vita quotidiana di questo paese emerge come un sommergibile dalle profondità marine con tutta la sua tragica realtà. Il diritto al lavoro, all’amore, ad avere un famiglia, a muoversi liberamente sono rappresentati per ciò che sono realmente in Israele: battaglie di ogni giorno. Questo racconto, stilisticamente ben strutturato, riesce a rendere vividamente la sensazione di questa guerra “mal combattuta” e non dichiarata. Lo fa in maniera quasi asettica grazie al decentramento del punto di vista rispetto alle vicissitudini personali del protagonista e, cosa estremamente difficile, senza dare giudizi di parte su nessuno dei contendenti. La scelta di descrivere la storia per segmenti staccati tra loro quasi come estratti di un diario, è molto efficace sia per esprimere la lacerazione interna del protagonista che l’ambiente in cui agisce. L’autore riesce a passare attraverso il dramma del Medio Oriente guardandolo con gli occhi di uno che non vuole prendere una parte, che combatte strenuamente per rimanerne al di fuori, che trova nell’adulterio la sua possibilità di estraniarsi dal mondo che lo circonda, finché gli avvenimenti non matureranno da soli e lo porteranno fuori da lì.


È bello alzarsi la mattina quando comincia a fare caldo, e camminare a piedi scalzi fino in cucina.
Non ho fretta, non lavoro. E quindi mi alzo tardi. Fino a un po’ di tempo fa lavoravo in un cantiere. Poi ci hanno licenziato. Costruivamo un parcheggio a tre piani e tutti gli abitanti della zona si erano incazzati. Allora c’è stata la polizia, il padrone si è messo paura per tutto quel casino. Allora alcuni li ha assunti regolarmente, altri saltuari (me, Paolo) o clandestini (Ciccio, Mustafà e Kemal) li ha mandati via. Io ho deciso di prendermi questa vacanza. Per prendermi una vacanza basta che non cerco lavori. Di solito faccio quello che capita. E’ per questo che so fare un po’ tutto, ma niente in particolare. Infatti non divento mai muratore, ma mi prendono sempre come manovale. “Vino ai muratori, acqua ai manovali” si dice. La prima cosa che faccio quando mi alzo bevo un bicchiere d’acqua, mi pare faccia bene. Devo finire l’università, lo dico da troppo tempo. Allora un po’ lavoro, un po’ quando può, mi aiuta mio padre in pensione.
Insomma davanti al lavandino, mentre bevo, mi è venuta l’idea. Mi avevano regalato il baccalà e ormai erano due giorni che stava a mollo. Un po’ come me. Ho visto il baccalà e mi sono ricordato di Mustafà. E’ caduto dall’impalcatura di una casa in costruzione ed è morto. Le case abusive le devi costruire velocemente fino al tetto sennò ti fregano, e quando corri non stai molto attento.
“Chermula” Penso. Me l’ha data lui la ricetta. Pesce alla marocchina. Non so se loro ce l’hanno il baccalà, ma lui me l’ha fatto mangiare la prima e l’unica volta. Gli era avanzato dalla cena e io ero curioso e me l’ha offerto un po’ e a me è piaciuto, che a me piacciono le cose con le spezie. Io fino ad allora non avevo mai parlato con lui, ma era gentile e sempre riservato. Beh, insomma per il chermula ci siamo messi un po’ a parlare. Io lo conoscevo come il “sultano dei ponteggi”, come lo chiamavano gli altri operai. C’era un po’ di presa per il culo, ma anche di ammirazione. Era secco e alto, ma si muoveva veloce, a suo agio sui ponteggi, qualsiasi lavoro facesse. Quando scendeva, sarà perché ci stava tanto sulle assi, gli rimaneva il passo ammortizzato. Anche a terra era deciso e veloce, ma sembrava che avesse le molle ai piedi, e seguiva i sui passi con il busto un po’ all’indietro e dondolante. Beh, mi faccio il caffè e mi metto davanti alla porta a vetri e guardo la luce del sole che filtra dalle finestre vuote del muro di fronte e gli angoli di cielo. La parte del palazzo che è crollata sotto i bombardamenti della II Guerra Mondiale, non è stata ricostruita. E’ rimasto solo il muro con le finestre vuote da cui ci si affaccia il sole.
“Chermula” pendo il foglio dove mi sono scritto gli ingredienti. Che casino quel giorno. Noi dovevamo rifinire un ufficio sotterraneo. Gli stavo sotto e gli passavo a braccia le cofane piene di calce e lui sbruffava un muro, tirando la calce, e intanto mi dettava la ricetta che io non ci capivo un cazzo, che mi arrivavano gli schizzi di calce sul foglio e addosso. Ma ci siamo anche divertiti e lui era giocoso. Eccolo il foglio ancora macchiato e con la carta tutta rovinata, ma gli ingredienti che c’ho scritto con la matita rossa grossa da carpentiere, ancora ci sono.
[...]


Il racconto narra in prima persona l’ambiente di lavoro di un giovane italiano (cultura medio-alta, di passaggio sui ponteggi) e di un suo compagno marocchino, fonte di conoscenze culinarie e di studi sul campo: un vero manuale di convivenza interetnica. Racconto breve, delicatissimo e pieno di poesia, che riesce a essere completo e a emozionare. Con poche parole si riesce a vedere Mustafà, ci si immagina l’eleganza del passo, delle movenze, il suo accettare le regole di un mondo senza regole e senza diritti come quello del lavoro per un immigrato clandestino. Tutto giocato intorno a una ricetta, il Chermula, e al dialogo stanco di lavoro ma affamato di umanità di due uomini, rivisto in flashback durante una giornata di ozio casalingo.

"Che hai fatto oggi?" "Mi sono alzato tardi e ho cucinato del pesce".

Il licenziamento diventa il piacere di alzarsi tardi, il ricordo di un amico diventa la preparazione di un piatto, apparentemente svagata in realtà piena di attenzione – se stai due ore a guardare il pesce… - e il rispetto nell’esitazione se bere o no il vino è fulminante. Ottimi i personaggi tratteggiati accuratamente anche se con pochissime pennellate. Nonostante la drammaticità della storia non c’è traccia di sentimentalismi da anima bella. Piuttosto, un gusto dolce-amaro che solo le storie proletarie possono comunicare.


L’uomo che ha scritto quei nomi sul muro [...], e che è morto già da una ventina d’anni, non fotteva per fottere: fotteva per scrivere..."
-Sebastiano Vassalli-

"I libri spostano le persone più dei viaggi, più degli anni"
-Erri De Luca-

"Per lottare, c’è bisogno di una nuova mitopoiesi, [...] oggi ci occorrono mitologie aperte, interattive, nomadiche, nuovi folk heroes, e waldgangers, ma anche inedite situazioni comunitarie."
- Luther Blissett -

"le cose che mi piacciono di più sono quelle nate dall’errore"
-Puck-


I


Le sue dita sulla mia pelle. Le sue dita come magre zampe di ragno. Indipendenti l’una dall’altra.
Ho la debolezza delle similitudini, e mi piacciono le sue mani delicate su di me.
Mi chiamo Ginevra, ventisette anni, entomologa. Adoro fare fotografie.
Lui è esattamente come lo disegnavo sui vetri appannati dei treni per Milano: una sagoma indefinita. Lui è un dio prigioniero in un sogno bidimensionale.

II


E’ marzo, il mio silenzio mentre lo guardo dormire è un’isola d’inverno.
La mia casa prima di lui era una sacca stagnante, un’ansa d’intestino, l’estrema periferia del disordine. Ora vi convivono un cielo di velluto, biologia e jazz, e ponti sonori per avvicinare la mia solitudine al mondo.
Abbiamo passato un’intera serata a disegnare a memoria gli intrecci astratti e policromi delle quattordici linee metropolitane di Parigi. Un’ascesi geografica.
Come un cambiamento di pelle.
Dopo aver fatto l’amore adoro sdraiarmi su di lui quando dorme a pancia in giù. Siamo due croci sovrapposte.
Ora dorme, e in lui ora c'è sicuramente una foresta di abeti che ricopre una montagna, o forse un bosco innevato.

[...]


Il diario di un personaggio femminile con l’evoluzione della sua ultima storia d’amore, elegantemente narrata, sono i piloni narrativi di questo breve manoscritto. Una storia che è quasi senza storia, una prosa quasi senza prosa, ma densa delle suggestioni e delle figurazioni della poesia. Le parole sono stati emotivi e le "cose" sentimenti. Un piccolo gioiello di letteratura, molto vivo, inteso come una cosa che nasce dalla fantasia dell’autore e dalla sua capacità di manipolazione delle parole e fa nascere un personaggio femminile solo apparentemente anonimo. Ma alla fine del racconto l’unico personaggio vivo e vitale, di cui potremmo descrivere la curva del profilo del volto, è lei. Di lui non resta che un vocio di donna innamorata. C’è intorno allo scrivere dell’autore un’atmosfera di mistero. Una lettura superficiale potrebbe trarre in inganno coloro i quali hanno spesso a che fare con una letteratura intimista, noiosa e spesso fine a se stessa. Con "Epiclesi" non succede. C’è ricerca, volontà di capire e interpretare il mondo che ci circonda. Con uno stile profondo ed elegante, con una scrittura avvolgente, Stelluti scandaglia la realtà dell’universo femminile con rara attenzione e capacità di analisi. Una domanda finale, e forse chi leggerà il racconto avrà voglia di rispondere: può una donna innamorata di questa "divinità bidimensionale" cacciarla e allo stesso tempo accettare la sua natura con tanta tranquillità? O non è forse il sogno tutto maschile (e messo in bocca a una donna) di un rapporto fatto di intersezioni e velocità?


Il suo nome era Giovanni ma tutti lo chiamavano Radiolone, perché, andava in giro con una grande radio sulla spalla per sentire le canzoni in FM.
"Ehi Radiolone, vieni qua!", gli dicevano i balordi del paese, "cantaci Piccola Katy". Gli facevano bere il vino e Radiolone li accontentava. Aveva una predilezione per la musica anni '70, quando sentiva i Pooh era felice. "Ohoh piccla Katy, ohoh piccla Katy...", pronunciava le parole a modo suo, e quelli ridevano e lo facevano ancora bere, e lui cantava finché non se ne tornava a casa completamente ubriaco, con la radio attaccata all'orecchio e col volume al massimo.
La casa di Giovanni era una casa-famiglia, di quelle nate dopo la chiusura dei manicomi. In manicomio c'era stato fino all'età di ventidue anni, praticamente da quando era nato. Sua madre era schizofrenica e a lui fecero la medesima diagnosi, dato che non avrebbero saputo dove collocarlo. Perciò rinchiusero anche lui.
A quarant’anni si ricordava solo vagamente di tutto ciò che aveva subito da ragazzo. Forse non se ne sarebbe ricordato affatto, se non fosse stato per le gambe, anzi per gli stinchi, pieni di bitorzoli e piuttosto malridotti per via degli ematomi che si erano cronicizzati in seguito ai colpi, calci e bastonate, ricevuti come supplemento alla terapia farmacologica. Ora stava in una della case della Fondazione Beato Bartolo Frasassi, istituita da don Angelo per "venire incontro ai bisogni dei poveri della terra": un piccolo impero che contava una decina di strutture di cura e assistenza per malati di mente sparse per tutta la Puglia. Meglio del manicomio, comunque, anche se Giovanni era ben incamminato verso la polverizzazione di ogni facoltà mentale, a causa dell'alcool che "gli amici" gli facevano ingurgitare in grande quantità per divertirsi alle sue spalle.
Il destino di "Radiolone" pareva dunque segnato: finché non arrivò Maria.
Giovanni non fece caso a quella signorina attempata che parlava con voce gutturale e senza nessun accento dialettale, infatti fu lei ad avvicinarglisi, e subito capirono che erano fatti l'uno per l'altro.
Maria aveva quarantatré anni e anche lei, prima di approdare alla casa-famiglia di don Angelo, aveva conosciuto il manicomio. Tuttavia, un po' per non angustiarsi con i ricordi, un po' per una sorta di reciproco pudore, Giovanni e Maria non parlarono mai delle loro precedenti esperienze e, senza averlo mai deciso veramente, iniziarono a vivere insieme.
A tavola sedevano vicini, si fecero assegnare turni uguali per le incombenze domestiche, uscivano insieme e anche quando erano con tutti gli altri facevano coppia a sé; non si scambiavano parole affettuose ma erano pieni di attenzioni reciproche.
Giovanni smise di andare in giro con la radio, anche perché Maria gliene aveva regalata una bellissima, tutta blu, che ascoltavano insieme nei momenti liberi; iniziò a curare di più la sua persona: lei gli aveva confidato che proveniva da una famiglia perbene e che non sopportava la sia pur minima forma di trascuratezza.
[...]


Giovanni è un uomo che ha passato la vita prima in un manicomio, poi in una casa famiglia apparentemente più umana. In paese lo chiamano tutti Radiolone perché se ne va in giro con una grossa radio e ascolta musica tutto il giorno. Questo è un racconto delicato, su gente delicata e sofferente. È intenso, anche se lascia senza speranza perché il protagonista non sa e non può difendersi dal “potere”. Quello religioso e autorevole di Don Angelo, il prete che coordina la casa famiglia, quello sociale delle persone cosiddette normali, quello medico della psichiatria ufficiale che ha distrutto la vita di Giovanni. L’amore per Maria è una luce di speranza e riscatto, ma viene subito spenta. Calò si dimostra buon narratore, tecnicamente ineccepibile. Ha il tocco giusto per riuscire a essere efficace nella brevità e nella sintesi.

I ROMANZI


Franca mi guarda e non aggiunge altro al mio disgusto che mi fa la bocca amara e distogliere lo sguardo. Il poster di una mostra di Kandinskji come quelli che ci sono attaccati nelle halls di tutti gli alberghi di tutto il mondo, per il resto la stanza è arredata con gusto, il gattone peloso, Ronnie, i libri di una vita.
Franca è appena stata dimessa dall’ospedale, i medici non erano d’accordo, brutto incidente, poteva andare peggio, continuavano a ripetere all’infinito gli amici che lasciavano libri e dolci sul comodino, Franca guardava oltre le tapparelle verdi, le stesse fuori dalla finestra alle scuole medie. Franca avrebbe voluto che fosse andata peggio, solo io l’avevo intuito, mentre mi stropicciavo il mento con la mano destra sbattendo contro gli occhi di Franca solo per sbaglio.
L’auto non aveva voluto assecondare la strada statale che faceva una dolce curva verso sinistra, nè aveva voluto cambiare per la strada ghiaiata che si apriva brusca ad angolo retto sulla destra verso il borgo di R. L’auto era andata ottusa e dritta verso una pieve abbandonata, senza il segno di una frenata sull’asfalto grigio scuro.
Avevamo litigato una volta ancora, questa volta la nostra banale crisi di coppia aveva lasciato il posto a qualcosa d'altro.
Ero rapito dal vuoto e dalla leggerezza, sedotto dall’inutilità di qualunque parola che puzzasse di scuse, alibi, autocritiche, giustificazioni. Le domande erano precise, chiedeva di date e circostanze Franca aveva capito tutto, forse da sempre, il giorno della testimonianza resa al Sostituto Procuratore col nome di donna...il suo nervosismo...una difesa per confondere la propria coscienza.

Sono solo, finalmente solo, per la prima volta da anni, lo sguardo fisso e le braccia lungo il corpo, mi sono scesi anche i dentoni lunghi sul labbro inferiore, mi concentro, cerco di regredire a ragazzo autistico. L’esperimento funziona, è un po’ che mi esercito sono rapito da pensieri vuoti, sprofondato nella poltrona giapponese delle grandi occasioni.
Una coppa con basamento di marmo recante targhetta 10° CAMP. ITAL. F.IB.AT. BIATHLON ATLETICO “MIGLIOR PROVA DI CORSA” SCHIO 6-7/98 per pochi centimetri non mi sbatte sulla tempia destra, Franca scappa in cucina in lacrime. Il bambino autistico è davvero troppo.
Ha ragione, come al solito. Se la tenga.
Respiro profondamente, socchiudo gli occhi a intervalli regolari, la gamba dal ginocchio in giù è presa da un tremito che irriterebbe Gandhi, ho rimesso dentro i dentoni, Franca ha alzato gli occhi al soffitto, segno che ha smesso di contare le gocce di Valium, scendono ordinate nel bicchiere zuccherato. In un organismo non assuefatto occorrono circa trecento gocce per passare ad un riposo definitivo. Il mio silenzio è più che un incoraggiamento, una esortazione direi.

Lontano il tempo delle sane litigate lacrime e sangue... era il tempo del rancore che non ha parole.


[...]


C’è un giovane uomo, Ale, ha poco più di trent’anni. E c’è una città di provincia, con il suo contorno di bar, discoteche, appartamenti privati, uffici, strade nella nebbia. E ci sono gli altri. Ragazze belle e insoddisfatte, maschi viziati appassionati di armi, colleghi di lavoro, fidanzati perbene con la fissa dell’alimentazione biologica. Lui, Ale, li guarda tutti, li spia, li segue, li pedina. E ci racconta le loro vite, e la sua stessa vita, con una voce cinica e feroce, affilata da un sarcasmo velenoso e senza pietà. Questo è un romanzo scritto da un giovane che racconta di giovani, ma che si discosta dalla media delle narrazioni dello stesso tipo. L’autore non è mai compiacente, mai affettuoso verso i suoi personaggi e la sua generazione. Sembra odiarla, piuttosto, e allo stesso tempo odiare quella provincia meschina e lobotomizzata, quei riti squallidi che scandiscono la vita di ognuno: la discoteca, la cena con i colleghi, la festa di matrimonio, il venerdì con gli amici, il cinema il sabato sera e la pizza della domenica. A suo modo, Ale è una figura tragica. È corrotto come i suoi coetanei, ma allo stesso tempo prova sulla sua pelle un bruciante senso di esclusione. Pagina dopo pagina, il lettore è trascinato in un flusso vertiginoso, in un delirio di eventi scanditi con rabbia e velenosa ironia. Una prosa travolgente, modernissima, affamata di vita e spregiudicata. Un scrittura che sembra non temere nulla. Scivola come una bella ballata di rock italiano, anche se la musa sono i testi a volte surreali di Sergio Caputo. Il normale si fonde con l’alieno nella grassa e annoiata zona tra Bologna e Ferrara. Il sesso diventa la chiave per l’Evasione, ma sfugge dalle mani e si trasforma in macabra cronaca nera, in crescendo sapientemente trattenuto. Chi è Ale veramente?


Via dal canale, dalla gabbia, dalla voce che sul tram sussurrava parole tenebrose;
via dalla mia stanza e dalle pagine appena scritte, che< br>aspettavano di essere rilette
– era lì che era scritto tutto – e che io non volevo rileggere.
Corsi a perdifiato verso sud, sulla spiaggia, senza guardarmi intorno.
Nel mondo perduto.
Ray Bradbury, La morte è un affare solitario

Nel regno della noia, indosso pantaloncini principeschi
Mark Leyner, Mio cugino, il mio gastroenterologo



Vigilie


0.


Si allunga dalla sedia a sdraio e con la punta delle dita afferra l’olio. Comincia a spalmarsi energicamente, con molta cura, per tutto il corpo.
Unto dorato e nudo, come un fritto di pesce, si stira, tende piano i muscoli mentre il vento che soffia sul terrazzo gli scivola caldo lungo le spalle. Il giorno è immobile nel tepore e nella luce di questa incredibile estate di San Martino. Di là dal parapetto, nove piani più sotto, lente figure di gesso si muovono senza voglia. Chi mai deciderebbe di camminare sotto il sole, con un tempo come questo, se solo potesse scegliere di non farlo?
Non smette di massaggiarsi mentre si affaccia a guardare: per essere viscido, è viscido di sicuro. Da sotto la sdraio sfila un lenzuolino di seta nera, che si annoda attorno al collo, drappeggiandolo ben bene lungo la schiena.
Conta i passi: uno due tre quattro e op. Ripete mentalmente e gira su se stesso con le braccia discoste dal corpo e le palme rivolte in alto. Come per abbracciare quanto più può. L’aria gli solletica piacevolmente la peluria delle parti intime.
Respira respira reeeespira. Fa guizzare un paio di volte i muscoli dei bicipiti. E poi uno due tre quattro e oop!
Giù con un bel tuffo.
Vento fresco che preme sul petto e sulle braccia.
Dannata sensazione di aver dimenticato qualche cosa.

[...]


Pispisa è una vecchia conoscenza dell'atelier Wu Ming, già autore di ben due capitoli di "ti chiamerò Russel" (a mio avviso tra i migliori) e ora collaboratore al progetto dei Kai Zen per un romanzo ad autore multiplo, ancora in gestazione. Ci ha inviato questa novella, o romanzo breve, bello e con un gran ritmo, e con pezzi di ottima leteratura. La storia è relativamente semplice: il solito imprenditore-pirata alle prese con pirati più grandi di lui cerca di piazzare la figlia nella élite tramite un accesso garantito alla città perfetta, ghetto per la classe dirigente. Andrà come andrà, ma leggerlo è un piacere. L¹inizio ricorda un brano di DeLillo talmente bello da far piangere; il rimando di Pispisa, se possibile, è meglio, e, come disse Totò, ho detto tutto.

IL ROMANZO A PUNTATE


Ci chiamano sciacalli.
Furtive e voraci fiere nascoste nell’ombra in attesa della preda.
Fiutata, seguita, studiata. Scelta con cura. Che nel momento calcolato, isolata dal branco, voltata per distrazione fatale verso il fitto degli alberi, o nella disperazione dei cespugli, offrirà loro il collo. Su cui allargare le fauci e affondare le zanne candide fino al momento in cui del loro sangue si glorieranno. Quando del loro sangue saranno inondate, rubandone il colore.
Chiudono e aprono le fauci nella carne, strappandone brani, e nel sangue, ritmicamente, e in pochi minuti hanno finito la loro caccia fatta di attesa e hanno ottenuto il nutrimento che basterà appena a soddisfarle fino allo spuntare del prossimo sole.
Ma sciacalli, fiere, prede, sole, alberi, cespugli, ombre, sono soltanto nomi. Creazioni di fantasia. Pure definizioni senza associazioni con l’esperienza. Parole senza alcun riferimento che nel mondo reale non designano niente. Forse questi nomi hanno corpi da qualche parte: forse nel mare, o sulle isole. Non possiamo saperlo. Solo il sangue mi è familiare. Ma il mio lavoro non ha a che fare col sangue. Non ne hanno le mie prede. Non ha a che fare col sangue, ma in un certo senso da esso trae origine.

Ci chiamano sciacalli perché aspettiamo che l'oggetto del nostro desiderio, la ragione del nostro vagare, della nostra vita, si danneggi, per poterla attaccare, e come un cadavere fresco divorare, lacerando brandelli della sua carne per farli fluire come bile nelle nostre viscere.
Ci immaginano affamati, approfittatori, insensibili, e cinici, calcolatori e spietati, come si dice che fossero, appunto, gli sciacalli.
Sciacalli. In quelle storie che ci insegnavano da bambini, erano animali. Qualcosa come gli uomini ma senza linguaggio. Qualcosa che viveva in ragione della sua fame. Nessuno di noi ha mai saputo che forma avessero. Li abbiamo immaginati come uomini nudi accucciati, nello stato di buio. Ovviamente così ci figuravamo l’ombra in cui vivevano.
Ci avevano detto che l’ombra copriva la luce, ma non poteva esistere senza luce. Comunque buio, per noi. Non potevamo immaginarla diversa.
Ricordi, Gemunan? Quelle stesse storie parlavano anche della neve. Ti ricordi quanto ridevamo, cercando di immaginarci che forma dovesse avere la neve? Tu sostenevi che esisteva davvero.
E che era come gli sciacalli, ma più buona, anche dolce. Se gli sciacalli erano uomini nudi, la neve era sicuramente una donna, o tante donne, che indossavano tute colorate.

[...]


La complessa architettura dell’ambiente in cui si svolge la storia, e che questa non sia a noi consueta, potrebbe far inserire questo lungo racconto nei canoni della fantascienza. Ma noi non crediamo che i generi letterari debbano essere ghettizzati rispetto alla letteratura alta solo per l’argomento trattato. Con i canoni odierni anche le tesi metafisiche di Leibniz possono essere considerate fantascienza. Ovviamente la citazione non è casuale: la solitudine e la percezione dell’esterno mondo con i parametri di sensi obnubilati crea un universo personale nel quale si sviluppa una storia avvincente nel quale ciascuno dei 15 ha letto una cosa diversa, elenco: “l’eternauta”, storico fumetto argentino degli anni sessanta di Oesterheld, un’epopea Hacker, il ritratto di Dorian Gray THX1138, esempio superbo di fantascienza cinematografica, Solaris di Tarkowky (due citazioni). In realtà il racconto è una situazione in cui è facile che la mente del lettore entri in possesso della storia e che ne ricavi suggestioni proprie, fino a leggere una sua storia. Il terreno è ricco e fertile, e chiunque ne può avere nutrimento.

L'Anteprima: Guerra agli umani


1. Gladiatori


L’auto arrampica nervosa le prime curve. Fari abbaglianti scavano il buio. Asfalto sale tra i castagni, sei chilometri oltre il paese. La strada di servizio per il ripetitore di Colle Torto. All’ottavo tornante, una carrareccia si stacca sulla destra. Il motore scala. Le ruote sterzano. Un ventaglio di luce corre tra i cespugli. Caprioli intenti a brucare sciamano verso il bosco. La sterrata attraversa il pascolo e raggiunge i ruderi di un casone. Rovine recenti, finestre ancora intatte. Auto in circolo sull'aia in disuso. Paia di fari convergono al centro. Una portiera si apre, un piede calca la polvere. Il dottor Taverna è nuovo, alle Banditacce. Rinaldi lo precede e fa le presentazioni. Pubblico vario: allevatori, commercianti, albergatori, balordi. Una quarantina in tutto. Mani stringono mani, sorrisi allo specchio, nomi cancellano altri nomi, sguardi. L’ultima mano ritira le banconote. Lo spettacolo costa trenta euro. Altre dita sfogliano pezzi più grossi.
- Trecento su Conan, alla prima.
- Facciamo quattro. Sei riprese.
- Quattrocento sacchi? Andata.

Le piccole scommesse sono libere. Sopra il mezzo milione, devi passare dal capo. Pagamento assicurato e zero problemi. Stasera, tutte puntate per Conan. Il tempo che ci mette per far fuori l’altro. Tre riprese oppure cinque, due minuti piuttosto che quattro. L’altro si sta preparando, sotto il tetto sfondato della vecchia stalla. L’altro non ha nome. Al massimo lo sfidante, e basta. Allaccia i parastinchi dietro il polpaccio. Protezioni da hockey foderate di gommapiuma. Idem per le spalle. Sull'avambraccio sinistro, un pezzo di grondaia in rame, tagliato per il lungo e imbottito. Le scarpe sono un modello da cantiere, con punta salvadita rinforzata in acciaio. Guanti da lavoro, tirapugni a destra, scudo in plexiglas a sinistra. Scioglie i muscoli come un pugile suonato. Aspetta. Arrivano altre auto, il cerchio si allarga. Si fa a turno coi fari per illuminare lo spiazzo. Secondo appuntamento della stagione, pubblico triplicato. La notizia gira. La gente è curiosa. Il business promette.

[...]




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