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INCIQUID 5
INCIQUID 5
2005


Anche questa volta usciamo con tempi più comodi del previsto, perdonateci ma abbiamo un frullare di novità che ora vi spieghiamo. Per prima cosa, sul fronte web abbiamo cambiato il dominio: non siamo più sotto le ali della Wu Ming Foundation ma ci trovate su www.iquindici.org. La cosa non significa assolutamente che ci siamo staccati da WM, giammai! Ci siamo solo resi più facilmente reperibili alle ricerche, e più facili da digitare! Sono cambiati anche gli indirizzi email, li trovate sulle nostre pagine con le relative spiegazioni.
Il sito però quello sì che è cambiato, eccome! Abbiamo sostituito le pagine html statiche con pagine dinamiche del software libero E107, un programma che consigliamo caldamente ai WebMaster e che anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo contribuito in qualche modo a sviluppare (traducendolo in italiano) soprattutto grazie al nostro web master Francesco (chiamatelo pure web-monster, che se lo merita!). Buona navigazione quindi, e ricordatevi che abbiamo dei forum pubblici dove potete dirci la vostra su qualsiasi argomento, compreso questo numero di INCIQUID.

Tra le mille cose che vi vogliamo segnalare c’è questa: è stato scelto sia il disegnatore (Giovanni Matteo) che il titolo per “Paperopoli”, il romanzo di Gianbattista Schieppati che uscirà la prima settimana di aprile con la Valter Casini Editore. Il romanzo ha dovuto cambiare nome in “sPaperopoli”, così il riferimento si capisce lo stesso, e la Disney non solo non becca una lira ma si è presa anche un bel po’ di sputi in faccia (metaforici) grazie al fatto che ne abbiamo s-Parlato . Si potrebbe introdurre una filosofia del “s-” per un sacco di cose che non ci vogliono far dire! Notizie più dettagliate sul romanzo le trovate QUI.

Restando sulle buone nuove anche l’ultimo lavoro che abbiamo proposto “Ferita di guerra” di Giulia Fazzi ha trovato un editore: uscirà a settembre per Gaffi (ovviamente in copyleft). Nel frattempo, il “nostro” autore Guglielmo Pispisa, in attesa di veder uscire il suo romanzo “Città perfetta” con Einaudi Stile Libero a settembre grazie a iQuindici, ha pubblicato con Bacchilega Editore un altro romanzo dal titolo “Multiplo” con prefazione di Carlo Lucarelli, in copyleft (bravo Guglielmo e bravo Bacchilega!). iQuindici in questo caso non c’entrano niente ma il copyleft fa sempre (buona) notizia.

A proposito di editoria, tra poco manderemo una lettera aperta a tutti gli editori italiani per invitarli a riflettere sul copyleft e, se possibile, convincerli ad adottarlo come criterio standard per tutte le loro pubblicazioni ogni volta che è possibile e accettato dagli autori. Vedremo come la prendono. Nel frattempo, per non restare con le mani in mano, stiamo finendo di definire a livello di sito e struttura la nostra Biblioteca Copyleft, che è disponibile e crescerà. Ovvio che non potrà essere da subito piena di lavori, ma ci metteremo un po’ di cose (selezionatissime) che ci sono piaciute ma che per vari motivi non metteremo su INCIQUID, più altre che gli autori vogliono mettere in condivisione gratuita a prescindere dalla pubblicazione su carta. Gli editori italiani infatti non sono molto propensi a pubblicare qualcosa che è già scaricabile gratuitamente in rete (Lello Voce ne sa qualcosa), ma noi cerchiamo di contrastarli con un’operazione culturale più ampia.
Vedremo alla fine chi ha ragione.

Siamo stati un po’ on the road con i nostri readings in autunno, in particolare a Massa abbiamo avuto l’onore di fare da gruppo spalla al Padre di Tutti i Readers d’Italia: Mimì Clementi, che leggeva da “L’ultimo dio” con suoni di Massimo Carozzi. Il 21 gennaio (venerdì) saremo gratissimi ospiti del Linux Club di Roma nell’ambito della “Settimana delle libertà digitali”. A marzo ci si vede a Modena e Bologna, metteremo le date sul sito.

Altra cosa: stiamo elaborando un programma per la radio. Dopo l’intervista a Fahrenheit ci siamo montati la testa e abbiamo trovato il canale perfetto per noi. Ne parleremo meglio sul prossimo numero, stay tuned.

Veniamo ai contenuti di questo numero di INCIQUID, in cui presentiamo due romanzi e quattro racconti, oltre alla seconda e ultima parte del romanzo a puntate.

I romanzi: "Fabula" di Antonio Pagliaro, e "Pork Soda" di Gianluca Colloca. Due storie diversissime per forma e contenuti. "Fabula" è un intreccio complesso sempre in bilico tra l'onirico e il reale, in cui scienza, filosofia, letteratura e mistero si amalgamano; "Pork soda" è il riflesso del ghetto, un ritratto nitido e delirante di una realtà che tutti conosciamo, ma che facciamo fatica ad accettare.

Prosegue Cinque, il nostro romanzo a puntate, con la seconda e ultima parte. Il delirio del protagonista si ingigantisce, fino a diventare una vera e propria ossessione, una fobia maniacale ai limiti della follia.

Come sempre però, il numero si apre con i quattro racconti. I primi due sono: "Un sogno spezzato in via Cechov" di Ezio Tarantino, un particolare di una vita del tutto normale, che in quel momento cambierà per sempre; "Il pugile sentimentale" di Alberto Riggettini, una storia di cazzotti, agonismo e ring, che ci ha colpito molto per il suo stile ironico e allo stesso tempo pungente.
Il terzo nasce dalla collaborazione di Terumi Ojima, giovane scrittrice giapponese, con Domenico D'Arienzo e ha per titolo "Taboo". Una rielaborazione dei miti classici scritta in lingua italiana ma con una caratteristica prosa orientale.
Ed infine il quarto racconto, "La bomba" di Manuele Faconti, una breve storia che gioca su due livelli: la storia e l'invenzione, costruendo un'atmosfera che coinvolge il lettore fino all'ultima parola.

Buona lettura!

PS: da questo numero le storie che presentiamo su Inciquid sono scaricabili in due formati: il classico RTF che ci ha accompagnati fino ad oggi, ed il più elegante PDF per chi non si accontenta

I RACCONTI


Quando tornai a casa, verso mezzogiorno, il bambino era là. Nel letto, addormentato, con le gambe scoperte e il dito in bocca. Stremato, immaginai, da ore di pianto.
Volevo rimanere freddo e razionale. Mentre cercavo di percepire anche il più debole rumore che provenisse da un angolo della casa ancora non ispezionato, divisi in due colonne il foglio dei miei pensieri, per evitare che concetti contraddittori si sovrapponessero. Partii dai dati certi:
1) mia moglie non è in casa, mio figlio sì;
2) mia moglie non ha accompagnato a scuola il bambino;
3) mia moglie non mi ha telefonato per avvertirmi, o non aveva potuto farlo;
4) nessuno ha telefonato alla polizia, dunque nessuno si è accorto di nulla, dunque non era successo nulla di cui qualcuno si sarebbe potuto accorgere. Tornai al piano di sotto, in cucina, cercando di fare il minor rumore possibile.
5) Mia moglie e mio figlio non hanno fatto colazione;
considerai che 6) a mia moglie non deve essere successo niente di preoccupante perché in un modo o in un altro penso che lo sarei venuto a sapere: niente di casuale, o comunque non dipendente dalla sua volontà. Tornando al piano superiore passai a quello che si vedeva:
1) mio figlio è vestito per uscire. Le scarpe e i calzini deve esserseli tolti lui;
2) ha tirato giù tutti i giocattoli che possiede, ritengo dedicando a ciascuno pochi, disperati minuti di attenzione;
3) mia moglie non ha preso con sé altro che la sua borsa abituale e indossato vestiti di tutti i giorni, il suo giaccone di lana colorata, la fascia paraorecchie di pile, le sue detestabili scarpe con la punta affilata che sembrano precederla come staffette e indicarle la direzione in caso di difficoltà. Trassi alcune conclusioni.
[...]


Un sogno in via Checov è una storia “minima” di una vita ordinaria che improvvisamente si scopre non più tale. E' raccontata bene, con delle belle immagini e un buon ritmo.
Il modo di raccontare episodi, sensazioni, manie della vita quotidiana è molto efficace: una scrittura senza giudizi, senza forzature né imposizioni di stile, alla Raymond Carver..
È un racconto in cui si apprezza la capacità del narrare e del descrivere stati d’animo usando spesso molte parole, talvolta poche, ma sempre riuscendo a chiarire perfettamente i moti dei personaggi.


Van Terrible fa una finta a destra, sposta il corpo di lato e fa un finta a sinistra. Poi s’abbassa di colpo, finta e controfinta di attaccarmi basso e poi ruotando su sé stesso accenna a colpirmi con un calcio. Io non ho abboccato a tutte queste finte, uno perché sono troppo lento per capire che siano finte e due perché sto di nuovo pensando ad altro. Van Terribile mi salterella tutto attorno scodinzolante, come quei cagnolini nani che si preparano a saltarti sulla gamba per farci del sesso. Deambula il bacino come un istruttore di merenghe, divora lo spazio d’aria che ci separa, si avvicina e si allontana, facendo altre due finte, prima a destra e poi a sinistra. Poi con naturalezza allunga un jab destro. Questa è l’unica volta in cui pensavo stesse facendo una finta e mi prendo un diretto in quella valle del dolore preposta a separare gli occhi. Il rinculo non è un gran che, la luce si spegne e si riaccende fioca, mi appare innanzi un lungo lastrone nero, percorso da file di luci americane, se quello è il soffitto ho capito qual è la mia attuale posizione. L’importante è stabilire sempre i punti cardinali.Quello è il soffitto, è vero, ma controllando il resto del corpo, scopro di essere molto religiosamente… inginocchiato. Riporto il capo in avanti, ricordo dove ho preso il pugno, d’istinto mi porto il guantone lì, ed il guantone una certa espressività mimica ce l’ha, se si tratta di usare pollice e indice, e così, riflessivo e con un ginocchio a terra, sembro il pensatore di quella famosa statua. L’arbitro è un elettrico farmacista stressato, che si muove lungo tutto il quadrato come una scimmia isterica, una gallina che svolazza invano, un dispettoso folletto sodomita. Avvicinandosi parte subito a contare, così vicino che l’indice che indica il numero uno me lo ficca nell’orecchio. Io lo guardo stupito. Lui anche mi guarda stupito, e visibilmente imbarazzato. A me sembra proprio un sacrilegio infierire così, lui anche si è accorto di ciò che ha fatto. Ci fissiamo. Lui si blocca lì, con sto dito indicatore lasciato puntato. Si guarda il cerume sull’unghia, poi guarda me, biascica un qualcosa che forse era uno scusi, e riparte subito a contare, l’unica cosa che ho guadagnato è un secondo in più nel conteggio da uno a due.
[...]


Una storia di guantoni, cazzotti e molto altro. Un racconto scazzato, umano, nordamericano ma senza strafare, ben scritto e con uno stile narrativo dissacrante ed ironico, intelligente. Un buon ritmo blues. Leggi e senti la faccia che cambia per il paradenti, le fasce sulle mani, i guanti da 10 oz troppo pesanti e l'odore della vaselina, del cuoio, i segni sulla pelle quando la corda ti viene addosso, il sudore di mille persone, le foto vecchie sui muri, il secchio per sputare.


Il tabù ci partorisce, ci incanta, ci incita a violarlo
Che terrore! Che fascino!
Il tabù siamo noi : dei o mostri.

il primo tabu’
HUWAWA
l’albero parlante


Uscire dal bosco era il mio tabu’.
“E’ pieno di mostri là fuori -mi sussurava Tempo-: sono molto pericolosi e non devi uscire dal bosco”.
“Ma perché continui a dirmelo, se e’ impossibile uscire?!”.
Ero il primo albero, la quercia gigante che torreggiava al centro del bosco, destinato a vivere più a lungo di tutti. Il mio nome era Huwawa, l’albero parlante.
Ogni tanto Sacerdotessa entrava nel bosco per farmi visita; era l’unico essere umano che conoscevo: mi adorava e mi temeva.
Quando lei cantava, faceva alzare il vento, che scuoteva dolcemente i miei rami; allora, attraverso la mia musica, Sacerdotessa interpretava l’oracolo della Dea.
Poco alla volta, aveva scoperto il potere terapeutico di alcune piante e da esse traeva gli ingredienti per preparare unguenti e medicine che alleviano ogni dolore. Dagli alberi aveva imparato a far stillare dolcissimi nettari.
Noi piante non possiamo muoverci, ma non ne abbiamo bisogno.
Catturiamo la luce protendendo le foglie verso il cielo e succhiamo l’acqua penetrando con le radici nella terra; quando arriva la buona stagione fioriamo e diamo frutti: possiamo avere tutto e possiamo dare tutto senza muoverci dal posto in cui nasciamo.

“Non uscire dal bosco”.
Avevo cominciato a percepire un mormorio in fondo al mio cuore man mano che gli alberi, crescendo, mi avevano circondato e formato il bosco.
Quel mormorio aveva detto di chiamarsi Tempo.
“Uscire dal bosco e’ il tuo tabu’ ”.
Spinto dalla curiosita’, gli chiedevo il perche’, ma <> ripeteva continuamente : “Non uscire dal bosco, è pieno di mostri là fuori”.
Che bizzarra proibizione! Come avrei potuto infrangerla? Ero l’albero. Tuttavia Tempo non smetteva di sussurare.
“Non uscire dal bosco”.
“Non uscire dal bosco”.
“Non uscire dal bosco”.

E più me lo diceva, più sentivo crescere dentro un oscuro desiderio.
“Se violassi il tabu’, cosa succederebbe? ”.
“Non devi violare”.
Ad un tratto, non so dire come, quel desiderio si trasformò in una insopprimibile necessità: dovevo violare il tabù.
[...]


Da qualche anno scrittori “stranieri” in lingua italiana stanno arricchendo il nostro panorama letterario, e anche noi abbiamo una proposta: Terumi Ojima, una ragazza giapponese che da alcuni anni vive in Italia. Il suo racconto Taboo, scritto in collaborazione con Domenico D’Arienzo, è frutto di un fantastico sincretismo tra miti mediterranei e giapponesi riscritti con una prosa tipicamente orientale.
Usando il filo conduttore dell’infrangimento del taboo, l’autrice rielabora i miti classici fondanti della nostra cultura mediterranea in modo affascinante, filtrandoli attraverso la sensibilità di una diversa tradizione, con risultati a volte sorprendenti e ricchi di una molteplicità di allusioni e significati alla luce delle nostre culture sempre più vicine. La scrittura, semplice nella costruzione delle frasi, contrasta con la costruzione complessa del racconto.
Terumi scrive in lingua doppia (italiano e giapponese) e questo la aiuta “a sviluppare la sensibilità per la lingua e i suoni”; si occupa di suoni impercettibili e il suo obiettivo è “di scrivere il romanzo che fa ascoltare suoni che non si sono mai sentiti”.


Nell’atrio è buio e c’è odore di muffa. Cerco di capire, di ricordare gli oggetti che ho intorno. Vedo un vecchio mobile di fronte e me. Sul muro un luccichio di metallo, è una bicicletta. Ecco, le scale sono sulla destra. Devo stare attento, non devo fare rumore. Ho il fiatone, devo fermarmi, devo cercare di respirare piano.
Mi muovo verso la scala, lentamente. I fascisti sono fuori del portone, li sento parlare. Due di loro si sono fermati, mentre gli altri mi stanno cercando in fondo alla strada. Salgo piano le scale, sento un colpo. Mi fermo. Stanno bussando. No, forse qualcuno ha urtato il portone. Continuo a salire. Sono quasi arrivato al pianerottolo.
Si apre la porta dell’appartamento di Dino, lui esce fuori, ha un volto pallido, livido, sembra che abbia il tifo, è sudato, trema. Non ho il tempo di fare niente un colpo di pistola da dietro gli fa saltare la testa. Dino cade con il petto contro la ringhiera della scala e scivola a terra. Dall’appartamento esce un uomo in borghese, mi punta la pistola, i fascisti che erano fuori spalancano il portone, mi sbattono contro il muro e mi prendono a calci e pugni. Mi portano via, al Forte Bravetta, dove si muore.
Ieri alla stazione con una bomba facemmo saltare in aria sette brigate nere. L’obiettivo veramente doveva essere un altro. Stavamo aspettando un gruppo d’ufficiali tedeschi, dei tecnici del genio diretti a sud.
Aspettammo per ore e dei tedeschi non se ne vide l'ombra.
Avevamo l’esplosivo e la persona giusta per piazzarlo era un'occasione da non perdere. C’era un gruppo di fascisti nella sala d’aspetto, decidemmo di far saltare loro, erano comunque un buon obiettivo per noi dei GAP.
Lina entrò nella sala d’aspetto alle tre e mezza, si sedette con calma, appoggiò il pacco nella sedia accanto e si mise a leggere il giornale, non aveva molto tempo, aspettò un momento in cui nessuno la guardava, poi si alzò, come se avesse visto un conoscente e volesse salutarlo.
Uscì dalla sala d’aspetto passò ad una trentina di metri da me, mi diede un’occhiata rapida e se ne andò a passo svelto.
Il suo compito era finito era la prima volta che la vedevamo e sapevamo che non l'avremmo più rivista. Dino era ad un centinaio di metri da me, doveva rimanere per vedere se tutto andava come previsto, io me ne andai a piedi, poi in Piazza Esedra presi un tram.
[...]


Un racconto intenso ambientato in una Roma affamata e disperata alla fine della seconda guerra mondiale. Molto realista nelle descrizioni della città, le piazze, le donne, il cibo, il freddo. Il linguaggio è scarno ed essenziale, e perfettamente adeguato nel costruire la giusta atmosfera, nel rendere al meglio la vita, i sogni, le aspirazioni, i sogni traditi, di due amici, due partigiani, due compagni. Un breve racconto di fantastoria che riesce a tenere l'attenzione dei lettori alta fino alla fine.

I ROMANZI


Mundus est fabula è il titolo del libro che Cartesio (René Descartes) tiene in mano nel celebre ritratto che gli fece Jan Baptist Weenix nel 1647.

1fabula s.f. (dal latino fabula) racconto, favola.
2fabula s.f. 1. lett., in filologia classica: rappresentazione drammatica 2. lett., nella critica formalistica: insieme dei materiali di una narrazione considerati in rigorosa successione logico-temporale, indipendentemente dalla disposizione in cui il narratore li ha organizzati nell’intreccio.
(adattato da T. De Mauro, Grande Dizionario Italiano dell’Uso, Utet)


"Per noi fisici di fede, la separazione fra passato, presente e futuro ha solo il
significato di una illusione, per quanto tenace"
(A.Einstein)



PROLOGO
(IGNARI DI TUTTO)



“Non esistono più i bambini” le dici, guardandola negli occhi.
“Ma io credo che noi siamo felici,” ti risponde.
Siete in casa, distesi sul letto. Tu adagiato sul fianco sinistro, lei adagiata sul fianco destro. I vostri movimenti sono lenti, appena accennati. Anche le parole sono dette piano e con grande lentezza, come in un quadro senza tempo.
Fuori, è il tramonto. La luce va lentamente affievolendosi.
“Io credo davvero che lo siamo, e lo saremo ogni giorno di più, insieme,” ti dice ancora.
Tu la guardi intensamente. Ne sei affascinato.
“L’ho pensato da sempre, da quando piangevi su quel marciapiede, da solo, e sono corsa ad abbracciarti e ad asciugarti le lacrime”.

Guardi la finestra, sottili raggi di luce sempre più tenui. Fuori fa freddo, una leggera pioggia obliqua continua a cadere da giorni, rendendo ogni colore più intenso. Una pioggia noiosa, continua, prepotente.
Nella stanza, da uno spiraglio nella finestra, entra l’odore del giardino di fronte.
E’ odore di pioggia.

La pioggia è qualche cosa che senza dubbio avviene nel passato.

Lì, sui rami spogli e sulle poche foglie, gocce scivolano piano. Le luci dei lampioni cominciano debolmente ad accendersi. Una donna con le scarpe bagnate percorre la strada veloce, diretta a casa, sotto un grande ombrello.

Dentro la stanza è sempre più buio. Non avete acceso la luce, vi avrebbe sottratti al sogno.

Tu continui a guardarla negli occhi, ma degli occhi non riesci più a vedere i colori. Poi ti volti a guardare la stanza. Distingui le forme. L’armadio. Un tempo era il tuo armadio, adesso i tuoi vestiti ne occupano una minima parte, in basso. La poltrona a fianco del letto, poltrona su cui un tempo sedevi a leggere lunghi romanzi ma che oggi è sempre piena di abiti gettati alla rinfusa. Il lampadario sopra di voi, con le luci spente. La tenda a fiori. La porta del bagno - socchiusa - da cui entra uno spiraglio di luce chiara.
Senti di essere stato sempre lì, sempre in quella stanza, sempre accanto a lei. Senti la tua memoria stringersi intorno a questo momento, stringersi con dolcezza fino a rendere questo momento eterno, immortale. Come se tu avessi sempre vissuto così.
[...]


"Fabula" è un travolgente intreccio di storie, impossibile da inserire in una qualsiasi categoria di genere. C'è il mistero, ma non è un giallo; ci sono luoghi fantastici ma non è un fantasy; ci sono strani omicidi ma non è un noir. Forse è un romanzo sul tempo, o forse è un romanzo senza tempo.
Una storia densa di mistero, di filosofia, di scienza, di simbologia, con una forte componente onirica. Nelle 350 pagine di Fabula c'è la mitologia, ci sono storie romantiche e dure e non mancano scene di sesso, a volte drammatiche.
E' una storia che racchiude una storia ed è a sua volta racchiusa in una storia. E c'è un uomo che forse è tre uomini ma che è stato creato da un altro uomo. E c'è un mondo che ha al suo interno altri mondi ed è a sua volta parte di un altro mondo, in un quadro in cui la linea di demarcazione tra reale e fantastico non è mai netta.
La scrittura concisa, equilibrata e fluida, a tratti poetica, ci guida in un'avventura eroica, impensabile; ogni certezza è annullata spiazzando di continuo il lettore, ogni evento ribalta i precedenti senza preavviso. Un complesso marchingegno narrativo di grande effetto, millimetricamente calcolato, in cui tutto ha un senso e nulla è lasciato al caso, chiuso da un poscritto che lascia senza fiato.


9


settantaquattrore a mezzanotte e in un autogrill di frontiera dove parlano una lingua gutturale io mi sorprendo di quanto alti siano i prezzi qui nelle valli prima di scoprire alla cassa che si tratta di franchi svizzeri e per quanto la commessa mezza cessa mi chiede se voglio pagare in euro me lo chiede prima in tedesco poi in francese poi ancora in italiano lei me lo chiede e io non dico nulla la mezza cessa mi dice il prezzo in euro in tedesco io non lo afferro guardo sul display del registratore di cassa vedo due cifre cerco di pagare in euro il prezzo in franchi svizzeri la mezza cessa mi sorride e mi ridà indietro alcune monete il cambio mi sorride io esco nel gelo del parcheggio con la mia bottiglia d'acqua e cerco il camper non lo trovo e penso che forse stare a girare fischi per tutto il tragitto da roma alla svizzera tedesca non è stata un'idea geniale poi vedo il cinghialino che sta facendo il pieno al selfservice il cambio mi sorride

settantadue ore a mezzanotte e è il mio turno alla guida un bel tuffo fino all'alba teutonica fino alle prime luci sulla terra alemanna mi sistemo le mie amfe o affini sul cruscotto tutte in fila carine una accanto all'altra come brave sorelline che presto faranno star tanto bene il loro papà piazzo i basement jaxx nello stereo un paio di panini a portata di mano scarafaz sta un pò vicino a me a bere birra e ruttare gonzo si sistema placido sul sedile posteriore infine s'addormenta io guardo le macchine e i tir che ci passano accanto e quelle che superiamo scruto la gente all'interno guardo le luci delle città in lontananza oltre l'autobahn e tutto che si fa sempre più rado meno frequente man mano che la notte cresce meno macchine sulla strada meno luci dalle città solo io e le amfe e i basement jaxx solo la lunga striscia d'asfalto che ci porta altrove che ci chiama famelica che ci invita a percorrerla senza scuse senza perplessità il futuro prossimo carico di promesse e il futuro remoto chissà e chissene

sessantottore a mezzanotte e mi metto a girare fra le stazioni radio locali e non ci capisco un cazzo di quello che dicono ma la musica è sempre quella la capisci ovunque e cerco una frequenza con un pò di rock tosto e la lascio davanti a me non c'è nessuno la strada mi lascia sentire il rumore del mio motore e nessun altro lingue illuminate che si dipanano fra pianure e vallate infinite all'occhio penso a jeansattillati vorrei averla qui con me anche se non si poteva per tutta una serie di ragioni che sono pure ovvie siamo tutti maschi si va dichiaratamente alla ricerca di pelume naturalmente questo a jeansattillati non l'ho detto e poi poteva scoprire i miei casini lei che è una brava cica e pensa che anch'io lo sono bravo e poi lei se ne doveva andare giù dai suoi lei che è studentessa fuori sede lei che ci ha le scadenze degli esami le punte della vita universitaria ma davvero vai a berlino per capodanno che fico mi ha detto tutta sorpresa e sorridente eggià ci ho risposto
[...]


Tra vicoli romani, stanze annebbiate di fumo, rave e bar di periferia, schizzano come lucertole impaurite le vite di cinque ragazzi. Cinque antieroi nichilisti accomunati da pillole colorate, sacchetti di marijuana, coltellini nascosti nei pantaloni e lo striptease serale della ragazza del palazzo di fronte.
Un mondo narrato senza soluzione di continuità, una storia in cui non c'è posto per i buoni sentimenti né per qualsivoglia analisi di coscienza. Anche la punteggiatura si mette da parte per lasciare libero sfogo all'ansia e alla paura, alla frenesia del vivere, all'ironia legata a doppio filo con la violenza.
Uno stile narrativo anfetaminico, una struttura volutamente irregolare che precipita il lettore al centro della storia e lo avvinghia, un ritmo costruito sulle parole, dalle parole, con le parole.
Un romanzo eccezionale, adrenalinico, martellante e velocissimo, con quel pizzico di originalità che lo distingue da qualsiasi "già visto" e ci porta a fare il tifo, sotto sotto, per "quei cattivi ragazzi".

IL ROMANZO A PUNTATE


V

Sono nel bagno di Carlo. Mi guardo allo specchio immobile. L’acqua scorre nel rubinetto. Altre gocce potrebbero farmi cadere addormentato. Ne prendo cinque. Giusto per il sapore.
Mi guardo di nuovo, chiudo il rubinetto ed esco, immergendomi nelle voci e nel frastuono della festa. Vedo Giuliano che agita le mani ridendo con altre persone, vicino la finestra. Bevono da bicchieri di plastica bianchi. Chissà se Carlo ha del martini? Rosso sarebbe l’ideale.
Vado verso la cucina, sgattaiolando fra gli altri ospiti. I saluti di rito sono stati gia fatti, quindi non devo più preoccuparmi di loro. Sulla porta della cucina sbatto contro un paio di tette enormi. Marina.
Lei scherza: ogni scusa è buona, eh. Io penso: ma vaffanculo. Le sorrido ed entro. In cucina trovo Daniela che legge la mano alla padrona di casa. Giada la moglie di Carlo. Matrimonio di riparazione con successivo aborto spontaneo. Io penso che non si sarebbero mai sposati se Giada non fosse rimasta incinta. E questo è quello che Daniela le sta dicendo.
Le dice: vedo insoddisfazione e voglia di evadere, magari anche solo per una notte.
Sembra che ci stia provando. Le accarezza la mano lentamente, seguendo i vari solchi del palmo. Mi vedono. Daniela strizza l’occhio velocemente e continua la lettura tattile della mano di Giada, che dopo un’indecisione mi dice: puoi lasciarci sole?
Notizia: Giada mi detesta.
Forse perché ho sempre detto a Carlo di non sposarla. O perché le guardo in continuazione le tette, sode e a punta. O forse perché quando non era ancora sposata abbiamo scopato mentre Carlo faceva il militare.
Carlo serviva la patria, Giada serviva me.
Forse non mi sopporta perché sa che io ricordo. Ricordo le tette che ballano, la bocca. Ricordo le scopate in macchina. Ricordo il piacere che provava quando le facevo male. Ricordo la violenza delle penetrazioni, ricordo gli schiaffi.
Ricordo che non mi piaceva molto farlo, ma nemmeno mi faceva schifo.
Spesso le chiedevo: scopi così anche con Carlo?
Non era per paragonarmi, ero semplicemente curioso.
Lei non rispondeva mai, anzi domande del genere la mettevano in imbarazzo.
Poi un giorno Carlo mi chiese informazioni sul sesso anale.
Mi dice: sai, io e Giada vorremmo provarlo.
Lì ho scoperto che Carlo non capisce un cazzo.
Vedo Giada che mi fissa cattiva. Le chiedo dove posso trovare del martini.
Lei dice secca: chiedi a Carlo.
Daniela mi guarda e con un cenno della testa mi indica la porta del magazzino dietro Giada.
È mezz’ora che siamo qui e la strega è già padrona di tutti.
Entro e cerco l’interruttore sulla parete. Accendo la luce e vedo le bottiglie di superalcolici sul pavimento. Ne prendo una di martini bianco ed esco.
Daniela e Giada sono ancora nella stessa posizione tranne un particolare. Una mano di Daniela sta accarezzando la coscia della padrona di casa. Io passo velocemente oltre.
[...]




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