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secondo numero
INCIQUID 2
2004


Non vi sarà forse sfuggito che in questo periodo si parla molto dello stato della letteratura italiana contemporanea. Anche se iQuindici sono piuttosto estranei alla critica letteraria tradizionalmente intesa, abbiamo pensato di dare anche noi un contributo pubblicando su questo numero alcune cose interessanti: la prefazione all’antologia “La qualità dell’aria” scritta da Nicola Lagioia e Christian Raimo appena uscita con Minimum Fax, una disamina di Davide Malesi uscita qualche giorno fa sulla rivista Origine, e dulcis in fundo un commento scritto da uno di noi, a partire dallo spunto di un pezzo di Lello Voce uscito sull’Unità. L’argomento è infinito, e molti degli articoli apparsi sulla stampa se li avete persi potete leggerli sul sito www.miserabili.com dell’infaticabile Giuseppe Genna. Continueremo probabilmente a parlarne anche nelle prossime uscite, se volete intervenire mandateci un contributo in redazione

I RACCONTI:
In questo secondo numero di INCIQUID altri quattro racconti che ci sono piaciuti nel mare magnum di quelli letti. “Cosa c'entra quel bambino”, una storia “generazionale” che affabula in modo un po’ delirante e parla di quello che abbiamo intorno. “Training” un percorso in treno dove si viaggia dentro e fuori sé stessi con un’ironia molto scazzata. “Rumori di fondo” un cortometraggio emotivo fulminante su una relazione di coppia, e “Midsommar” dove la vita di due persone diverse e sconosciute ha un breve e tragico punto di incontro.

I ROMANZI (Incipit):
Per la sezione INCIPIT, i nostri romanzi in cerca di editore, ospitiamo altri due lavori che ci hanno tenuti per giorni incollati ai fogli A4, per motivi diversi. “Tu che hai fatto per me” di Nicolò La Rocca è un romanzo di grandissimo respiro, forza e bellezza, ambientato in una Sicilia “verissima” ma con atmosfere da provincia nordamericana. “Casseur #1” di Valeria Brignani è un romanzo vitale ed esplosivo che gronda amore e speranze ad ogni riga; è un’ode alla ricchezza e alla magia della vita, un poema per tutti i ragazzi che combattono per qualcosa.
Chiudiamo in bellezza anche questo numero con una gustosa (e prestigiosa) anteprima: l’incipit del romanzo “Tre Uomini Paradossali” di Girolamo De Michele, un noir eccezionale, denso e intrigante, che iQuindici hanno segnalato con successo a Einaudi Stile Libero, in uscita per la fine di aprile con almeno due obiettivi importanti messi a segno: pubblicazione in copyleft e stampa sulla stessa carta ecologica pretesa da Wu Ming2 per “Guerra agli umani”. Se vi pare poco…..

IL ROMANZO A PUNTATE:
Prosegue il romanzo a puntate “degli sciacalli e della neve”, dove il riparatore-detenuto si addentra nella nave sconosciuta e la trova, inspiegabilmente, deserta.
Li chiamano sciacalli, ma sono riparatori. Alcuni di loro sono chiamati monaci, altri - folli o semplicemente sognatori - mistici. Molti di loro non sono altro che detenuti, e quello che fanno non è altro che scontare una pena. Vivono in un mondo che non vedono, di cui non sanno nulla, eppure non possono fare a meno di raccontarlo, di cercare di interpretarlo. O, nel caso del nostro narratore, di ricordarlo, e il tentativo di attaccarsi alla realtà si scontra continuamente con la labilità del ricordo. Ora, però, forse, c'è un modo di capire, di dare un senso a un passato quasi dimenticato. Dopo lunghissimo tempo, infatti, una nave misteriosa ha chiesto soccorso.



I RACCONTI


Siete sul divano. Guardate lo schermo e fate trentatré anni in due.
Tirate una volta uno e una volta l’altra da una sigaretta accesa. Credete che se la vita ha un senso – se ce l’ha – quel senso è: «NON DIVENTARE COME I TUOI GENITORI».
Assolutamente.
State fumando proprio perché i genitori in questione sono via, e voi due: no.
Vi hanno detto che siete fratello e sorella (non importa a nessuno se ci abbiate creduto o meno) ed è questa una di quelle sere A Casa Da Soli. Avete messo su una videocassetta di quelle che non si guardano mai – di quelle comprate o da mamma o da papà, di certo non da uno di voi due – giusto perché questa cosa del fumare non sembri tanto ma tanto trasgressiva. Perché l’avete capito anche da soli che si deve fumare prima di tutto per abitudine. Sennò non vale.
Quella di voi che non ha la sigaretta si è sdraiata pancia-in-su. L’altro scenera in un fazzoletto e chiede che stai facendo.
Niente, rispondete, aspetto uno starnuto.
Aspetti uno starnuto e poi, chiedete.
Aspetto uno starnuto e quando arriva, spiegate guardando il soffitto, quando arriva chiudo gli occhi e lo faccio. E dopo un po’ lo sento che torna indietro, dite, gocciolina dopo gocciolina sulla mia faccia. È divertente, aggiungete sorridendo.
Tu sei matta, vi dite e poi ridete tra voi fratello e sorella, mentre sullo schermo scorrono le immagini di questo film che non vi ricordate più come si chiama – c’entrano un certo numero di scapoli e un certo numero di bebè, questo ce l’avete presente, anche se non ricordate più quanti degli uni e quanti degli altri – ma già sapete (dopo soli trenta minuti di visione) che questo film è una palla mostruosa, visto che parla e-sat-ta-men-te di quello che promette il titolo: “X scapoli e X bebè”. E sai che roba.
Di voi due è il maschio il primo a gettare la spugna: fate il vostro ultimo passaggio e dite a vostra sorella che non ne potete più. Quindi prendete il telecomando e domandate ad alta voce se su ItaliaSette le trasmettono ancora, le pubblicità dei telefoni erotici. Quella di voi che ha ora la sigaretta si alza per spegnerla nel solito fazzoletto, e poi lamentarsi che lei, quelle schifezze, non le vuole proprio vedere.
Lo dico a mamma e a papà, dite a vostro fratello senza sorridere, se cambi canale.
Ma non rompere, rispondete già spegnendo il videoregistratore, mentre vostra sorella salta su dicendo di fermarvi che ha visto qualcosa. E vi chiede se l’avete visto anche voi, nel film, quell’affare.
Ma cosa, chiedete a vostra sorella senza cedere un solo millimetro del telecomando.
Torna al film, dite quasi rovesciando cenere e cicca dal fazzoletto, sul serio: ho visto una cosa.

[...]


La storia parte da una commedia americana, remake di una commedia francese, dove “c’entrano un certo numero di scapoli e un certo numero di bebè”, di un errore forse voluto, e di due bambini (Voi) che crescono. Ma anche di molto altro. Talmente altro che una delle recensioni che questo racconto ha ricevuto è lunga una volta e mezzo il racconto stesso, e altrettanto lunga è stata la risposta dell’autore. Questo racconto non è “perfetto” ma è denso, intelligente, pungente, politico ma allo stesso tempo assolutamente concreto. C’è ironia e anche un po’ di delirio (che si apprezzano molto quando l’autore legge se stesso, provate per credere). La parte iniziale dove il linguaggio intreccia prima e terza persona è scritta davvero bene, costruita ma contemporaneamente anche molto naturale, molto fluida. Ed è bella anche la questione del fantasma del film, che in realtà poi non è altro che un’occasione per cercare di capire se e quali meccanismi si celano dietro le nostre vite, se e come le realtà da individuali diventano collettive, come da persone ci si trasforma in generazione.

Partire è stato più difficile del solito.
Forse è sempre così ma tendo a rimuoverlo. Questa volta tra lo stomaco e gli occhi non c'era separazione, crampi allo stomaco e occhi doloranti.
Per di più il viaggio in se e per sé non ha certo facilitato le cose.
Fino a Barcellona per lo meno.
Da lì ad Albacete è stato poi una noia a confronto. “Albacete? Caga y vete”. Questo mi ha detto prima di partire una ragazza spagnola che ho conosciuto al lavoro. Vuol dire "caga e vattene". Qualcuno si è inventato questo detto perché di sicuro dev’essere un posto molto carino e pieno di cose da vedere, da fare…come cagare una merda e andarsene subito, insomma. Ma Elio adesso vive là e mi aspetta.
L’ho chiamato prima di partire

Ciao, sono io. Come va? Mmm. Be’, io non tanto. Sto male, sto abbastanza male…pensavo di venire lì. Ma dimmelo se è un problema.
Vado da un’altra parte …


Dall’altra parte della cornetta

Ti sto aspettando. Ti stavo già aspettando, smettila di parlare e prendi ‘sto treno.


Mi hanno prestato dei soldi. Poi ho fatto lo zaino. Ho racimolato tutti gli spiccioli che avevo in casa e li ho messi nel marsupio. Alla stazione ho cambiato dei franchi svizzeri che avevo imboscato in un cassetto l’anno scorso. Li ho usati per pagare il biglietto. Il bigliettaio era uno stronzo ma non avevo le forze per dirglielo. Me ne sono andata senza dire niente.
Alle sei di sera sono salita sul treno che va verso la Spagna. Binario 8.

Primo treno.
Nella carrozza un monte di gente pendolare che torna a casa dall’ufficio, con le borse dello shopping, del cambio di scarpe, con i giornali pieni di foto e in bocca le prime riflessioni sui regali di Natale. E gli studenti dell’università sono sempre molto alla moda. Scrivono a ripetizione messaggi col telefonino e quando li chiama la fidanzata sorridono e parlano piano.
Questo primo treno non va per niente in Spagna. Tanto per cominciare con questo treno arrivo solo a Cuneo. Dopo cambio. Di cambi ne ho da fare almeno tre.
Da Cuneo in poi sembra veramente di andare lontano. E dopo, più o meno a Ventimiglia, l’essersi allontanati diventa certezza, quando la polizia francese in genere fa scendere dal treno il primo gruppetto di clandestini.
[...]


Sarcastico, divertente, soprattutto per quel tono “scazzato” che lo percorre. Ben scritto, molto fluido, con tono e ritmo azzeccati, delicatezza ed equilibrio, e soprattutto personaggi ben definiti e “veri”, che agiscono ed interagiscono: nonostante siano appena abbozzati, sulla pagina hanno una resa efficace e completa. Descrizioni da cortometraggio, affondi di ironia, sospensione del mondo interiore della protagonista, resa degli odori del treno e delle sue atmosfere molto speciali, soprattutto notturne, si associano a un finale più sensibile e attento, venato di tristezza ma senza entrare nei particolari, così che non descrivendo la causa del dolore della protagonista fino alla fine chiunque può mettercene una sua, e leggere il racconto empaticamente


Siamo a metà del secondo film quando un black out ci lascia privi di alibi. Anche il ronzio del frigo s’è zittito, e non v’è più riparo, nessun rumore tra i nostri corpi nudi, nulla che offra, garantisca oblìo.
Da mesi ormai ci trasciniamo da un film all’altro, da una canzone all’altra, pur di non dirci nulla. E’ un mondo solo di vezzeggiativi, anche adesso ne consumiamo qualcuno già liso e sfibrato dal tempo.
Le labbra di Laura sul collo sono una richiesta d’aiuto che non so raccogliere, così finisco per alzarmi e andarmene in finestra.
“Com’è?”, domanda Laura.
“Buio tutto il quartiere”, le rispondo. Poi stiamo due minuti zitti e fermi, mentre il silenzio ci racconta calmo tutto ciò che non siamo più.
“Alessio, vieni qui, dài, torna a letto”. La voce è quasi un soffio, una preghiera.
Ci nascondiamo in un amplesso muto, ma è come spostare il re sulla scacchiera in attesa del matto. Cerco parole d’amore che devo aver smarrito in qualche smagliatura dell’anima. Vi trovo soltanto una gran pena di noi, ma non parole e gesti per agirla.
E nel vano rifugio d’un abbraccio sento l’intera vita sfaldarsi, non ho più un nome né un’identità.
Le mani di Laura tentano timide la strada dei miei fianchi: è più un estremo appiglio che un gesto di lussuria. E la luce che rigiunge improvvisa dalle finestre sembra fissare il suo orgasmo in un grido muto di sollievo, mentre il suono degli elettrodomestici che tornano in vita dice che forse siamo salvi, c’è tempo ancora, ancora tempo per tacere.
[...]


Brevissimo racconto sulle paure e sugli alibi che ci creiamo per rimandare il momento in cui riuscire a chiudere una storia. Il tutto reso in modo emozionante in davvero poche parole. Anche se il genere intimistico non incontra i gusti di molti di noi, abbiamo scelto questo racconto perché secondo noi meritava un’eccezione.


Calzettoni marroni. Stanno male coi pantaloni blu. L’ultimo paio pulito che ho. Ho già saltato tre volte il turno di lavanderia. Jan-Erik è passato anche ieri per andarci insieme. Come se non fossero giorni che non gli apro più quando suona alla porta. Lui e i suoi squallidi venerdì sera dei divorziati. I bucati li farei se avessi tempo. Ma il tempo passa e basta, e io l’ho passato sulla sedia, e non ho fatto in tempo a fare niente. Adesso se ne occuperà qualcun altro dei miei panni sporchi, o forse li buttano e basta. Questi qui marroni sono troppo pesanti per il gran caldo di oggi ma vabbè. Bisogna ringraziare che è caldo. Devo fare poca strada. Fino alla stazione della metro. Dove le ho detto ciao l’ultima volta. S’era così arrabbiata quando mi aveva visto che la sbirciavo di nascosto da dietro la colonna. Ma io la volevo solo guardare, vedere se si era legata i capelli con il nastro di raso rosso che le avevo dato io. Le ho fatto ciao con la mano ma non mi ha risposto. Non lo portava il nastro allora, Anna Karin. Ma ce l’aveva quando l’hanno ripescata nella baia.


Sono passati vent’anni dal ‘92. Il cambio di secolo sembrava lontano perché nell’immaginazione collettiva avrebbe dovuto portare una qualche accelerazione fantascientifica della tecnologia di cui non c’era in quel momento alcuna traccia. E infatti non ci fu. Era stato solo buon cinema.
Ero a Stoccolma quasi per caso, qualche bacio a una ragazza svedese au pair di cui a Firenze esistevano almeno altre trecento identiche copie, in quei giorni di maggio. Rebecca. Non avrei mai pensato che sarebbe diventata mia moglie e madre del mio Tomas. Mi aveva raccontato di questa festa di Midsommar, Mezza Estate, celebrata al solstizio, che gli svedesi preferivano passare fuori città, nell’arcipelago di Stoccolma: migliaia di isolette di pietra rosso-ocra coperte da abetaie su un mare immobile blu cobalto. Dopo vent’anni che sono qui, l’intensità di questi colori mi commuove ancora, e continuo a fare ogni anno foto identiche degli stessi paesaggi, sperando un giorno di guarire da questa cromatica ossessione.

[...]


Una festa di mezza estate nell'estremo nord europeo. Due voci, intime, a volte sommesse, che raccontano due storie che sembrano inseguirsi, correggersi, e forse completarsi. Due voci che ci parlano da due punti di vista diversi dell'ineluttabilità del destino. Due racconti che hanno un limite, e un'origine, nella difficoltà di comunicare, che a volte può avere un esito di tragedia, in cui tutto è estremo, inaccettabile e irrecuperabile; altre, senza quasi che ce ne si accorga, con una memoria persa per strada, raccolta in gesti ripetuti e sempre uguali, può portare a un'accettazione passiva, quasi anestetica, della vita che ci siamo scelti. Una bella storia che vive su diversi piani, attraverso un intreccio di voci e di vite che si incontra e in parte si risolve nel terribile, straniante finale.

I ROMANZI


“Alzati…” gli ordino.
Ignazio mi guarda spaventato.
Zitto, devo stare zitto.
Lo so: parlo per darmi coraggio.
Mi scruta, con quegli occhi giallognoli, ma non mi pare che mi abbia riconosciuto: le cataratte, questo schermo gelatinoso che gli impedisce di vedere.
Con le mani descrive delle forme davanti a sé, gesticola, annaspa, si affatica inutilmente: fanno così i ciechi.
Ignazio, ci penso io, lo tranquillizzo, ora. E me lo carico sulle spalle, senza nessuno sforzo, tanto è esile il corpo del vecchio Ignazio e robusto il mio.
Le tre. A quest’ora dormono tutti in casa.
Devo stare tranquillo: ho previsto ogni cosa. Devo solo rimanere calmo.
Godo del mio buon profumo, tocco i miei muscoli tesi; appena un quarto d’ora fa ho terminato le ultime ripetizioni con il bilanciere da cento chili, su panca orizzontale. La carne fibrosa delle spalle pulsa sotto la molle pancia di Ignazio. Lui se ne sta ripiegato su di me come una coperta, senza fiatare. Ho un corpo straordinario: non avrò nessun problema nel fare quello che devo fare.
Il suo peso sulla spalla mi provoca appena un solletico, un fastidio da niente.
Devo arrivare in strada, caricarlo in macchina. È una piuma, sarà un gioco.
Nessuno in casa si accorge di me, dormono; anche se sono un gigante, mi muovo felpato meglio di un gatto.
E conosco le loro abitudini.
Prima di uscire allo scoperto ho aspettato che Giovanni, il figlio di Ignazio, cominciasse a russare. Ho aspettato che la moglie si zittisse, parla sempre quando si depila; e si depila quasi ogni sera. Ho aspettato che Laura, la cognata di Giovanni, la finisse con i suoi lamenti. E ho aspettato che Enzuccia, la figlia di Giovanni, spegnesse il computer. Cazzo, quella è stata collegata a un sito porno per almeno due ore, scaricava i demo dei video e poi li faceva girare sullo schermo. Un continuo succedersi di sospiri e mugolii. Possibile che nessuno in casa se ne sia accorto?
Comunque, ho atteso almeno un’ora prima di uscire allo scoperto. Tutto il tempo sdraiato sotto il letto di Ignazio.
“Zu ‘Gna”, gli dico mentre scendiamo le scale, “dobbiamo fare un viaggio”.
“Un viaggio?” Mormora.
Ha la bocca sporca, la bava bianca gli scola senza sosta, il moccio indurito gli ottura le narici. Ma è pulito, profuma di borotalco.
Lo afferro e me lo carico sulle spalle, la flebo attaccata al suo braccio si fran-tuma cadendo a terra. Ma gli altri per fortuna continuano a dormire.
Prima di uscire mi fermo davanti a un grande specchio: ammiro il mio corpo muscoloso che vorrebbe schizzare fuori della maglietta, la perfezione.
Scendiamo le scale, le ossa del costato del vecchio mi si conficcano nella car-ne, e avverto anche il ristagno di urina. Trattengo il respiro troppo a lungo, tanto da arrivare stremato alla base delle scale.
Mi prendo il polso e controllo le pulsazioni. Domani dovrò allenarmi meglio, nuove ripetizioni, caricare di più il bilanciere, correre più a lungo, cambiare la sessio-ne degli allenamenti, così non va.

[...]


“…è proprio la "normalità criminale"che mi interessava ritrarre. Inizialmente il propulsore principale della scrittura era l'oggetto del "fare qualcosa per un altro", ma a mano a mano che scrivevo il romanzo dovevo fare i conti anche con l'ambientazione, col contesto” (Nicolò La Rocca)

Ambientato in Sicilia, il romanzo di Nicolò La Rocca è un avvincente giallo dai personaggi ben delineati e dalla struttura sapientemente costruita, praticamente pronto per la pubblicazione e la sceneggiatura.
Una narrazione importante per quello che ha dire sull’oggi, su tutti noi, sui sogni del nostro tempo: la Sicilia di La Rocca è infatti una costola italiana del tutto simile alle altre regioni: televisioni accese sugli stessi programmi nazionali, ambizioni identiche nelle menti dei giovani, Veline e cocaina, sogni di potere e di rapido successo rendono i giovani siciliani del libro fratelli di sangue di un qualunque ragazzo della provincia milanese.
E’ un romanzo sui legami. Legami di sangue, d’affetto, di debito, di riconoscenza, di paura. D’amore e di mafia.
I personaggi, in ordine sparso: la famiglia Tortici, con tanto di fratello “matto”(Faulkner docet); un maresciallo innamorato; un magistrato del Nord (l’ombra di Sciascia); ulivi centenari; ragazzi dai muscoli torniti e dal cuore anestetizzato; una donna testarda e rabbiosa. E il paese, un viluppo in cui tutti conoscono tutti, si spiano dalle finestre, ascoltano i rumori degli appartamenti vicini- sono tutti parenti, sono tutti asfitticamente legati in un groviglio che non lascia spazio per decidere liberamente, per scegliere, per dire no.
Uno di quei romanzi che ti fanno andare di corsa fino all’ultimo punto e che poi, appena ci sei arrivato, ti fanno rimpiangere di aver corso così tanto.
Uno di quei romanzi che quando li finisci ti mancano.
Beato l’editore che lo pubblica.


-FATEVI SOTTO BAMBINI
OCCHIO AGLI SPACCIATORI
OCCHIO AGLI ZUCCHERINI-
-Militanz-
CCCP
1#R.E.V.U.E.L.T.A..: Memorie in technicolor di una casseur.
OS.T. IMPACT feat. TRIP “RELEASE THE WEAPON[hip hop mix]

Le bambine non possono entrare in Ascensore. Questa è la regola. Ma un giretto ogni tanto lo faccio lo stesso. Quando nessuno può vedermi.Entro dal Grosso Portone di Legno Rosso. Come una micia. Astuta ed invisibile. Basta piegarsi il più possibile. Non devo entrare nel campo visivo dello spioncino della porta del piano terra. E’ lì che abito, dietro a quella porta c’è la mamma che stira o lava i vetri col giornale o passa l’aspirapolvere o impasta la pizza. E io non devo fare casino perché non credere che una donna smetta di lavorare quando torna a casa, le donne non smettono mai di lavorare. Le mamme non riposano mai. E infatti io la mia mamma la vedo dormire solo quando andiamo a Ravenna dai nonni. E infatti lì è la nonna che non dorme mai. Le mamme riposano solo quando ci sono le nonne. Le nonne non hanno bisogno di dormire perché si rigenerano ascoltando Radio Maria con la testa china e muovendo le labbra e sussurrando cantilene. La mamma a Ravenna si riposa, ma poi torniamo a Varese e senza la nonna che cucina, stira, passa l’aspirapolvere, lava i vetri col giornale vecchio del nonno, non dorme mai e gli ritorna la ruga in mezzo agli occhi e sorride poco. Mi piacerebbe che fosse sempre come quando andiamo a Ravenna. Probabilmente le manca la sua mamma che fa la pasta al forno più buona del mondo. A Varese passo tutti i pomeriggi a disegnare alberi e fiori al doposcuola, non è il caso di seminare giocattoli per la casa, o fare rumore, guardando magari Pollon o Lupin, che posso guardare solo quando ho mal di pancia o la febbre e non posso andare a scuola. Dopo il doposcuola torno a casa da sola, ma a me non dispiace, mi piace girare per la Città Giardino e mi piace camminare, osservare, esplorare con lo zainetto tarocco della Barbie sulle piccole spalle esili e gli occhi spalancati sui grossi palazzi grigi, che anche se li apri al massimo e tieni le palpebre divaricate col pollice e l’indice, mica riesci a vederne uno tutto intero. Sono trooopppo alti. Dicono che a Milano ci sono palazzi ancora più alti, per non parlare di New York, lì li chiamano grattacieli, sarà vero? Chissà che ascensori hanno questi grattacieli. E chissà se neanche le bambine di New York possono salire sull’Ascensore. Se la fanno a piedi? Mavvvàaa… anche loro trasgrediscono la regola, come me. Magari anche loro abitano al primo piano, ma lo fanno giusto per il gusto di schiacciare tutti i tasti.

O.S.T. TECH ITCH “MINDKILLA”

In fondo al corridoio d’entrata del Vecchio Palazzo del Centro c’è l’Ascensore. Il mio Ascensore. L’Ascensore Proibito. Le mie TakeUp rosa sfiorano il pavimento senza fare rumore, come i cuscinetti rosa dei micetti di BabboNatale. Schiaccio il pulsante di chiamata, le porte di legno spariscono dove non posso capire. Entro. M’attillo alla parete. L’Ascensore ha l’interno in legno, la moquette rossa e un lungo specchio che riesco a raggiungere a malapena. Mi alluuungo. Con il medio, che è il più lungo, punto al tasto più alto. Ogni mio muscolo obbedisce al mio volere. Sembra veramente che, desiderandolo, il mio corpo possa acquistare quei, che ne so, due, tre o cinque o sei centimetri necessari per l’impresa. Magia! Gli altri bambini dicono che sono una nanetta. Ma vorrei proprio vedere a che tasto arrivano loro.

[...]


“In quegli anni i giorni correvano veloci, mi alcolizzavo con gioia infinita, impazzivo quando sentivo Kalashnikov di Goran Bregovic e piangevo guardando il Tg. Mia madre pensava fossi pazza…”

Qualcuno dei Quindici ha definito Casseur#01 “la risposta a quell’insulsa creazione a tavolino di Melissa P.” Lei, la protagonista, Capelli Di Pipì, si definisce una casseur: è una che scrive REVUELTA sulle pareti dell’ascensore; una che a sedici anni piange perché non può votare; una che a diciotto anni ringhia guardando il Tg. Una giovane donna che combatte, come sa e come può; figlia di proletari, con il veleno della lotta di classe nel sangue, che però non ne vuole sapere di teorie troppo “rosse”; una che non riesce a votare per nessun partito, che non può proprio fidarsi di quei signori, “nobiltà ospitata nel salotto di Vespa”.
Casseur#01 è un romanzo vitale ed esplosivo; gronda amore e speranze ad ogni riga; è un’ode alla ricchezza e alla magia della vita, un poema per tutti i ragazzi che combattono per qualcosa. I capitoli dedicati agli amici della protagonista sono doverosi tributi ai giovani, ai loro generosi slanci e alle loro inevitabili cadute.
Come loro, il romanzo è forse imperfetto, qualche volta pecca di ingenuità; ma ti prende per la mano e ti fa ballare, al ritmo di Kalashnikov, fino all’ultima riga.
“Di notte, i miei amis ed io, ci esibivamo in rocambolesche avventure casseur. Imbrattavamo chiese e palazzi e vetrine con scritte oscene. L’adrenalina e la gioia mi facevano sentire il senzariposo lavoro del cuore. Tum Tu-Tum. Sentivo il sangue che pompava dentro di me. Dopo il tramonto, con una bonza in mano, mi sentivo viva”.


1. NOTTURNO


– Disémela kí intra de nün: ona volta l’eva minga come al dí d’inkoéu…


…me ne sono accorto un pomeriggio, alla Casa dello Studente di Pisa. Si spettava il Gran Premio di automobilismo, e il telegiornale aveva parlato di un grosso incendio che divampava a Todi. Interruzione del programma, tigì speciale, e nel silenzio sospeso un mormorìo di apprensione – … Todi… Todi…: ed era invece la prima nave argentina colpita dai siluri britannici che affondava nell’oceano: boato di giubilo, pugni di esultanza a fendere l’aria, VITTORIA! VITTORIA!, tutti in piedi… E poi le Ferrari via a vincere sportello contro sportello, i polmoni dei marinai argentini a gonfiarsi d’acqua salsa…

…’cause the Times, They Are a Changing

…insensibilmente, gli autunni cessarono di essere caldi e le primavere fondamentali. Gli inverni li scoprimmo sempre più freddi, sempre più lunghi. L’estate, come prima, ci rimase buona per andare in vacanza…

…durante quegli anni furono venduti e acquistati titoli e azioni vaporose come gas leggeri, finché il grande Zeppelin, sollevatosi da terra, urtò contro le punte di cristallo del lampadario, ed esplose. Qualcuno si spazzò i detriti dalla giacca con un gesto della mano, altri rimasero sepolti, altri ancora pulirono il pavimento. Il gioco fu così divertente da essere replicato molte volte…

…per Natale la televisione regalò una rivoluzione in mondovisione, con divertimento e soddisfazione quasi unanimi. Un vecchio dittatore pietrificato in una smorfia di stupore scoprì che, anche nella televisione, non tutto è finzione…

…ragazzini troppo a lungo cresciuti nella bambagia smisero di mirare al cuore dello Stato colpendo il questurino, il portaborse o l’usciere di Montecitorio, mentre uomini senza volto, seri e maturi, passavono dalle canne mozze alle autobomba. In uno degli ultimi scampoli di asilo infantile un industriale morì durante un gioco più grande di lui, e di quasi tutti i partecipanti. Anni dopo il gioco fu ripreso per caso, e poi concluso da un omicidio per interposta persona. L’esecuzione fu affidata a me, ma non ne fui informato. Sono sempre stato troppo buono, uno di quelli che si fidano…

…alcuni cantanti continuarono a morire, come negli anni ’60, ma con meno clamore, in genere. Ian Curtis si impiccò, John Lennon fu ucciso a revolverate, David Crosby si convinse di essere la prossima vittima e fu arrestato con una pistola nella tasca della giacca (e centoventi chili di ciccia, più o meno), e quando si disse che Cat Stevens, convertitosi al partito degli dei ingiusti e sanguinari, aveva inneggiato all’assassinio di Salman Rushdie nessuno gli mandò a dire just relax, take it easy… Qualcun altro morì di cancro, ma i suoi amici non glielo dissero per non guastare lo show-business, il libro-remember, il film-reliquia e l’album già pronto per le esequie: finiti gli anni ruggenti e gli anni di piombo, anche la musica si adattò (non sempre) ai ritornanti anni di merda…


[...]


IL ROMANZO A PUNTATE


Non c’era nessuno.
Mi sono voltato e ho sentito un soffio d'aria allontanarsi da me. Non c’era nessuno: solo la sua scia. Ho cercato di inseguire quella scia fino alla fine del corridoio, l’unica direzione verso la quale portava. Poi l’ho persa. Qualunque cosa fosse, è entrata nel passaggio che porta al corridoio buio, e là non posso cercarla. Non posso più cercare niente, nel buio. L’unica soluzione sarebbe chiudere questo passaggio, e aspettarla fuori da quello successivo che dà sull’altro corridoio in luce. Non sarebbe però un prenderla di sorpresa. Avendo potuto seguirmi fin qui senza che me ne accorgessi fino a poche fasi fa, avendo una conoscenza di questa nave profonda e sicura come solo può averla un suo abitante, non credo io, che mi muovo a stento, che mi sembra di essere sempre nello stesso punto, di poterla stupire. Nel buio possono esserci passaggi che io non conosco, che portano a altri passaggi e altri corridoi, sopra e sotto, e forse ai livelli centrali. Dove si trova l’archivio.
Il mio lavoro in questi grandi cicli mi ha insegnato a aspettare. Non a stupire. Stupire, pedinare, scovare: tutto questo sarebbe mio compito in un mondo in cui potessi davvero meritarmi il nome con cui finora mi hanno chiamato. In questo mondo, però, a quanto pare, gli sciacalli aspettano, e basta. Quando ne hanno l’occasione svolgono il loro lavoro. E quando, con intenzione di farlo, non riescono, non resta loro che fuggire. Io, finora, ho scelto di proseguire una ricerca, su questa nave, e, inseguito o meno, se non mi si parerà davanti il mio inseguitore a impedirmelo, voglio portare a termine il mio compito. Raggiungere l’archivio.
Peraltro, dati i materiali che ho a disposizione, qualche pannello indicatore che posso staccare dalla parete, e i pochi attrezzi da riparatore che mi sono rimasti, nulla sarebbe per il mio inseguitore sgombrare l’eventuale passaggio ostruito e proseguire così la sua caccia.
Ho già deciso da molto tempo. Lo lascerò andare.

Ci chiamavano sciacalli, Gemunan, e avevano dato un volto almeno a questi esseri immaginari. Ora posso, almeno io, cambiare nome, mantenendo immutato il volto, e nutrire la schiera delle prede.
[...]


Gli Speciali: Storia della Letteratura Italiana Contemporanea


LA QUALITA' DELL'ARIA

di Nicola Lagioia e Christian Raimo


AA. VV., MinimumFax, Prefazione

Quando ci siamo incontrati un anno fa per un caffè, il pomeriggio domenicale di uno strano periodo durante il quale le maglie del terziario si stavano stringendo intorno alle nostre gole, avremmo dovuto chiacchierare semplicemente di: sorelle a cui non sappiamo fare da fratelli maggiori; amici temporaneamente scomparsi dalle mappe cittadine; vicende sentimentali impraticabili.
Ma venivamo da mesi in cui ci eravamo prestati – rigorosamente in coppia (una forma di autodifesa e di omertà) – a fare i galoppini per riviste che chiudevano al secondo numero; scrivere articoli per giornali nelle cui sedi non bisognava mai pronunciare la parola soldi ma dire sempre e inutilmente: “Poi, per quella cosa…”; buttare giù il soggetto di un sedicente “Billy Elliot” italiano” che fortunatamente non avrebbe visto neanche una pagina di sceneggiatura.
Era superfluo aspettare di finire i caffè per scrutarne i fondi. Sapevamo cosa aspettarci dalle prossime settimane. E tuttavia, questa frequentazione quotidiana aveva perlomeno avuto un merito: farci diventare simbiotici; per cui, senza dircelo, anche coattivamente amici. Avevamo sviluppato una visione del mondo che ci palleggiavamo di continuo e ci stavamo convincendo di essere capitati insieme nell’occhio di quel ciclone (o di quel riciclo) che era lo spirito sfranto dei tempi. E seppure dovevamo soccombervi, seppure non eravamo testimoni né partecipi di nessun 25 aprile o 8 settembre, seppure gli ideali per cui combattevano le migliori menti della nostra generazione erano un contratto a tempo indeterminato e la normalità dei cicli circadiani, seppure avremmo fatto volentieri a meno di ricordarli, i nomi di quei ministri che ogni sera in televisione sbagliavano la pronuncia dell’inglese, le addizioni a due cifre, le minime cognizioni di geografia e storia recente; ecco, seppure il contesto invitasse al rifiuto assoluto o alla narcolessia, avevamo una responsabilità: raccontarlo questo tempo. Decidemmo di scrivere una raccolta di racconti a quattro mani e ci salutammo doppiamente soddisfatti.
Ma appena arrivati a casa, ci facemmo una lunga telefonata. Noi due, riflettemmo, per quanto titanici, eravamo pochi. [...]




GEOGRAFIA DELLA LETTERATURA ITALIANA CONTEMPORANEA

Filiazioni, precursori, modelli

di Davide Malesi


1. Mutazioni in corso: temi, linguaggio e indirizzi del pubblico

Una geografia è, anzitutto, una mappa; dunque la rappresentazione di un territorio - giacché, come scriveva Alfred Korzybski in Science and sanity, “una mappa non è il territorio” (1). Tuttavia, la mappa è in rapporto col territorio che pretende di descrivere: ne è una trasposizione in segni e simboli. Dunque, se il territorio è la narrativa italiana a cavallo tra due millenni, la geografia che cercheremo di disegnarne sarà certamente incompleta - e offuscata perdipiù dalle incertezze di chi si reca in esplorazione di uno spazio tutt’altro che disvelato: ed anzi, in continua mutazione. Non sarà, questa nostra, una storia della narrativa: troppo ambizioso sarebbe l’impegno e troppo rischioso il tentativo. A chi sia interessato alla storia della letteratura italiana contemporanea possiamo suggerire un testo importante come La nuova narrativa italiana di Filippo La Porta ("Bollati Boringhieri"): quello che noi faremo qui è cercare di delineare un paesaggio possibile di ciò che succede, anzi sta succedendo, in questo momento. Non storia, dunque: semmai, geografia. Che mantenga tutte le caratteristiche e le funzionalità della mappa: e dunque non abbia alcuna pretesa d’esser “critica letteraria” ma rappresenti un oggetto che serve a darsi dei punti di riferimento.

Scegliamo di partire da un articolo di Mauro Covacich su L'Espresso del 7/1/2004 dal titolo Ho le vertigini da fiction. Mauro Covacich è uno scrittore di narrativa. In questo articolo, egli denuncia quello che a suo dire è un malessere della narrativa italiana contemporanea - quello di non saper "spremere, mettere sotto torchio" la realtà. Ecco cosa scrive Covacich: "La nostra è un’epoca piena di meraviglie. Il cielo si è abbassato a tal punto che gli aerei entrano nelle costruzioni più alte. Maestri di scuola si vestono di tritolo e salgono sugli autobus per farsi brillare. Attori diventano governatori. Cantanti diventano primi ministri. Presidenti della Camera diventano conduttrici televisive. Nella Rete c’è un kit fai-da-te per abortire. In tv, sul satellite, c’è un programma che segue dal vivo gli intubamenti, le amputazioni, le defibrillazioni di una giornata al pronto soccorso di un grande ospedale, prendendo spunto da una famosa serie di telefilm." E poi: "Perché gli scrittori italiani si sottraggono a tutto ciò? Perché lo ignorano mentre raccontano le loro storie?". [...]





PERCHE' NON RIUSCIAMO A RACCONTARE IL MONDO

di Lello Voce


da L'Unità dell'8/2/2004


Mauro Covacich dice, magari in modo troppo «giornalistico », dell’inadeguatezza della letteratura italiana nei confronti del reale, lo dice con i toni della deprecatio, alternati a quelli della laudatio esterofila, ma coglie un sintomo importante. Ciò che colpisce nel dibattito che segue, su carta e in rete, invece, più che gli argomenti (i testi), sono i contesti. La concordia nell’alzata di scudi, ad esempio: certo, Covacich fa poco oltre che lamentare una situazione, esprimere sensazioni (e non è molto per uno scrittore che, in fin dei conti, è un intellettuale), ma perché, invece di approfondire, ci si limita a difendersi con tanta vivacità (Genna), o si parla d’altro (Palandri), si prova a salvar capra e cavoli (Bugaro), o si fa scivolare il discorso, con accento vagamente da mosca cocchiera, su temi altrettanto da salotto, quali quelli toccati da Mozzi nel suo intervento su queste colonne (ci manca l’autore, meglio un romanzo grasso che uno magro, occorre tornare al romanzo settecentesco, epoca si sa, innamorata delle pinguedini)?
Poca roba, in verità, eppure il tema, in sé, sarebbe decisivo: quello della capacità della letteratura di essere contemporanea al proprio presente, di essere in grado di narrarlo, di avere la lingua adatta, di essere all’altezza di concepire nuove strutture, di saper fare i conti con la crisi di idee e di forme. [...]


commento di Stefano Maggi (lettore de IQuindici)

L’intervento di cui sopra presenta alcuni problemi di vasto interesse nella comunità dei lettori, problemi che vengono presentati e non risolti: viene presentata solamente un’ipotesi di lavoro, ovvero la verifica dei poteri in quanto gli equilibri attuali non consentono il libero dispiegarsi delle capacità letterarie di una nazione (nell’accezione di una comunità unita dal una lingua) come l’Italia dei tempi nostri.
Nonostante io non sia un addetto ai lavori cioè nè un “editor” nè un critico tantomeno un autore o un editore penso di dover esprimere la mia opinione in merito come lettore e quindi come utente ultimo e in fin dei conti come colui che, insieme a migliaia (poche purtroppo) di individui come me, meantiene tutta la baracca.
Che il panorama letterario italiano sia asfittico e che una decina di anni fa fosse ancora peggio è un’affermazione che non necessita di prova in quanto cosa palese. Nuovi autori si affacciano al “mercato” proponendo lavori di buona fattura, godibili e scritti con un linguaggio innovativo che, pescando da “generi” letterari diversi, affabula il lettore riuscendo ad essere competitivo con i linguaggi più immediati delle immagini e della musica che per molto tempo hano avuto il monopolio pressochè completo della produzione culturale italiana.
Che in questo panorama esca il libro “opera mondo” è illusorio e fuorviante è pensare che la colpa di tutto ciò sia da imputare ai mediatori culturali.
L’Italia si trova alla periferia dell’impero, la tensione sociale e le potenzialità culturali sono a un livello talmente infimo da essere forse il più basso da secoli; l’ultima stagione letteraria importante è stata quella a cavallo della seconda guerra mondiale ha visto la luce degli ultimi grandi scrittori (Calvino, Vittorini, Pavese, Moravia, Morante e un’altra decina di autori interessanti) dopo di che il deserto. Bisogna dire inoltre che buona parte degli autori sopra citati si sono fatti le ossa traducendo Faulkner, Dos Passos, Hemingway, Caldwell e tutti gli scrittori americani che partendo dalla grande crisi (del ’29) riscrissero l’immaginario collettivo e le aspirazioni di una nazione aperta al mondo e che si accingeva a divenire il centro dell’impero.
L’unica nostra speranza è che il movimento “antagonista” crei una tensione non solo sociale, ma anche culturale tale da rendere fertile un terreno culturale oramai riarso. [...]




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