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Il terzo numero
INCIQUID 3
2004


Terzo numero di INCIQUID: siamo sempre noi ma allo stesso tempo una serie di articoli usciti sulla stampa (soprattutto su Repubblica), anche a proposito del romanzo “Tre Uomini Paradossali” di Girolamo De Michele (che sta andando benissimo in libreria, cosa che ci emoziona alquanto) ci ha fatto emergere dal nostro protetto mondo Wu Ming e ci ha “consegnati” ad un pubblico più vasto ed eterogeneo. Il ritorno è stato circa 400 manoscritti in più da leggere in un mese (!) ma anche per fortuna nuovi quindicini lettori che si sono aggiunti a noi. Sono anche quadruplicati i lettori di questa web-zine [grazie!]: invitiamo i neo-iscritti a leggere, se vogliono, anche il primo e secondo numero della rivista, così non si perdono le prime due parti del nostro romanzo a puntate “degli sciacalli e della neve” che con questo numero si conclude, e sarà presto disponibile anche in due altri formati: in formato intero liberamente scaricabile dal nostro sito pronto per la stampa e in formato audiolibro.
Sono proprio queste le due novità di questo mese: la prima è che inauguriamo con i romanzi di Federico Sanna e Girolamo De Michele la nostra biblioteca copyleft! Sul nostro sito saranno presto scaricabili opere libere di circolare gratuitamente ed essere fruite ad uso personale (ma non per scopi di lucro da parte di terzi), permettendo a tutti, anche quelli che non hanno le risorse per acquistarle nella più bella e duratura forma rilegata di libro, di leggerle gratis. E questa ci sembra già una bellissima cosa. Per di più, mentre alcune persone ritengono che questo significhi togliere un potenziale guadagno agli scrittori (gratis in rete = meno vendite del libro), noi pensiamo al contrario che gli autori siano i primi beneficiari della diffusione dei loro manoscritti perché, soprattutto se sconosciuti, le loro chances di impattare sul mercato editoriale sono poche, mentre una volta “assaggiati” in web possono suscitare più facilmente l’interesse da parte dei lettori. Il progetto tipo quello di bookmobile o dell' articolo di WM2 pubblicato sull'Unità il 30 dicembre 2002, è ovviamente nei nostri pensieri, ma necessita di ulteriore elaborazione per diventare qualcosa di più concreto.
La seconda novità è la sezione audiolibri (che inaugureremo presto, con il prossimo cambio di grafica del nostro sito) dove chi vuole può scaricare in formato mp3 alcuni dei racconti usciti su INCIQUID e ascoltarseli. Ci auguriamo che questa iniziativa possa fare piacere sia ai lettori ipovedenti sia a quanti amano la parola raccontata, quella col sapore della storia narrata intorno al fuoco. In questo caso la lettura è fatta su una base di suoni e musica dai P.oZ., quindi speriamo che sia ancora più gradevole di una semplice lettura di testi.
Tornando a INCIQUID, siamo molto contenti di annunciarvi che tutti e tre i romanzi che abbiamo fino ad ora proposto sulla rivista nello spazio INCIPIT (“Città perfetta”, “Tu che hai fatto per me” e “Casseur #1”) hanno trovato un editore, e quasi certamente saranno tutti copyleft! Vi daremo maggiori dettagli a cose più definite, ma intanto vi vogliamo comunicare il nostro entusiasmo e la nostra sorpresa di avercela fatta in così breve tempo. Non ci resta quindi che presentarvene un quarto, sperando che sia altrettanto fortunato: si tratta di “Paperopoli”, un romanzo molto forte, intenso e avviluppante che usando la metafora del mondo disneyano descrive con un realismo senza pudori un mondo visto con gli occhi di una lucida e disperata dipendenza dalle droghe artificiali. Bellissimo!
Infine pubblichiamo qui con grandissimo piacere la recensione al romanzo “Tre Uomini Paradossali” di Girolamo De Michele che hanno scritto per la web-zine “Nandropausa” Wu Ming 1 e Wu Ming 4 un noir eccezionale, denso e intrigante, che iQuindici hanno segnalato con successo a Einaudi Stile Libero. Nella sezione racconti vi proponiamo altre quattro storie che ci sono piaciute molto. Cominciamo con Allo specchio, un classico racconto partigiano che il suo autore sente vicino e legato ai fatti di Genova di tre anni fa. Ci fa piacere che questo sia anche un modo per ricordarli, un piccolo contributo de iQuindici alla memoria di quei giorni (il calendario di eventi e manifestazioni relative all’anniversario del G8 lo trovate comunque qui).

Poi Dialoghi, dove il disagio è portato sulle spalle da un senso di umanità sottotraccia, giocata tutta nella comunicazione tra i protagonisti. Samira che parla con una modernissima prosa spezzata e sincopata di una ferita che ha lasciato anche su di noi un segno molto profondo, e per finire Ultime parole un’altra storia nera che non farà fare sogni tranquilli, narrata in prima persona dalla vittima stessa dalla sua curiosa prospettiva.

Siamo molto contenti di annunciarvi che tutti e tre i romanzi che abbiamo fino ad ora proposto sulla rivista nello spazio INCIPIT (“Città perfetta”, “Tu che hai fatto per me” e “Casseur # 1”) hanno trovato un editore, e quasi certamente saranno tutti copyleft! Vi daremo maggiori dettagli a cose più definite, ma intanto vi vogliamo comunicare il nostro entusiasmo e la nostra sorpresa di avercela fatta in così breve tempo.

Non ci resta quindi che presentarvene un quarto, sperando che sia altrettanto fortunato: si tratta di “Paperopoli”, un romanzo molto forte, intenso e avviluppante che usando la metafora del mondo disneyano descrive con un realismo senza pudori un mondo visto con gli occhi di una lucida e disperata dipendenza dalle droghe artificiali. Bellissimo!



Prosegue e si conclude il nostro romanzo a puntate “degli sciacalli e della neve”, dove lo sciacallo ha capito ormai troppo bene di non essere solo, nella nave che aveva creduto deserta, e nella disperata ricerca dell'archivio si trova di fronte a spazi che si fanno sempre più grandi, e a un passato che si fa sempre più scuro. Il bianco accecante della nave sconosciuta, il misterioso inseguitore, il ritrovamento di strane e commoventi lettere indirizzate alla sua Gemunan, lo accompagnano in una calata nell'inferno che sembra senza ritorno, e, quel che è peggio, senza senso. i suoi ricordi si stanno perdendo per i corridoi della nave. Alla fine forse troverà qualcosa che fino a quell'estremo momento aveva conosciuto solo sotto forma di parole.
I RACCONTI


Lepre, da pochi giorni ha compiuto quindici anni, ma nella brigata dove combatte tutti se ne sono dimenticati, lui compreso.
Porta munizioni e ordini da una postazione all’altra, da un sentiero al costone di roccia, dalle sponde del torrente agli avvallamenti dietro i pascoli.
È il collegamento fra la voce del capitano e le orecchie e i muscoli dei suoi uomini.
Quando la Beltrami parte all’attacco, quando i compagni si attestano e le pallottole iniziano a graffiare le cortecce degli alberi e ad infilarsi con un tonfo secco nel ventre del bosco, lui fa la spola da una squadra all’altra, comunicando gli ordini che il Capitano Giulio impartisce. E li sussurra piano all’orecchio, oppure li urla da una decina di metri di distanza. E questa è la cosa che gli piace di più perché gli sembra che sia lui a comandare, a far muovere gli uomini o a far sparare il compagno Orso, che prima faceva il boscaiolo su in qualche alpeggio e ora si ritrova tiratore scelto e comunista.
Così combatte Lepre, correndo, con una pistola arrugginita in pugno, ripetendosi in mente gli ordini del suo capitano.
40 giorni prima, l’impresa era riuscita. I nazifascisti, nonostante l’artiglieria pesante montata su un treno blindato, vengono cacciati fuori dalla grande valle, oltre Ornavasso, centinaia sono quelli arrestati dai ribelli. I giustizieri sono abbondanti così come lo furono le ingiustizie, decine sono le fucilazioni dei gerarchi.
Giovani partigiani scesi a Domodossola mandano baci alle ragazze ai bordi del Corso e cantano le canzoni delle brigate, con i fazzoletti al collo, i pantaloni logori, i visi ancora cotti da un estate passata in montagna.
Il 10 settembre del '44 nasce la repubblica dell'Ossola, primo territorio liberato dal fascismo senza l'aiuto delle forze alleate, senza aviolanci di armi e approvvigionamenti.
Covo di comunisti, libertari, banditi. Su questo punto, americani, inglesi e tedeschi la pensavano più o meno allo stesso modo.
Un grande cartello bianco scritto con vernice nera veniva sistemato dai fascisti sulla statale 33 del Sempione a due chilometri da Gravellona Toce: "ZONA RIBELLE - Achtung - Banditen".
Avevano ragione, c'era da stare attenti.

[...]


Un racconto di eroismo partigiano pieno di sentimento e sigarette staccate dalle labbra appena prima della battaglia.
Una scrittura che rende bene la tensione, il tormento e l'esaltazione di un gruppo di partigiani, in particolare il conflitto che vive un giovanissimo combattente: non ha mai fatto altro se non portare ordini, munizioni e provviste e si trova improvvisamente a "dover" utilizzare una mitragliatrice infrangendo gli ordini ricevuti.
Una scrittura secca, ma tuttavia ricca e coinvolgente che ti fa entrare nelle righe dello scritto e ti rende compagno di Giulio, di Lepre, della signorina Picchi.
Una piccola storia che si incastra in una storia più grande, quella di tutti coloro che ad un certo punto della propria esistenza si trovano a fare qualcosa di più grande di loro: è la storia "particolare" quella di cui i manuali non parlano, quella che si affida alla penna salvifica di chi gli garantisce un futuro.
Il richiamo, per analogia, ai fatti di Genova, non mancherà di suscitare riflessioni.


Manca un minuto alla fine
Un minuto, un cadere di goccia.
Quanto è distante?

Sylvia Plath, Arrivare là

Sono qui. Sono qui. Fate presto.
Il mio unico pensiero da quando ho cessato di vivere.
Sono qui. Non lasciatemi sola a marcire in questo posto brutto. Non voglio che il mio corpo si sfaldi in questo fosso, mangiato dagli insetti, sotto un cielo livido ed estraneo. Voglio una bara e una tomba come tutti gli altri, un posto sul quale la mamma possa venire a piangere e pregare. Voglio quella che si chiama una “degna sepoltura”. Quindi fate presto, per favore, perché si sta avvicinando la notte ancora una volta e c’è troppo silenzio.
Non so cosa mi stia succedendo. Il mio corpo è qui, allungato dentro un fosso, immobile, le braccia lungo i fianchi, le gambe distese, un piede intrappolato sotto l’altro, ma il mio pensiero fluttua e rimbalza nell’aria, leggero, vede le cose intorno. Non sono morta?
Eppure è successo. Lo so, ricordo bene. Una pietra calata con forza sulla mia testa, un solo colpo efficace. Poi quell’uomo mi ha trascinato lungo la campagna per alcuni metri e mi ha gettato nel fosso con uno spintone. L’ho visto. L’ho visto accendersi una sigaretta e fumarsela una boccata dietro l’altra, e guardarmi negli occhi come se mi stesse dando un gelido bacio d’addio. Prima di andarsene è rimasto lì ancora per qualche minuto, il suo volto stagliato nel cielo, immobile e senza emozioni. Mi ha guardata come per accertarsi che fossi veramente morta. Non aveva paura di me. Perché avrebbe dovuto, ero morta, no? Poi l’ho visto andarsene per la sua strada e lasciarmi qui come una seccatura inutile in una notte uguale a cento altre.
Adesso può tornarsene ai suoi massacri quotidiani in ufficio, quelli attuati non con pietre e pugni, ma con sorrisi e cordiali strette di mano senza spargimenti di sangue.

[...]


Il racconto parte da uno spunto interessante, di immaginazione post-mortem: due occhi sbarrati che continuano a fissare il mondo, vivi in un corpo morto. Attraverso lo sguardo di una giovane donna assassinata rivediamo la violenza ma soprattutto "sentiamo" lo strazio di un corpo oltraggiato attraverso una scrittura precisa, controllata, calibrata, senza nessuna sbavatura, capace di raccontare il mondo interiore, le sfumature emotive, i moti dell'anima.
Una storia che genera rabbia impotente di fronte all'orrore e insieme aumenta la nostra sensibilità, grazie a un' attenzione particolare per il corpo ed i suoi umori.
Una polaroid da indagine poliziesca che dà voce alla vittima perché possa raccontarci le cicatrici e il dolore - ed insieme perdonarci l'ulteriore oltraggio ad un corpo al quale ancora non è concesso di riposare in pace.


Luigi riempì la tazza di caffè freddo. Davide aspettava in piedi, dietro di lui. Muoveva le gambe di continuo in una sorta di eterno correre nella sua immobilità. Aveva un occhio che andava per conto suo, in alto a sinistra dell’orbita; l’altro era fermo, nel centro esatto. Con il primo osservava il contorno, le pareti, i lampadari, i quadri; con il secondo le persone e le cose. Gli occhiali erano obliqui, storti e troppo grandi. La pelle del viso era rovinata, a volte cosparsa di qualche punto bianco che non si riusciva a capire cosa fosse. La barba era tagliata solo in certi punti, in altri cresceva incolta, si arricciava e si univa ai peli del petto, che uscivano dalla maglietta e arrivavano a coprire quasi tutta la gola. Tutto il suo corpo tremava. Sempre. Senza mai una pausa. Un tremolio costante, privo di scossoni.
Prese la tazza con due mani. Intervallava ai piccoli sorsi alcune parole sconnesse: bestemmie, ingiurie, preghiere. Nessuno più ci faceva caso.
“Telefoniamo alla signora Antonia?” chiese dopo aver appoggiato la tazza sul tavolo. Dondolava a destra e a sinistra mentre attendeva la risposta.
“No, me l’hai chiesto cinque minuti fa” disse Luigi mentre lavava alcune posate nel lavandino.
“Telefoniamo alla signora Antonia?”
Silenzio.
“Telefoniamo alla signora Antonia?” ripeté ancora. Due. Tre. Cinque volte. Con lo stesso tono, senza innervosirsi, in una sorta di cantilena che avrebbe potuto durare all’infinito.
“Davide, la signora Antonia è morta sette anni fa. Non la puoi chiamare, non le puoi parlare” disse Luigi guardandolo negli occhi e cercando con la voce di essere il più convincente possibile per non dover ripetere di nuovo la frase.
Si andarono a sedere nella sala dove c’era la televisione, lo stereo e alcuni giochi in scatola.
Luigi accese la TV e si sistemò sulla poltrona.
“Ieri notte sono venuti a prendermi in camera” disse Davide.
“Chi erano?”
“Quelli del Kgb”.
“Che cosa volevano da te?”
“Volevano che gli rivelassi tutti i miei contatti con i servizi segreti militari americani. Io ho resistito, loro mi hanno incappucciato e hanno minacciato di tagliarmi la testa. Per trenta secondi, mi sono immaginato senza testa. Poi se ne sono andati” disse tutto d’un fiato con l’occhio che girovagava su tutta la parete.
[...]


Dialoghi è proprio questo: un dialogo, tra due uomini. Un asciutto resoconto di un interno dove le reciproche emozioni si scontrano su livelli di differente realtà in bilico tra follia e normalità. Uno scambio di battute che poco alla volta fa avanzare la storia e ci fa comprendere un brandello delle vite di questi due uomini, lasciando tutto il resto nel campo dell’intuizione. La narrazione appare emotivamente distaccata, ma non toglie nulla alla descrizione della situazione e dei personaggi. Il dialogo diventa lo spiraglio da cui sbirciare tutta la vicenda, il luogo oscuro da cui osservare la realtà e immaginare ciò che non si può vedere.

Ne risulta un frammento, un attimo nella vita dei due protagonisti, sufficiente a dare un senso e un’interezza al racconto.


Cazzo, quanto fa freddo.
Freddo di merda.
I vestiti.
Subito i vestiti di ieri sulla pelle umida da letto.
Anche i vestiti sono umidi. Freddo.
Alba fuori.
Buio dentro.
L’intontimento e il freddo della mattina sono amici.
Spengono le voci.
No, le fanno solo sentire meno.
Si sente solo il freddo.
Ma finché la porta è chiusa a doppia mandata va bene.
Va bene.
Va quasi bene.
Freddo, merda. In bagno, subito, acqua calda.
Blocco. C’è qualcuno in bagno?
Samira ferma in piedi in mezzo alla stanza, davanti alla porta del bagno, chiusa.
Minuti.
C’è qualcuno in bagno, sicuro.
Si sentono persino i rumori: c’è un uomo in bagno.
Trema.
Il freddo o le voci?
Tutti e due.
C’è un uomo in bagno.
Ma io mi so difendere, io.
Non l’ho mai mollato.

[...]


Un racconto breve che parla di un’esperienza dolorosa, di vite spezzate, di soldati. Samira è una giovane profuga, sappiamo poco di lei. Sappiamo che ha alle spalle un passato di guerra e violenza che si porta addosso come una condanna eterna al dolore. La sua storia è raccontata con un ritmo secco, capace di rendere perfettamente la sensazione di animale che pensa unicamente a sopravvivere, che è diventato solo una preda in un mondo di carnefici e non può vedere altro che questo. La drammatizzazione in punta di piedi del quotidiano finisce per spiegarsi con il passato, per poi tornare a chiudersi sul presente, come una condanna a vita. Samira è un racconto duro, triste ma non patetico, che impegna in maniera intima e il modo poco comune in cui lo fa, attraverso una prosa sincopata e ficcante, accresce il suo valore.

I ROMANZI


Bianco e nero.
È solo uno di infiniti giorni. Non so quando sono iniziati. È solo un momento di infiniti momenti.
Il tempo si contorce nelle stesse vignette. Come un fumetto senza fine, senza inizio. Questa è solo una delle infinite vignette.
Allora. Primo piano. La mia faccia. Sudo. Goccioline. Sfondo bianco. A quadri.
Poi allarga. Questo sono io. Sudo. Mattonelle dietro di me. Una rete infinita di quadri.
Visione completa. E si capisce il luogo: un cesso. C’è odore di merda, disinfettante, fumo .
E l’odore unto della stazione.
Me ne sto in piedi. Guardo davanti a me, il pavimento. È inclinato. Sento la pendenza che porta i rivoli di umido verso lo scolo là in centro.
Guardo il pavimento, in un punto vuoto.
Primissimo piano. Un fischio: una frenata di treno. I miei occhi si voltano. Hanno spavento dentro.
Ma è solo uno di infiniti spaventi. Solo il seme di infinite paure.
Torno a guardare per terra.
Tengo solo una parte dell’occhiata diretta verso la porta.
Sudo. E non si capisce più se le goccioline sono per il caldo o per la paura.
A colori!
Una finestrella sopra di me. L’unica apertura verso il cielo di questo cubo fatto a quadri.
Vetri sporchi, incrostati di tempo. Un raggio fumoso del solei filtra nella nebbia del caldo.
Tre paperotti, sul davanzale all’interno, sorridono. Sono uguali ma portano cappelli e marsine di colori diversi. “Sei” dice il primo . “ … ancora …“ continua il secondo “…qui !?” finisce il terzo.
E poi altro triplice fumetto. Uno per ogni becco.
“Giochiamo – un po’ – assieme?”
Certo, dico io ma me ne sto fermo, rigido, a tenere la mia schiena contro il muro.
“Scemo…”- “…chi arriva…” - “…ultimo.” E cominciano a correre lungo il davanzale. Poi lungo il muro. Seguendo una linea orizzontale.
Ridono loro. Rido anche io nello scricchiolare della mia cassa toracica. Frenano con groviglio di zampe e piume sulla verticale dello specchio e del lavandino davanti a me.
Risate.
Vignetta lunga, verticale. Sopra i tre che sorridono. Sotto il lavandino otturato e pieno d’acqua. In mezzo lo specchio frantumato in una raggiera di vetri intorno al segno di un pugno. I tre guardano in basso, poi verso di me. “Forza!”, dico e loro con maschere boccaglio e pinne si lanciano nel vuoto.
Paperotti multipli nei riflessi delle schegge dello specchio caleidoscopico.
Tre schizzi d’acqua. Nuotano senza sporcarsi nell’acqua densa di sputi e capelli. Poi si mettono sul bordo, aiutandosi a vicenda ad uscire dall’acqua.
A testa in giù, corrono veloci sotto il lavandino, sulle tubature, fino al pavimento.
Slalom tra i resti di carta igienica, assorbenti e altro.
Una volta al centro, sullo scarico, nel fulcro delle linee concentriche della scacchiera del pavimento, si siedono sopra i loro fondoschiena pennuti, a zampe larghe e con le mani nelle mani: mi guardano.
Sorridono.
Bianco e nero.
Apro.
Ora è a colori!
C’è una finestrella sopra di me.Un raggio di sole filtra nella nebbia del caldo.
Tre paperotti, sul davanzale all’interno, sorridono. Sono uguali ma portano cappelli e marsine di colori diversi. “Sei” dice il primo . “ … ancora …“ continua il secondo “…qui !?” finisce il terzo.
E poi altro triplice fumetto. Uno per ogni becco.
“Giochiamo – un po’ – assieme?”
[...]


Paperino è un giovane tossico che vive nel lurido cesso di una stazione. Zio Paperone un orrido sfruttatore che lo paga in cambio di prestazioni sessuali. Ciccio fa le pulizie nella stazione ed è inchiodato a una sedia a rotelle, corroso dalla rabbia e dalla disperazione. Nonna Papera è un ricordo dolce, ma anche lei ha una vita dolorosa alle spalle. Questa la trama e i personaggi di Paperopoli, breve romanzo denso d’angoscia e di conti in sospeso con la famiglia del protagonista, gli amici, il passato, fallimenti e solitudini da affogare nelle fantadroghe. La felice intuizione di trasfigurare il mondo disneyano, da tutti riconosciuto come simbolo dell’infanzia e dell’innocenza, fa di questo romanzo un’opera disturbante e originale. La scrittura è impastata di vertigine e allucinazione ma riesce sempre a mantenere il controllo e il giusto ritmo.

Una delle cose migliori che ci sono arrivate fino a oggi.

IL ROMANZO A PUNTATE


Immagini

Non ho immagini di te. Non ricordo chi, che cosa tu sia. Non so neanche se sei solo un insieme di segni o un essere davvero vivente, e pensante. Per il momento sei solo un mistero. Un dolce mistero che già mi culla nell’attesa.

Appena una parola, un nome, impresso dal nulla nella mia memoria, che ora mi accarezza i pensieri: G E M U N A N

Gemunan.
Sono qui. So che sono qui. Mi posso sentire. Non so chi sono.
Gemunan. Per il momento solo un nome. Quasi un nome. Gemunan. So che le nostre vite, i nostri nomi, le nostre storie sono legati. So che da qualche parte ci dobbiamo incontrare. Non so altro. Non conosco nient'altro.
Nude pareti, opache, una luce che mi pervade. Che pervade ogni cosa. È quello che posso vedere. L’unica porzione di mondo che ora conosco.
Questa luce. So che forse dovrei sentirne la minaccia. Ma ho il sospetto che la sua minaccia non mi possa toccare. Credo che il suo effetto appartenga a un altro corpo, ormai. Ma non so cosa questo possa significare.
Non ho immagini di te. Non ricordo chi, che cosa tu sia. Non so neanche se sei solo un nome o un essere davvero vivente, e pensante. Per il momento sei solo un mistero. Un dolce mistero che già mi culla nell'attesa.


1

Una stanza. Questa stanza.
Quanto spazio ho percorso. Quanto tempo ho impiegato.
Delle mani, delle mani che avevo con cui potevo stringere afferrare oggetti, altre mani, delle mie mani. Ora, delle mie mani, queste. Mani che non possono più stringere, ma solo appoggiarsi. Quante cose sono cambiate.
Camminare. Percorrere. Fermarsi, ripensarci e cambiare direzione. Andare avanti e indietro. Qui, su questa nave. Prima non doveva essere così, ricordo delle spirali, prima dei corridoi. Dall’esterno al centro. Dentro cerchi che diventavano altri cerchi.
Corridoi. Gambe. Camminare. Gambe che camminano corridoi. Dentro questa nave. Questa nave. Perché questo posto, dove corridoi e questa stanza si trovano, è una nave.
Come ci sono arrivato.
Cose che sono cambiate. Come erano prima. Prima di cosa. Quando è stato, prima. Quando è stato. Tempo che è passato. Tempo e spazio che ho percorso.
Cose che ho dimenticato.
Ora sono qui. Qui è dove?
Dove sono?


[...]


Gli Speciali: WM1 e WM4 recensiscono 3UP


WuMing1


Quando iQuindici ci dissero che, fra tutti gli "scrittodattili" (copyright Benni) ricevuti, ce n'era almeno uno che meritava d'esser segnalato a un editore, decidemmo di non leggerlo, perché la nostra ambasceria a Stile Libero fosse la più "neutrale" possibile. Abbiamo tenuto fede a quell'impegno con noi stessi anche quando Severino Cesari ci ha chiamato dicendo che gli era piaciuto e volevano pubblicarlo. Non lo abbiamo letto nemmeno dopo aver conosciuto l'autore. Abbiamo aspettato che il romanzo uscisse, per leggerlo da lettori, al pari di altre migliaia di lettori, anziché da addetti ai lavori.
Credo sia stata una saggia decisione, in primis perché il ricordo del libro è ancora fresco nel cerebro, in secundis perché nel frattempo sono usciti diversi romanzi sui Seventies italiani (alcuni già sedimentati come La banda Bellini) ed è più facile capire la differenza tra questo e quelli.
Tre uomini paradossali (d'ora in poi 3UP) è stato scritto nel 1993, parzialmente riscritto nel 1998, ed è rimasto "nel cassetto" finché De Michele non ha deciso di spedirlo a iQuindici. Il fatto che venga pubblicato solo ora crea strani echi e paradossi: prima che Jean-Claude Izzo pubblicasse la sua "Trilogia di Marsiglia" e Carlotto scrivesse i suoi romanzi dell'Alligatore, De Michele anticipava alcuni vezzi di entrambi. Uscendo adesso, 3UP sembra ispirarsi ai suddetti, ma solo se uno non fa caso all'anno in cui fu scritto.
D'altro canto, nel '93 questo libro sarebbe stato un'anomalia, poco appetibile per un grande editore: all'epoca c'era meno attenzione per il noir e l'hard-boiled, e troppo poco interesse per gli anni Settanta (non abbastanza remoti per un revival) e gli anni Ottanta (ancora troppo vicino il malodore). Sì, perché in realtà 3UP parla degli anni Ottanta, ma andiamo con ordine.
Un'altra cosa: ho letto 3UP due settimane dopo dopo aver consegnato New Thing all'editore. Nel mio romanzo solista, a un certo punto compare una banconota da cinquecento lire con qualcosa scritto sopra (un nome). Anche in 3UP compare una banconota da cinquecento lire con qualcosa scritto sopra (un numero di telefono). Ho segnato la pagina del sopralluogo a casa dello Strabico con un gigantesco punto esclamativo!




WuMing4


Tre uomini a zonzo (per Bologna).
Tra le varie angolazioni da cui si può leggere 3UP, scelgo quella "psicogeografica". Mi avvantaggia il fatto di essere bolognese da sempre e questo mi consente di sviscerare qualcosa che magari agli occhi di un lettore extra-cittadino è più difficile da cogliere.
Tre uomini paradossali (titolo emblematico, dichiarazione d'intenti sull'inverosimiglianza, o meglio sulla verosimiglianza "forzata" dei protagonisti) fotografa la città agli inizi degli anni Novanta senza calcare mai la mano, senza stereotipare, senza dilungarsi su cosa è atmosfericamente bolognese oppure no. Tuttavia alcune cose vengono dette, evocate, a chi ha orecchie per intendere, a chi c'era e a chi c'è. De Michele lo fa con la levità dei bravi scrittori: gli scenari urbani, e i sentimenti che ispirano, sono scelti con estrema cura. Si potrebbe dire che il romanzo si sviluppa su zone, punti nevralgici che hanno inevitabilmente un senso anche simbolico.
Ci sono i colli fuori porta, il quartiere dei ricchi e degli arricchiti, dove i vecchi blasoni si mescolano alle targhe di professionisti e faccendieri. Ogni città ha un luogo del genere, circondato dal verde e da cui si gode una meravigliosa vista del centro, contemplato dall'alto, concupito, da quel ceto alto-borghese che appunto "possiede" ma non "risiede", dimora ai margini, in una depandance tutelata e alberata.
Ci sono i vicoli del centro, dedalo medievale che aveva da poco finito di ostruirsi di barricate, dove si consuma un omicidio politico alle soglie degli anni '80 e con cui si apre il romanzo.
C'è il Parco Nord, la grande spianata alla periferia urbana, dove il Luna Park e la Festa de l'Unità si contendono lo spazio e si mescolano senza soluzione di continuità, come fa notare sagacemente il protagonista. Una fotografia della Bologna dei primi anni '90, tronfia, adagiata sugli allori di un passato lontanissimo, di un partito unico talmente sazio di se stesso da non accorgersi della terra che si scava sotto i piedi e del baratro che l'attende alla fine del decennio. Nello stesso spazio, proprio accanto, il primo grande divertimentificio a cielo aperto made in Bologna, emblema di chi è uscito dalla Grande Ribellione lasciandosi tutto alle spalle e mettendosi in buoni affari con gli avversari di prima, magari reinvestendo all'estero i lauti guadagni. Là dove non poteva giungere la lotta armata e dove non è giunta la politica possono arrivare i soldi.






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