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INCIQUID 10: Parole resistenti
INCIQUID 10
2006


"Il giorno dopo c'erano i segni di una pace terrificante"
Fabrizio De André

Silenzio.
Un silenzio opaco, da coprifuoco, interrotto solo dai passi pesanti delle pattuglie che fanno risuonare il selciato.
Silenzio.
Nell’aria umida di maccaia gli elicotteri volano basso, minacciosi, strani uccelli metallici che spaventano i gabbiani.
Silenzio.
Strade deserte, pochi passanti frettolosi che si nascondono nei portoni per non incrociare i militari e i poliziotti di ronda, reti metalliche a chiudere le strade e le piazze.
Una città prigioniera.
Silenzio.
Vuoto.
Niente puttane, niente spacciatori, niente punkabbestia, niente clandestini zingari spadaccini e uomini liberi.
Il massimo dell’ordine, il minimo della libertà.
Tra i palazzi antichi qualche irriverente ha sciorinato un gonfalone di mutande di pizzo nero, reggicalze e guepieres, che, come ha commentato un vicino, sembrano il bucato di un bordello.
Perché al Capo non piacciono le mutande distese ad asciugare al sole.
Le forze dell’ordine che picchiano a sangue manifestanti indifesi.
Il nodo acido dei lacrimogeni incastrati in gola.
I tombini sigillati per impedire assalti da parte di commandos armati di siringhe infette.
Il corpo fragile di un ragazzo spezzato da una pallottola.
Questi sono spettacoli ai quali il Capo non ha nulla da obiettare.
Le mutande no, gli illustri ospiti potrebbero turbarsi.
Silenzio.
Notte.
In una casa, in cento case, si ascolta Radio Popolare con il fiato sospeso.
L’assalto alla Diaz, tutto il golpe minuto per minuto, posso dormire da te, stasera? Ho paura che mi vengano a prendere. Signora, signora, la prego mi apra mi faccia entrare, per piacere, questi mi ammazzano…
Tradimento. Vergogna. Rabbia.
Incubi, per mesi e mesi.
Doveva essere una festa, singhiozza una ragazza inginocchiata in mezzo alla strada.
Uno di meno, urlano i torturatori nei loro covi.
Un altare laico in una piazza, distrutto e ricreato giorno dopo giorno come la tela di Penelope della memoria.
Piazza Carlo Giuliani, ragazzo.
No, non si può dimenticare.

Cinque anni dal 20 luglio 2001, questo numero è dedicato a Carlo e a tutto quello che il G8 ha rappresentato. Questo è un INCIQUID resistente, molto amaro, che non regala niente a nessuno, e che ha poco di “carino”; questa volta lo vogliamo fare così.
Parole resistenti, quindi. Le decliniamo nei vari modi in cui le conosciamo, cominciando da Genova 5 anni fa anzi, Genova tra qualche anno, nello splendido romanzo "A mani alzate" scritto da una di noi, Paola Ronco, che quest’anno ha conquistato con questo testo la finale del Premio Calvino e quindi si merita la nostra apertura.
Poi iniziamo a tornare indietro, agli anni di piombo, ma li raccontiamo ormai conclusi con gli occhi di un uomo braccato: "In un’altra vita" Costanzo Dodi ci narra di fuga e clandestinità, paura e galera, e del comico che preme sul tragico, quando non c’è più nient’altro, e resta solo l’uomo. Ancora un passo indietro, e torniamo alle lotte sindacali degli anni ‘50-’60, lasciando la parola a un suo protagonista che non ha pretese di grande scrittore ma ci mette a disposizione la sua storia, raccontata in un modo semplice ma efficace, denso, commovente. È Redento Castaldo, un uomo non più giovane che ci fa omaggio di un suo documento di vita "Autobiografia napoletana". Pubblichiamo il suo lavoro in tre puntate, lo troverete poi completo nella nostra biblioteca.
L’ultimo passo indietro lo facciamo con un romanzo dove una storia partigiana si tesse su una trama avvincente, ambientata nel presente: uno storico olandese alla ricerca di un reperto ottocentesco finisce per appassionarsi alla storia di un partigiano, con tutti i misteri, le reticenze, i complotti e la rabbia che si porta dietro, nascosti in grotte carsiche della costiera ligure. "Il cavaliere e il nemico" di Marino Magliani è un giallo che scende come un birra gelata e pizzica la lingua, facendoci chiudere i romanzi presentati in questo numero con un po’ di sapiente malizia.

Tiriamo un po’ il fiato con i racconti, ma non troppo: "Kind of Blue" di Luigi Casa è una novella noir intelligente e ben scritta, che ci porta nella solita bassa bolognese a rimestare ancora una volta nel torbido, mangiandoci le unghie sotto l’ombrellone.
E dal torbido non ci allontaniamo con una storia romana, storia di spaccio e sbirri e mezz’etti nascosti nelle mutande, un tiro di coca proposto da Emiliano Bertocchi nel suo "Giorno di lavoro".
Ma è torbida anche la nostra conclusione femminile: non lasciatevi ingannare dal suo titolo, "Dell’amicizia", Sandra Risucci mette a nudo sentimenti e livori, nella pochezza dell’insincerità, dell’impossibilità di comunicare davvero, frugando col bisturi nelle emozioni più profonde.

Ve l’avevamo detto, questo è un INCIQUID amaro, a suo modo sgradevole, ma ne siamo molto orgogliosi: sono le nostre PAROLE RESISTENTI.

 

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I RACCONTI


Nebbia. Era una coltre densa e appiccicata al suolo, la vedevo come un mare, ai miei piedi, alla luce della luna. Mi ero fermato su di una cunetta, quella su cui sorgeva un vecchio casotto abbandonato della Guardia di Finanza. Tenevo la bicicletta appoggiata al fianco. Guardai quel mare ancora per qualche secondo. Il silenzio era solido, assoluto. Poi rimontai in sella e mi lasciai scivolare in quel mare. Sapevo che duecento metri più avanti c’era un bar, il Bar del Salinaro. Stava in mezzo alle saline, a tre chilometri dal paese. Era già da un po’ che facevo quel tratto in bicicletta. C’era una ragione. Una ragione ridicola, colpevole, perfino assurda.

[...]


Kind of blue è un noir perfetto, tanto perfetto da non avere nemmeno bisogno di essere originale! Del resto chi ama il genere non sente l'esigenza di invenzioni particolari, quello che cerca è una trama ben costruita, personaggi credibili che si muovano in ambienti riconoscibili. Tutti elementi che ritroviamo un questo bel racconto di Luigi Casa, ambientato in quello che è ormai lo scenario per antonomasia del giallo, una “bassa” che da Bologna dirada piano piano verso il mare, avvolgendo tutto in una nebbia che sembra essere proprio quella che ottenebra i pensieri e fa compiere gesti inconsulti. Con una ambientazione che ricorda il Pupi Avati del film “La casa dalle finestre che ridono” per lo stesso gusto popolare e la stessa angoscia che accompagna il protagonista, scoprirete che il finale...non ha la sorpresa! Oppure sì, ma vedrete che leggerete questo lungo racconto tutto d'un fiato, fermandovi solo per bere una birra e chiedere cosa è successo a Zvan, al bar del Salinaro.


Appena svolto da via aosta su via taranto mi accorgo che qualcosa non va. Faccio appena in tempo a fermarmi davanti ad un semaforo che da giallo diventa rosso. Non so. Ho la sensazione che qualcosa sia fuori posto. Sarà forse l’agitazione. Sarà questo pacchetto che ho in tasca con mezzetto di coca. Buono buono per farmi due anni di gabbio. Ma ho bisogno di soldi. Cazzo. E comunque cerco di ricacciare la paura il più lontano possibile, ma non così lontano da non tenermi all’erta e vigile. Con l’adrenalina che ogni tanto scarica lampi lungo la spina dorsale. Scatta il verde e mi rimetto in moto. E cazzo. Vedo le sirene lampeggianti della polizia proprio davanti a via cesena e via pontremoli che sono praticamente quei due sputi di asfalto che costeggiano il mio palazzo. Ci sono poliziotti intorno al portone e ce ne sono altri davanti all’ufficio postale. Cazzo. Mi cercano. Senza farmi prendere dal panico svolto per via isernia. Che è una strada poco frequentata e che mi rimanda abbastanza lontano e al sicuro dal fulcro della situazione. Ho quasi la sicurezza che mi stanno cercando. Che sono lì per me. Che mi vogliono fottere. Ma la roba addosso non la posso buttare. Ho bisogno di questi soldi. C’è l’affitto. Poi c’è la bambina. Poi c’è lo strozzino che devo pagare. Poi ci sono le macchine e le puttane e la droga che solo spacciandola me la posso permettere.

[...]


Questo “Giorno di lavoro” non inizia con l’odore del caffè in cucina prima di andare in ufficio o in fabbrica. Non ci sono cartellini da timbrare o scadenze da rispettare.
L’unica necessità è trovare i soldi per l’affitto e per mantenere “la bamboccetta”. L’unica priorità è godersi la bella vita, anche a costo di infilarsi “mezzetto di coca” nelle mutande.
Il linguaggio crudo, lo stile essenziale, il ritmo sincopato seguono l’andamento tachicardico del cuore di uno il cui giorno di lavoro inizia con un tiro di coca e finisce in un cesso di un punto snai a nascondere il suo “mezzetto” dopo che gli sbirri hanno circondato casa sua. Forse.
Questo racconto incalzante di Emiliano Bertocchi spiazza per la capacità del narratore di modellare la lingua attorno alle vicende e coinvolge il lettore lasciandolo con il fiato corto.


Mi racconterò una fiaba. La racconterò al mio cuore rugoso di bambina, che ha smesso di credere alle fiabe da quando ha cominciato a raccontarne ai suoi figli, astuto agli inganni da quando ha cominciato a tramarne, per amore certo, dell’infanzia avida di magia, al mio cuore pesante di responsabilità e di impressioni di realtà.

Come se avessi ancora il mio sguardo umido sul mondo, io che mi umetto gli occhi asciutti con lacrime artificiali. Davvero.Me la racconterò trovando il modo di confondermi, così che il mio narrare sia dissociato dal mio ascoltare, così che percorrendo il noto sentiero che pure ho tracciato mi colga infine lo stupore.
Lo stupore che non fa dormire, o che conduce ai sonni inquieti che lasciano tracce di pianto senza memoria tra le ciglia al mattino presto, o ti fanno ridere stranamente nel centro esatto della notte.
Che sia leggera come un ideogramma cinese, malinconica come una favola nordica, e senza colori, che la sua fine non importa quanto lieta, non si faccia troppo attendere.
Se poi nel raccontare mi capitasse di ricordare molto più che inventare e nell’ascoltare percepissi la mia debolezza e ne partecipassi, o ne rimanessi delusa, potrei sempre dire che la fiaba non era per me, che ho smesso di credere alle fiabe.

[...]


Una prosa musicale, un tocco leggero e poetico che però va fino in fondo, a volte con ironia, nel descrivere le piccole miserie delle convenzioni sociali, con uno stile preciso ed essenziale. L’immaginario si confonde con il reale mantenendo un non facile equilibrio narrativo, dove non manca l’affondo secco, deciso e cattivo. Questo racconto fa vivere sentimenti e sensazioni visive e d’ambiente in quasi tutte le sue parole, e il contrasto tra la spensierata esteriorità e i pensieri non detti è lacerante e raccontato con grande intensità e soprattutto con grande capacità evocativa e descrittiva dell’universalità di esperienze e stati d’animo che diventano al contempo uniche e speciali per i suoi protagonisti.
L'ambientazione è perfetta per una resa dei conti: una località di mare fuori stagione (“ville liberty decadenti e ingiallite di salsedine, odore di ruggine e, a tratti, di fritto, palazzi bassi dagli infissi frustati da venti salmastri”: un luogo passato di moda). Il vento, la salsedine, la spiaggia deserta. È un tempo e un luogo sospeso che invita/costringe a guardarsi dentro e a porre delle domande.

I ROMANZI


Elicotteri del cazzo.
In un paese normale non dovrebbe essere questo il primo pensiero da fare appena svegli. Johnny si rigira nel letto, cerca di scuotersi di dosso un sonno pesante e cattivo. E’ mattina presto, ma ogni angolo rimbomba come in un giorno feriale impestato di traffico.
Fa male svegliarsi con un sogno ormai dimenticato nell’animo, e nelle orecchie un rumore di guerra. Oltre al solito mal di testa.
Tanto vale alzarsi, preparare un caffè, fumare. Ancora.
Inghirami gli ha chiesto di rimanere reperibile, soprattutto in serata; ha richiesto ogni contatto telefonico, stupito e divertito dall’esistenza di un uomo senza cellulare.
Johnny chiude la caffettiera con ferocia, la mette sul fuoco. Sa cosa sta per succedere, ci è passato più volte di quante gli piaccia ricordare. Si chiede se la ragazza dai capelli viola e il suo amico bruno lo sappiano altrettanto bene. Loro, e la serie di ribelli scombinati che gli si sono seduti davanti.
Lui no, però. Lui non si fa più fregare.
Johnny versa il caffè e va a berlo sul balcone, in mutande. Questa sarà la sfida più grande della giornata, l’unica con un senso.

[...]


Silenzio.
Un silenzio opaco, da coprifuoco, interrotto solo dai passi pesanti delle pattuglie che fanno risuonare il selciato.
Silenzio.
Nell’aria umida di maccaia gli elicotteri volano basso, minacciosi, strani uccelli metallici che spaventano i gabbiani.
Silenzio.
Strade deserte, pochi passanti frettolosi che si nascondono nei portoni per non incrociare i militari e i poliziotti di ronda, reti metalliche a chiudere le strade e le piazze.
Una città prigioniera.
Silenzio.
Vuoto.
Niente puttane, niente spacciatori, niente punkabbestia, niente clandestini zingari spadaccini e uomini liberi.
Il massimo dell’ordine, il minimo della libertà.
Tra i palazzi antichi qualche irriverente ha sciorinato un gonfalone di mutande di pizzo nero, reggicalze e guepieres, che, come ha commentato un vicino, sembrano il bucato di un bordello.
Perché al Capo non piacciono le mutande distese ad asciugare al sole.
Le forze dell’ordine che picchiano a sangue manifestanti indifesi.
Il nodo acido dei lacrimogeni incastrati in gola.
I tombini sigillati per impedire assalti da parte di commandos armati di siringhe infette.
Il corpo fragile di un ragazzo spezzato da una pallottola.
Questi sono spettacoli ai quali il Capo non ha nulla da obiettare.
Le mutande no, gli illustri ospiti potrebbero turbarsi.
Silenzio.
Notte.
In una casa, in cento case, si ascolta Radio Popolare con il fiato sospeso.
L’assalto alla Diaz, tutto il golpe minuto per minuto, posso dormire da te, stasera? Ho paura che mi vengano a prendere. Signora, signora, la prego mi apra mi faccia entrare, per piacere, questi mi ammazzano…
Tradimento. Vergogna. Rabbia.
Incubi, per mesi e mesi.
Doveva essere una festa, singhiozza una ragazza inginocchiata in mezzo alla strada.
Uno di meno, urlano i torturatori nei loro covi.
Un altare laico in una piazza, distrutto e ricreato giorno dopo giorno come la tela di Penelope della memoria.
Piazza Carlo Giuliani, ragazzo.
No, non si può dimenticare.
Paola Ronco, con il suo romanzo, ci racconta questa stessa storia, incastrando però la sua narrazione in una sfasatura temporale che non è solo un artificio letterario e neppure una necessaria presa di distanza. E’ piuttosto, lo strumento per trasformare quella storia di cui ancora portiamo la ferita in una storia eterna, in un paradigma della ferocia del potere e della necessità della ribellione.
Nel suo essere in nessun tempo la storia di quei giorni diventa la storia di tutte le lotte per la libertà, di tutte le vittorie e di tutte le sconfitte, di tutti i morti e di tutti i vivi e di tutti i tentativi di rendere loro giustizia.
Una storia nota, vissuta da tutti, in un modo o nell’altro, raccontata in maniera vivida e reale, capace di scorrere davanti agli occhi del lettore con la precisione di un documentario e con la forza emotiva di un romanzo. E, intrecciata alla Storia, una storia d’amore, o meglio, una storia di amori complicati e dolorosi, persi e ritrovati.
“Provate pure a credervi assolti/siete lo stesso coinvolti” cantava Fabrizio De Andrè.
No, non si può dimenticare.


Il suono del citofono mi fa sussultare. Un rumore improvviso, secco. Sono sprofondato in poltrona con la testa che preme contro la spalliera, le gambe allungate sulla sedia. Silenzio. Tensione. Il respiro diventa affannoso. Provo a deglutire.
Impossibile. La saliva è solida.
Decido di alzarmi. Faccio leva con le mani sui braccioli della poltrona. Ora sono in piedi. Immobile.
Sento la porta scorrevole della cucina aprirsi. Mia madre ciabatta fino al citofono. "Pronto?" Silenzio.Ascolto.
Un'eternità.
La saliva torna liquida mentre con la mano scosto la tenda: è solo mia zia che viene per l'ora del caffè.

[...]


Perché poi a un certo punto giravano le pistole e dalle parole passavi ai fatti, oppure neanche, bastava stare sull’agendina di qualcuno per finire in un blitz, e sparivi in un buco di niente da cui chissà se emergevi poi, e in che condizioni. Allora era più facile scappare, anzi no, non era facile manco per niente, ma era l’unica alternativa.
Quindi fuori dalla palle, in Francia, dove era quasi routine, alla fine degli anni piombati con il piombo nei piedi. Entravi nel mondo segreto dei latitanti con la sensazione che qualcuno ti attendesse lì da sempre, che stesse aspettando te.
In un’altra vita eri in un altro mondo, mentre il tuo procedeva ignaro di te, spietatamente, finché non torni indietro, per un attimo, abbassi la guardia perché l’altra vita ti chiama. E poi.

C’è un dolore giocoso nella pagine di questo romanzo, ci sono passione e disincanto in misura uguale, inconciliabili ma indivisibili. C’è paura e fiato sospeso, c’è l’amaro dell’adrenalina che allaga la lingua, ci sono esseri umani, non personaggi, anche i più brutali. Esseri umani esseri umani. Persone che vogliono essere lasciate in pace, ma hanno ancora bisogno di raccontare la loro storia.
Storia di un’epoca, di una scelta di vita che, al di la della valutazione che se ne possa dare, marchia a fuoco. Segnata per chi ne sia stato in ogni caso coinvolto. Segnata per chi ne abbia discusso e l'abbia soppesata, indipendentemente dai giudizi morali, etici o politici che può averne tratto. Segnata per tutto il resto del "mondo" che anche solo per le ricadute politiche, culturali, sociali, di costume, non può non averne subito l’influenza. Insomma comunque la si intenda: epica. "In un'altra vita" sta agli anni di piombo come la "Telemachia" di Roberto Calogiuri sta all'Odissea [cfr. INCIQUID 9]; racconta la grandezza umana della storia “piccola”, sono le storie che ci piace ascoltare.


Uscito dal tunnel, l'occhio non faceva in tempo a ferirsi nella luce degli ulivi, o delle serre o dei rovi, che l'attendeva di nuovo un tratto di buio; dopodiché, a rotolare sotto i ponti dell'autostrada era già un'altra valle, altre terrazze, altre pietraie. Sulle colline, paesi antichi, comuni da duecento trecento anime. Qua e là una costante del paesaggio religioso: una cupola di campanile dalle squame colorate che spuntava dalle case e dagli ulivi. E ogni volta si scopriva cosa c'era sotto quella valle, dentro le rocce, sotto quelle pinete, nelle fondamenta di quel poggio abitato: la Jeep s' infilava nei tunnel e ritrovava il buio punteggiato di lampioni e cartelli fosforescenti. L'ultimo cartello diceva Imperia chilometri 22.
La Jeep entrò e uscì dal tunnel di Capo Mele senza lasciare la corsia di sorpasso.
La valle di Diano l'accolse col frastuono d' un Canadair.
L'aereo giallo volteggiava un paio di volte sul bersaglio prima di liberare il carico, poi tornava a rifornirsi sul mare.

[...]


Ci piacciono gli autori che sperimentano, che trattano argomenti duri, che usano linguaggi di rottura. Ci interessa la narrativa che si cala e utilizza gli strumenti di comunicazione dell’attimo presente, nella sua violenza e visionarietà. Eppure, nel romanzo di Marino Magliani di cui vi presentiamo l’incipit in questo numero, non c’è niente di tutto questo. Gli strumenti di Magliani sono gli strumenti pacati di un narratore per natura: un linguaggio nitido che coinvolge lentamente, una trama che si dipana con l’ostinazione della vita vera, personaggi che rifrangono sé stessi e il mondo con la luce spezzata della vera umanità. In questo libro non c’è solo un giallo avvincente in cui la storia di due fuggiaschi delle guerre napoleoniche si intreccia con quella di un partigiano tradito. C’è soprattutto il sapore di una ricerca senza tregua in cui le piccole vittorie sono indissolubilmente legate a grandi sconfitte, e la scoperta della verità si tinge inevitabilmente del senso dell’errore. Il sapore di una narrazione così testarda, sommessa e vera che costringe all’attenzione.
Marino Magliani, un gentile Corto Maltese a cui ci siamo affezionati, ha lasciato la sua Liguria giovanissimo. Ha vissuto in Argentina, Cile, Spagna, Norvegia. Da alcuni anni, si è stabilito in Olanda, a Ymuiden, un piccolo paese in riva al Mar del Nord, dove lavora al porto. Torna ogni anno in Liguria, per potare i suoi olivi. Sironi ha da poco pubblicato il suo romanzo: “Quattro giorni per non morire”.

IL ROMANZO A PUNTATE


Autobiografia napoletana, di Redento Castaldo non è un romanzo né un racconto, ma una testimonianza, quasi un documento storico e anche se INCIQUID è una rivista che pubblica narrativa abbiamo comunque creduto opportuno dargli spazio.
È la storia di un sindacalista, che inizia dal 1951, l’autunno caldo e lo Statuto dei Lavoratori sono ancora lontani, mentre si preparano le condizioni per il boom economico, fatte anche di bassi salari e scarsi diritti per i lavoratori.
La storia si svolge a Napoli, la liberazione della città e le quattro giornate sono avvenimenti di appena otto anni prima. I segni della guerra sono ancora molti, negli edifici distrutti e danneggiati, nel tessuto sociale, negli animi e nelle coscienze.
La storia comincia quando Franco, il protagonista, è assunto alla Socony Vacuum, una grande multinazionale del petrolio, una delle sette sorelle, che già negli anni trenta aveva costruito una raffineria a Napoli, capace di produrre 500.000 tonnellate di idrocarburi, all’epoca la più grande d’Italia. Sembra aprirsi davanti a Franco una vita tranquilla, con un buon posto di lavoro, in una grande azienda. Sembra cominciare un periodo di tranquillità e di stabilità per lui e per la sua famiglia. Ma Franco non è portato per la vita tranquilla, il suo senso di giustizia lo mette nei guai. Inizia per lui invece un periodo turbolento e travagliato che suo malgrado coinvolgerà anche la sua famiglia.
Autobiografia napoletana è la storia di Redento e lui ce la racconta così, dal suo personalissimo punto di vista, a suo modo. Chi la sa ascoltare è condotto in una piega della storia spesso dimenticata, una parte del nostro passato di cui ci ricordiamo poco, ma che ha avuto un ruolo importante nella costruzione di questo presente: pochi giorni fa a Salerno, in questa calda estate del 2006, due operaie Giovanna di appena quindici anni e Annamaria di quarantanove sono morte bruciate in una fabbrica di materassi. Sì, vale proprio la pena di ascoltare la storia di Redento.
Questo documento sarà pubblicato in tre puntate. Quella di oggi comincia con l’assunzione di Franco alla Socony Vacuum, il suo ingresso nella commissione interna, le sue prime lotte sindacali, l’adesione al Partito Comunista e termina quando la dirigenza della raffineria riesce ad allontanarlo con il pretesto dei motivi di salute.




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