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Numero 6: 25 aprile 2005 (Anniversario della Liberazione!)
INCIQUID 6
2005


INCIQUID 6 - 25 APRILE 2005

Sesto numero di INCIQUID, usciamo il 25 aprile per ricordarlo a tutti i nostri lettori nella maniera più antifascista possibile, includendo in questo numero un “omaggio” che ci arriva da Girolamo De Michele, l’autore del fortunatissimo “Tre uomini paradossali” che iQuindici hanno aiutato a pubblicare. Il pezzo che mettiamo qui si intitola “I morti di Reggio Emilia” e appare anche sul sito reti invisibili, e vi invitiamo a commentarlo sul nostro forum pubblico, dove trovate anche uno spazio per parlare del 25 aprile: raccontateci una storia o anche solo una vostra emozione. A proposito di Girolamo, il suo secondo romanzo, “Scirocco”, uscirà entro la fine di giugno sempre per Einaudi Stile Libero; iQuindici lo stanno leggendo in anteprima, presto vi daremo notizie.

Parecchie uscite in questi giorni: è in libreria da un mese “Casseur” di Valeria Brignani, uscito nella collana “Evasioni” di Gaffi Editore, e la grande Valeria lo ha già presentato in giro per l’Italia, anche con iQuindici, con un prossimo appuntamento questo giovedì 28 aprile, a Roma, trovate i dettagli sul sito. Per la stessa collana esce a fine maggio anche “Ferita di guerra”, il tostissimo romanzo di Giulia Fazzi che siamo sicuri vi piacerà moltissimo. Lo presentiamo alla Fiera della Piccola Editoria, che si terrà a Genova il 26/27/28 maggio 2005 e si preannuncia molto interessante, i dettagli sul forum. In tempo per la fiera di Torino, invece, dovrebbe uscire finalmente anche il mitico “Spaperopoli”, il romanzo di Gianbattista Schieppati edito da Valter Casini Editore. A presto perciò nuove importanti acquisizioni per la nostra biblioteca copyleft Ancora tante presentazioni in giro, quindi, che vedrete annunciate mano a mano sul sito.

La nostra annunciata lettera agli editori italiani sul copyleft è partita (il testo integrale è sul nostro forum), suscitando un certo riscontro anche sul web. È stata in particolare “adottata” dalla gentilissima Loredana Lipperini, che ci ha anche invitati a parlarne nel suo spazio televisivo in RAI. Presto partiremo con “RADIO INCIQUID”, il programma che realizzeremo insieme ai grandi amici del sito di amisnet: ci stiamo lavorando in tantissimi, ognuno con le sue idee e proposte, rigorosamente indipendenti e libere. Oltre alla presentazione di libri e interviste ad autori che amiamo, ai readings da INCIQUID e non, ampio spazio anche alle inchieste legate all’editoria: eco-carta, copyleft, letteratura per non vedenti, scuole di scrittura, interviste ai giovanissimi e tante altre che faremo anche a partire da vostre idee e segnalazioni. Quello di cui ci piace parlare lo capirete facilmente leggendo il nostro nuovissimo manifesto dove abbiamo cercato di definire in modo più coerente i nostri obiettivi e lo spirito che ci muove.

Anche per questo numero presentiamo due romanzi e tre racconti, oltre a iniziare un nuovo “romanzo a puntate”, questa volta un po’ diverso dal solito. Per i romanzi questa volta vi stupiamo innanzi tutto con qualcosa di inaudito e dirompente: “I blu occhi di questo tram” di Francesco Fagioli. Potrete amarlo o odiarlo, tertius non datur. Noi lo abbiamo amato follemente, facendo un tifo delirante per questo manoscritto che merita un’attenzione mooolto particolare, come leggerete nell’introduzione che abbiamo preparato.
Il secondo invece è “Sidun” di Matteo Luca Cantaluppi, un vecchio amore de iQuindici: lo coviamo da un po’ con molto affetto perché è un romanzo pieno di emozioni, amore e rabbia, con il volto di Fabrizio de André in filigrana. È ambientato in un futuro lontano, ma con un sapore molto tristemente vicino.

Cominciamo però come al solito con tre racconti: D.O.M. di Stefano Antonelli, ovvero il rifiuto dello stereotipo, dello scontato: la ricerca di cosa sta sotto alla facile semplificazione trasmessa dai media o dal pensiero dominante, la differenza tra la normalità senza limiti, incosciente, crudele nella sua mediocrità e l'umanità che - paradossalmente - fissa il limite dell'amore nel farsi mangiare e nel mangiare. Poi Distantanee, di Lino Giuliani, un lungo racconto che si rifà alla tradizione del romanzo di formazione, “distantanee” che rappresentano ciò che è stato e non sarà più, dalle quali emergono in maniera nitida le figure dei protagonisti con la loro rabbia, dolore e forza. "Fino in fondo" di Massimiliano Capra è un breve racconto onirico e drammatico di un'interruzione del rapporto con la realtà, dove essere vivi è non conoscere e non capire niente altro che la vita.

A chiudere, per lo spazio dedicato al “romanzo a puntate”, una raccolta di racconti dal titolo “Userisdead”, di Francesco Vigna, che pubblicheremo in tre parti. Il primo tema narrativo è quello dell’infanzia, a cui seguiranno maturità e morte. Poetici e divertenti quadri di piccole e tremende miserie, questi racconti sono uno schiaffo in piena faccia, realistici e venati di ironia amara che facilita l'empatia con i personaggi, anche aiutata da una sapiente alternanza tra italiano e dialetto in dialoghi di una credibilità quasi tangibile. Nelle prossime pubblicazioni ci saranno due racconti dedicati alla maturità e alle sfide a cui la vita ci pone di fronte o che noi, a volte, scegliamo di voler affrontare, per poi concludere con tre racconti dedicati alla morte e al modo di affrontarla.

Buona lettura!

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I RACCONTI


Sei un adolescente? Smetti di leggere, chiama la tua compagna di scuola più carina e scopatela. Sei sposata e hai tempo da dedicare alla lettura? Vatti ad infilare biancheria intima sexy e aspetta tuo marito sul divano.
Metti un porno.
Chiunque tu sia, continuare a leggere non vale una qualsiasi forma di sesso.
Il sesso riempie il sangue di endorfine.
Libera ferormoni.
Provoca orgasmi.
Ricreativo, appagante, piacevole.
Tutto il contrario di questa storia.
Quest’uomo, la sua storia, bé sappi che non vale la scopata che ti perdi per leggerla. Se vuoi continuare perché pensi che sto solo cercando di incuriosirti, è bene che ti informi che quello che leggerai cancellerà per un bel po’ la tua voglia di farti anche solo toccare da qualcuno.
Degradante.
Osceno.
Macabro.
E’ questo il clima da queste parti.
Non sto scherzando e non siate così stupidi da pensare: e che sarà mai?
Il fatto è che nella storia di questo ragazzo soffrire, è servire.
L’umiliazione, è umiltà.
Il dolore, è essere presenti.
L’abuso, è accettare.
Si è accesa qualche lampadina o siamo rimasti a buio?
Sul serio, non vi tira? Sildenafil, vi cadono i capelli? Finasteride, vi sentite depressi? Fluoxetine.
Dovete cercare di rendervi conto che per questo giovanotto che gioca a fare il gentiluomo d’altri tempi, provare a stessi, è essere se stessi.
La punizione, è disciplina.
La sottomissione, è obbedienza.
Provate a immaginare che questa storia succede in un posto dove ogni giorno inizia con l’allarme della sveglia e finisce con la televisione.
Qualche campanello ha iniziato a suonare, o regna ancora il silenzio?
E’ l’ultima volta che vi avverto, immaginatevi sorridenti davanti allo specchio a pettinarvi i capelli appena ricresciuti, immaginate che quando lei vi toccherà vi verrà un uccello di marmo. Sul serio, che cosa ci fate ancora qui? Fidatevi di me, ci sarà pure una farmacia dalle vostre parti.
Quello che dovete assolutamente capire è che per questo biondino gentile che mette annunci su internet, il sesso, è amore. La paura, è verità.
La verità è che questo ragazzo ha fame.
Poi non mi venite a dire che non vi avevo avvertito.

[...]


Questo racconto ha un pregio tipico della "migliore letteratura": il rifiuto dello stereotipo, dello scontato: la ricerca di cosa sta sotto alla facile semplificazione trasmessa dai media o dal pensiero dominante. Non è un argomento facile - dominanza e sottomissione come "perversioni sessuali" - in un contesto comunicativo (il nostro: quello quotidianamente offertoci da tutti i media e dal comune sentire) orientato alla demonizzazione del diverso ed al paranoico marcare la differenza tra un presunto "normale" ed un altrettanto presunto "anormale" in una progressione che lo trasforma in strano, perverso, maniaco, pericoloso... nemico. Il racconto rifiuta tutti questi semplici luoghi comuni alla ricerca dell'umanità del personaggio, della sua normalità. "La prima cosa da fare è: tracciare la Linea". E' il cuore del racconto: non esiste "una linea", ogni uomo ha la propria, ogni uomo saggio traccia "la Linea" ovvero pone dei limiti che non è disposto a superare, che rappresentano la sua coscienza, la sua umanità. Nella misura in cui questa linea non diviene sopruso nei confronti di altri (il suo Master Brucia il contratto quando gli viene chiesto), non dovrebbe poter divenire metro di giudizio: "voi pensate soffrire, io penso servire. Voi pensate umiliazione io penso umiltà, voi dolore e io essere presenti". Non siamo poi così diversi, è solo una questione terminologica, o se si preferisce concettuale: tutto sta a dove si dispone la Linea. L'avere la propria Linea e non la "normalità" rappresentano il confine tra umano e non umano, e l'evidenza, la mostruosità del normale, sta nella conclusione laddove il lettore/spettatore, il normale, umano, alieno a questo mondo perverso, proprio lui che crede che la sua Linea sia molto più "arretrata", limitandosi a guardare incuriosito, scioccato, estraneo alla perversione, proprio questo "normale" è il colpevole, l'assassino, mentre il "diverso" è colui che ama o che ha amato. C'è, marcatissima nel racconto, la differenza tra la normalità senza limiti, incosciente, crudele nella sua mediocrità e l'umanità che - paradossalmente - fissa il limite dell'amore nel farsi mangiare e nel mangiare.


1. Irregolare Piove…. L’acqua continua a colpire i vetri dell’auto e il rumore a tratti copre la voce della radio. Non che la stessi ascoltando del resto. Ascolto la pioggia invece. Il suo ritmo irregolare mi attira molto di più. Come tutto ciò che è irregolare, che si presta a osservazioni diverse a seconda della prospettiva. La bellezza non ha mai avuto niente a che vedere con la regolarità : brividi di disagio sono sempre li’ a percorrere le mie vene quando mi sembra di essere finalmente indirizzato verso un percorso di vita ben definito, regolare, si’. E anche lei era cosi’ poco regolare dopotutto, naturalmente disequilibrata, e in quella totale mancanza di equilibrio io….. Invece i palazzi e le strade e il traffico che sono le uniche cose che riesco ad associare con questa città che mi viene incontro, con il suo mare che aspetta l’estate per raccogliere il suo ruolo e le attese dei residenti, con i suoi alberi incerti che sembrano una provocazione verso il grigio illuminato al neon che li circonda, con l’omogeneità spiazzante del suo centro e della sua periferia….. tutto questo non mi sembra irregolare, non lo è mai stato, anni di piani comunali caotici e corrotti hanno solo lasciato un’impronta sprovvista di qualsiasi soluzione di continuità…. Alla fine tutto ciò che si afferma puntualmente ogni volta che comincio a percorrere la strada sopraelevata che mi porta nel ventre dell’agglomerato è una sensazione di orrore consapevole di non venire mai disattesa. Disagio, regolarmente, anche questa volta, mentre sono bloccato dal flusso fuori-centro dei giorni lavorativi, attirato dagli stessi motivi del travaso del finesettimana, motivi che a me sono sempre sfuggiti. 15 anni spesi a chiedermi cosa allietasse le anime di centinaia di pendolari della periferia, cosa li attirasse dai suburbi verso il tempio commerciale da cui io volevo allontanarmi con intensità ossessiva. Un brivido di sollievo si unisce ai precedenti mentre assaporo la certezza consolidata di essere fuori da li’, da qui, e che presto lo sarò di nuovo…. Non cerco segni di miglioramento intorno, mentre mi avvicino giocando sul freno-frizione alle strade più familiari, e non meno estranee comunque…. In 20 anni ho visto solo il vecchio sostituito da nuovo vecchio, lo squallore rimpiazzato dal vuoto intermittente di un’insegna, il vuoto rimpiazzato dallo squallore di un nuovo centro di consumo per famigliole felici e la sensazione di perseveranza nel peggio possibile, che la mia mente associa automaticamente a tutto ciò che è fuori dai vetri elettrici del mezzo che cerca di proteggermi fino all’inevitabile resa all’esterno, non può non accogliermi, so che non potrà mai. Il personalissimo comitato di benvenuto che mi circonda è costituito da individui vagamente periferici che si contendono i centimetri della suddetta sopraelevata tra loro, tra noi, anche se non ho fretta, so che ormai è già tardi, troppo tardi…. A destra uomo concentrato sul mio stesso gioco frizione-freno, con l’handicap di gestire anche un intenso traffico telefonico tramite apposita scatoletta schiacciata nella morsa spalla-guancia. Un professionista, non c’è che dire. Nelle pause più lunghe si rilassa muovendo veloce e sicuro le dita sulla scatoletta, riassumendo velocemente la posizione di guida pronto per il brivido dei 5-10-20-10-5 all’ora.
[...]


Attraversare la morte con leggerezza, vuol dire a volte assaporarla piano. Non fa meno male. Bisogna allora affilare le armi dell'ironia e farsi guidare da un'irriducibile voglia di continuare. Comunque. Operazione che riesce in pieno a questo godibile racconto, sostenuto da una certa grazia che si rifà alla tradizione del romanzo di formazione. Chiedersi che fine fa un cannolicchio senza corazza, non ricorda forse la sorte dei pesci nel lago ghiacciato del giovane Holden? Cosi' la piena coscienza del'io narrante. Che non riesce a dimenticare. Neanche quelle distantanee che rappresentano ciò che è stato e non sarà più, dalle quali emergono in maniera nitida, senza cedimenti o concessioni ai toni del patetico, le figure dei protagonisti, con la loro rabbia, con il loro dolore ma anche con la loro forza. Sottile, ma inesorabile la linea che divide la giovinezza dalla età adulta, con i sogni ancora in tasca, nell'atmosfera un po' ovattata di una piccola città di provincia. Tra le pieghe di quel dis-agio che nei casi più fortunati è riuscito a produrre anticorpi di resistenza.


Questo momento va vissuto fino in fondo. Come una penetrazione. Anche quando si pensa di aver spinto tutto, c’è sempre spazio da riempire. Ed è così che sto facendo. Seduto nella piazza assonnata, ai tavolini di un bar deserto, sento il sangue colare dalla base della testa come asfalto liquido su una parete. Un fluido bollente nelle vene, nient’altro. Il silenzio è ben più di un’impressione. Primo pomeriggio. Afa. Sudore. Pochi altri dettagli. La Chiesa assorta, sovrasta questo angolo immobile, testimone del tempo. Chiudo gli occhi e proietto la scena: i comignoli, le antenne, tegole. A volo di rondine, da sopra i tetti dei palazzi cinquecenteschi, attraverso il vuoto, scivolo su cubetti di porfido sino all’arco che separa le strade, una curvatura è il mio volo, e sorrido perché mi sento leggero. Riprendo a volare, nel cielo profumato d’estate. Un momento, un’eternità. Come uno squarcio all’altezza dello sterno, un’ombra mi si posa addosso. Gelo nelle vene, un brivido al cuore. Nemmeno nei sogni c’è spazio per lasciarsi andare completamente. “Che cosa ci fai qui, a quest‚ora?” Come una rivelazione, una voce femminile, irrompe nella mia testa, il primo impulso è aprire gli occhi per vedere le labbra che sanno levigare parole con tale morbidezza, e invece li serro con più forza, abbasso il respiro, forzatamente, senza saliva, alla cieca afferro il mio bicchiere di Mojito. “Ogni momento è buono, per assaporare la vita” dico con un tono velatamente ironico, mascherando il batticuore. “Hai ragione, a volte capita che me lo scordi” ribatte la voce di donna. Sento un corpo muovere la sedia al mio fianco e prendere posto alla mia sinistra. Dovrei aprire gli occhi, vedere attraverso le lenti da sole i lineamenti di questa voce che non ho mai sentito prima e rendermi conto di cosa sta succedendo, ma è come se farlo fosse diventato impossibile. Il silenzio d’incanto si fonde con il mio stupore in una zona imprecisata all’interno delle orecchie. “Ho come l’impressione di conoscerti, mi sei familiare, è come se ti avessi già incontrato altre volte” dico serrando ancor di più gli occhi sino ad accecare l’oscurità “non frequento molte donne, credo proprio di non sbagliare, solo non ricordo in che occasione ci siamo conosciuti”. Concludo con un movimento circolare della mano che regge il bicchiere. Il ghiaccio che si scioglie. “Non sbagli, caro amico, sono di famiglia, e se ti sforzi un attimo ricorderai, tre giorni fa, l’occasione che ci ha legati, anche se solo per un attimo”. Tre giorni fa mi dice con una punta di ironia. Dov’ero tre giorni fa?
[...]


Un breve racconto onirico e drammatico, "Fino in fondo". Il racconto di un intervallo, di un'interruzione del rapporto con la realtà. Durante questo intervallo, nonostante abbia perso il filo, il protagonista ritrova un appiglio attraverso la voce di una donna che forse conosce. L'uomo non riesce a ricordare dove e perchè l'abbia incontrata soltanto tre giorni prima. Probabilmente non vuole ricordare, non può. La donna è seduta accanto a lui che tiene gli occhi chiusi per non guardare. Quella donna è la morte? Non lo sapremo mai con certezza perchè chi ha scritto non dice chiaramente che una sola cosa: in fondo non c'è altro che la vita, la vita che si manifesta in una miriade di modi imperscrutabili, anche attraverso il dolore. Essere vivi è essere parte del mistero, essere vivi è non conoscere e non capire niente altro che la vita. L'impossibilità dell'io narrante di guardare la figura che gli è accanto e che gli parla rappresenta l'adesione cosciente alla fede nella vita.

I ROMANZI


COMANDO DEI CARABINIERI STAZIONE DI PIAZZALE ADRIATICO

Prot. n° 1424C/01
Roma, 22 ottobre 2001
Alla Ill.ma S.V. Signor Procuratore della Repubblica di Roma Dottor Gino Quaresimoni


Oggetto: Procedimento Senso Antonio

Colla presente La rendo edotto che come da Sue disposizioni ho provveduto ad inserire nel fascicolo relativo al procedimento in oggetto, numero 1 plico contenente lettere (reperti da n. 1 a n. 95) a firma di Senso Antonio, rinvenute nell’appartamento del medesimo in data 19 ottobre u.s. Per alcune di tali lettere, essendo manoscritte e difficilmente leggibili, si forniscono trascrizioni, ad ognuna delle quali è allegato il relativo originale.

Tanto per quanto di dovere.
Brigadiere Mannuzzi Ercole



* * *



Raccomandata A.R.
Roma, 29 giugno 2001

Egr. Dott. Arch. Gianluca Barbaro
Via Monte Bianco, 22 - 00141 Roma
Amministratore del Condominio di Piazza Elba, 16 - 00141
Roma


Egregio amministratore, le sarà certamente noto che nell’aprile 2001 si verificò un’occlusione nella colonna di scarico delle acque nere che serve il mio appartamento, quelli dei condomini sottostanti e del condomino soprastante. Tempo fa notai la fuoriuscita di cattivi odori dai sanitarî del mio bagno di servizio. Poiché l’intensità del fetore era contenuta, non ho ritenuto opportuno rendergliene notizia. Da circa una settimana invece le esalazioni hanno raggiunto livelli pestilenziali, sì che pur tenendo spalancate le finestre di casa non riesco ad eliminare questo odore mefitico. Ieri, l’incaricato per i prossimi lavori di impianto dell’acqua diretta mi ha detto che a suo giudizio la fuoriuscita dei miasmi è dovuta all’occlusione sovrastante il mio appartamento, che impedisce il normale sfiato dei gas contenuti nella colonna e sospinti dalla pressione sviluppata quando si tirano gli sciacquoni. La gravità della situazione impedisce la normale fruizione dell’appartamento e implica rischi per la mia salute. Fra l’altro, con il passare dei giorni i gas mefitici saturano i locali e provocano un deposito di particelle sulle pareti e sui mobili, talché sarò costretto, una volta eliminata la causa dell’inquinamento, a chiamare un’impresa specializzata per l’opportuna disinfestazione e pulizia approfondita dei locali suddetti. Sono fiducioso che non sarà necessario chiamare immediatamente l’Ufficio di Igiene e che lei in qualità di amministratore del condominio voglia provvedere con la massima tempestività (non oltre una settimana dal ricevimento della presente) per la rimozione dell’occlusione e comunque per la soluzione del problema.

Cordiali saluti
Antonio Senso
Proprietario dell’appartamento interno 7, piazza Elba, 16
[...]


Novantasette raccomandate A. R., un condomino, un amministratore. La colonna delle acque nere occlusa. "I blu occhi di questo tram" non è un romanzo normale. Per questa ragione abbiamo approntato delle semplici istruzioni per usarlo correttamente.

1. Stampate l´incipit del romanzo.
2. Durante la fase di stampa telefonate all’amministratore del vostro condominio per sincerarvi del corretto funzionamento della colonna delle acque nere del vostro stabile.
3. Prelevate i fogli dalla stampante.
4. Staccate il telefono di casa e spegnete il cellulare.
5. Mettetevi comodi.
6. Leggete il rapporto con cui il Brigadiere Mannuzzi Ercole rende edotta la Ill.ma S.V. Signor Procuratore della Repubblica di Roma Dottor Gino Quaresimoni.
7. Ora leggete le prime quattro, delle novantasette raccomandate A. R., che Antonio Senso, proprietario dell’appartamento interno 7, piazza Elba 16 scrive all’Egr. Dott. Arch. Gianluca Barbaro Via Monte Bianco 22 - 00141 Roma. Amministratore del Condominio di piazza Elba 16.
7. E che non gli ha mai inviato.

Non crediate di poter capire com'è IBO da questo piccolo assaggio quindi auguratevi che trovi un editore. Per poterlo gustare fino in fondo. Questa è la storia di Antonio Senso il cui appartamento inizia a riempirsi di odori mefitici. La causa è una occlusione della colonna della acque nere del palazzo. Interpellato un suo amico avvocato, questo gli detta la lettera da inviare all’amministratore del condominio e si raccomanda di inviarla tramite raccomandata A.R. Il problema è che nel metterla in “bella” il nostro protagonista si trova insoddisfatto della lettera. Non la spedisce e decide di scriverne una versione migliore. Da questo momento in poi la sua vita si trasformerà solo in una nuova versione della raccomandata all’amministratore. Novantasette versioni, nessuna che lo soddisfi veramente. Nessuna mai spedita all’amministratore. Il romanzo è rinchiuso per sempre nella cornice della raccomandata. Utilizza tutte le variazioni stilistiche possibili creando una narrativa che genera una solo sensazione: potenza infinita. Nell’aridità della pagina impiegatizia nascono e crescono immagini spesse, nitide e profonde. Il linguaggio è contemporaneamente ironico, poetico, sarcastico, ricercatissimo e raffinato, l’uso dell’italiano è imperfettibile e incantato dagli accenti tonali e da un vocabolario unico. Lo sviluppo della storia è strutturato in stretta collaborazione con il lettore e le vie di fuga su storie e personaggi collaterali, pur essendo un'enormità, riescono a non far mai perdere il filo del discorso. I personaggi esplodono dalle pagine e comunicano sensazioni reali. Fastidio, tenerezza, compassione, solidarietà, incomunicabilità, rassegnazione, amore sono solo un campionario ridotto del catalogo di vere emozioni che questo lavoro porta in dote al lettore. Questo incredibile romanzo inchioda tutti a ripensare la nostra condizione spazzando via, in un sol colpo, tutte le definizioni illusorie. Altro che società dei consumi, società della comunicazione. La verità è che questa, è la società dei condominî.


attenzione dentro ci siamo tutti,è il potere che offende frammento anonimo, fine xx° secolo

ladies and gentleman abbiamo perso il XV° secolo
frammento anonimo, fine xx° secolo


documentazione del caso DeAndrade
dall'"Osservatore" 16 aprile 2098


"Forse è ancora presto per valutare esattamente le conseguenze della catastrofe informatica che ha invaso la rete a partire dalle 15 di ieri pomeriggio. E' ancora presto anche perché è ancora in corso. E nessuno riesce a fermarla. Il dipartimento di stato americano ha calcolato che in poco meno di nove ore sono scomparsi dalla rete oltre tre milioni di file di memoria immagazzinati cinquanta anni fa all'interno del grande archivio planetario. E la distruzione continua a ritmi, pare, sempre maggiori. Le cause? Ancora sconosciute; ma si avanzano delle ipotesi. Pare infatti possibile che le memorie installate tra il 2047 e il 2051 fossero già all'origine viziate da un programma di compattazione che aveva destato numerose perplessità al momento della sua applicazione per usi di tale importanza, programma che venne abbandonato dopo pochi anni per le numerose alterazioni che produceva oltre una determinata soglia di dati. Ci chiediamo, oggi che il disastro è in corso, se questa è la verità, perché non è stato fatto qualcosa, qualcosa che, fino ad ieri alle 14.59, non avrebbe richiesto che più di qualche minuto di rielaborazione. Una riscrittura effettuata col R°s+ non avrebbe occupato certamente un tempo maggiore. Se è veramente così ci chiediamo se qualcuno, ad oltre 40 anni di distanza, fosse ancora a conoscenza del probabile vizio originario di quelle memorie e avesse per negligenza o per calcolo scelto di rischiare una distruzione di parte della nostra memoria collettiva, oppure se la consuetudine e il tempo abbiano cancellato nei tecnici del progetto memoria la relativa pericolosità di tali riscritture. C'è tuttavia un'altra possibilità, non meno inquietante: un virus nuovo, prodotto con lo scopo preciso di attaccare memorie dalle protezioni ormai obsolete, immesso coscientemente e cresciuto nella rete stessa. Un virus inattaccabile per il momento, una malattia che, ad ogni istante, si mangia pezzi del nostro passato. La nostra impressione, da poveri cronisti di quella che è rimasta un'area periferica del mondo, è che non sapremo mai come sono andate veramente le cose. Oggi, 16 aprile 2098, sappiamo soltanto che è impossibile accedere alla rete, non sappiamo quando potremo di nuovo accedervi e, soprattutto, non sappiamo che cosa, quel giorno, ci troveremo.
[...]


A metà strada tra la science fiction d’anticipazione alla Nirvana e il racconto filosofico, Sidun è un romanzo è emozionante, vero, intenso, nel quale le voci dei diversi personaggi si intrecciano a diverse forme narrative. Gli scarti tra uno stile e l'altro, tra una voce e l'altra, creano un senso di straniamento e di angoscia che non "descrive" una società del futuro dominata da un letale miscuglio di tolleranza indifferente e di controllo poliziesco, ma ne trasmette tutta l'oppressività. E’ una storia sul potere delle parole, le parole di un poeta morto da secoli dalle quali nasce un movimento di rivolta. Sidun, il protagonista, porta un nome simbolico: quello di una drammatica canzone di De Andrè che, usando le cadenze antiche del dialetto genovese, racconta di un genocidio consumato con la complicità dei potenti del mondo. Sidun è, si potrebbe dire, un uomo "posseduto", che in altri tempi avremmo forse chiamato un mistico, tramite per un messaggio che echeggia attraverso il tempo. Sidun si fa attraversare dal potere di quel messaggio e ne è forse solo l'inconsapevole canale. Sidun è l'uomo che si muove in mezzo alla folla come un angelo soccorritore e come un poeta e un veggente che accetta pienamente la sua parte, succeda quello che può. Gli eventi possono essere sconvolgenti, ma sono le visioni a sbigottirci. Come un faro potente, la storia di "Sidun" getta luce su un incubo prima che esso si manifesti nella realtà. E’ un romanzo della mente, non del pensiero ma della mente. Un romanzo ordinato e complesso, che procede per più sentieri e che quanto più ci vuole mostrare il futuro tanto più ci rivela il nostro passato. Attraversano il romanzo, filo di Arianna per il lettore, citazioni di De Andrè, soprattutto, ma anche di Gaber e di Fossati, cantori delle contraddizioni e dei piccoli e grandi orrori del nostro tempo.

IL ROMANZO A PUNTATE


Anna

- Perché non venite da me? - disse Anna. -Sta a vvenì malotiempo- Abitava in una chiesa sconsacrata (strascichi del terremoto dell’Irpinia che aveva sradicato case e famiglie), passato il curvone a gomito in fondo alla strada dove vivevo io. Quello del Curvone era uno dei nostri giochi preferiti, uno di quelli che se tua madre ti vedeva erano botte sicure (l’almanacco marca legnate, diceva piano piano mio padre, mentre si sfilava la cinghia dai calzoni della divisa grigia) e poi una settimana senza cartoni animati o senza mettere il naso fuori di casa non me la levava nessuno. Ma il curvone era troppo emozionante. Ci lanciavamo con la bici a tutta velocità lungo il senso unico di Via Pio IX, lo stradone che correva lungo la punta più esposta ad occidente del promontorio di Gaeta; arrivati al fondo, bisognava tagliare il curvone e, facendo una brusca sgommata, sperando che non arrivassero macchine, fermarsi davanti al pesante portone della chiesa, quella dove viveva Anna. Solo da bambini si riesce a vezzeggiare la morte con tanta leggerezza. Poi si perde l’élan, come dicono i francesi.Non si perdeva e non si vinceva. Si faceva e basta. Perché non venite da me? Certo; perché no?… Anna aprì il pesante portone della chiesa e ci fece entrare; io, Peppe, Salvatore e Mario. Richiuse il portone e si fermò in mezzo alla navata centrale; portava un abitino corto e leggero, stampato a fiorellini, che cadeva male sulle sue carni acerbe di ragazzina sgraziata; aveva negli occhi lampi di buio, mentre a scuola osservava le coetanee tutte gridolini e frasi ridacchiate all’orecchio delle compagne, in direzione di noi maschietti che imparavamo allora a sostenere sguardi di femmina. Come fanno gli uomini. Si strinse nelle spalle scoperte per un brivido di freddo, con la faccia seria. Sorrideva quasi mai, Anna. E quelle rare volte erano sorrisi che sembravano chiedere scusa, sorrisi d’imbarazzo e vergogna. La chiesa era fresca; il caldo della controra d’agosto, caldo di sud, caldo umido e terrone, lì dentro non entrava. La navata centrale era ingombra di panche tarlate buttate alla rinfusa, sulle quali pendevano i fantasmi delle lenzuola stese ad asciugare, appese ai fili da bucato in tensione fra le colonne doriche. Al fondo, l’altare di marmo si stagliava contro l’abside, una grande vetrata a picco sul mare scuro, sopra cinquanta metri di scogliera a cui si aggrappavano con forza disperata le piante di cappero selvatico e il tumore verde delle parietarie. Un impianto scenico alquanto convincente, se si trattava di persuadere i fedeli della potenza dell’Altissimo. Trucchetti nei quali il clero è sempre stato ferrato. Da una porta alla destra dell’altare si accedeva alla sacrestia, duestanzecucinabagno, dove Anna viveva con la famiglia. Il padre faceva saltuariamente il muratore e abitualmente l’ubriacone, la madre andava a giornata a fare i mestieri nelle case benestanti del quartiere vecchio che si stendeva sotto via Pio IX fino al mare; il fratello più piccolo, Pasquale, sembrava uscito a calci nel culo da un romanzo di Dickens, tipo piccolo fiammiferaio fasciato in strati concentrici di lisi maglioncini. Coppola perennemente calata sugli occhi che si muovevano circospetti da un viso all’altro, come quelli del padre, di cui Pasquale sembrava già segnato ad ereditare l’aria di bestia braccata.
[...]


Poetici e divertenti quadri di piccole e tremende miserie, questi racconti sono uno schiaffo in piena faccia, realistici e venati di ironia amara che facilita l'empatia con i personaggi, anche aiutata da una sapiente alternanza tra italiano e dialetto in dialoghi di una credibilità quasi tangibile. Ti stringono la bocca dello stomaco perchè ti prendono per mano e ti guidano in un mondo fatto di storie di gente che non è riuscita a salvare niente, nemmeno la dignità. E l'io narrante, che le racconta, che ne fa parte, può descriverle dal punto di osservazione privilegiato di chi è riuscito a divincolarsi dal destino inevitabile che sembra invece aver catturato ciascuno dei protagonisti, è conscio di questo e non ci risparmia niente. Con consapevolezza, crudeltà e innocenza. La raccolta di racconti di Francesco Vigna abbiamo deciso di pubblicarla in tre parti seguendo i temi che vengono trattati: l'infanzia, la maturità, la morte. Non di un solo personaggio, ma di un io narrante che in questa prima parte è un ragazzino napoletano. Anna, Massimo, Pulcinella sono tre momenti della sua vita che ne formano il carattere e che contribuiscono alla sua formazione da adulto. Nelle prossime pubblicazioni ci saranno due racconti dedicati alla maturità e alle sfide a cui la vita ci pone di fronte o che noi, a volte, scegliamo di voler affrontare, per poi concludere con tre racconti dedicati alla morte e al modo di affrontarla.


Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai reggiani, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell'ordine. I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei "Per i morti di Reggio Emilia": Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli. I morti di Reggio Emilia sono l'apice - non la conclusione - di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza": alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra. Ma soprattutto, contrassegneranno in modo repentino un radicale mutamento di clima politico nel paese: l'avvento della generazione dei "ragazzi con le magliette a righe". Sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati, distanti dalla generazione dei partigiani e orientati al mito delle "tre M" (macchina, moglie, mestiere): la giovane età di tre delle cinque vittime testimonia invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile. Di questo mutamento di clima - dalla disperata tristezza per il revanchismo fascista alla rinascita della speranza dopo i fatti di luglio - sono testimonianza la poesia di Pasolini "La croce uncinata" (aprile 1960) e l'articolo "Le radici del luglio" (Vie nuove, 29 ottobre 1960).
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