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INCIQUID 11
INCIQUID #11
2006


Questo numero si riallaccia al precedente, dedicato alla memoria dei tragici fatti di Genova del 2001. Anche questa volta abbiamo un anniversario da ricordare: la strage di Piazza Fontana. Qualcuno lo chiama “il nostro 11 settembre” e forse è così, la nostra prima strage di stato. Più di molte parole è utile segnalare il sito altracatanzaro.it, promotore di un’iniziativa che la memoria l’aiuta sul serio: un sostegno per salvare le carte processuali relative alla strage. Sul sito c’è un appello da firmare, vi invitiamo a farlo.
Apriamo la sezione romanzi proprio con una storia su Piazza Fontana, attraverso un breve ma intenso romanzo che ci ha proprio conquistati: “Pienaluce”, di Flaminia Cardini, un ritratto in chiave femminile di questa pagina della repubblica. Continuiamo a declinare il tema della memoria con una storia partigiana e resistente ambientata a Bologna negli ultimi venti mesi della seconda guerra mondiale: “Come gabbiani nella tempesta” di Vincenzo Palermo, che ripercorre, con una prosa pulita e senza retorica, la Bologna degli ultimi venti mesi della seconda guerra mondiale.
Chiude la nostra proposta di incipit di romanzi un libro per ragazzi “Vivi e la congiura dei tre continenti” di Paola Repetto, che segue perfettamente il solco tracciato da questo INCIQUID, grazie a una storia appassionante che parla di globalizzazione e impegno con la giusta dose di sorpresa e magia.
Per la sezione “romanzo a puntate” continuiamo invece con grande orgoglio e piacere la seconda parte dell’“Autobiografia napoletana” di Redento Castaldo, documento di vita e lotta che dal prossimo numero troverete per intero nella nostra biblioteca.
Per i racconti invece partiamo subito col dirvi che abbiamo inaugurato un’interessante collaborazione con il settimanale Carta, con cui abbiamo voluto fare un bel gioco narrativo a partire dallo spunto di Valerio Evangelisti che nella prefazione al libro di Barbieri e Mancini (“Di futuri ce n’è tanti”), pubblicato con il titolo “La scomparsa del futuro” sul numero 40 di Carta, fa riflettere su come il declino dell’interesse nei confronti della fantascienza sia forse legato a un’incapacità ad immaginarsi il futuro. Da qui il nostro “gioco”: coinvolgere una serie di autori quindicini in una proiezione nel tempo, prossimo o lontano che sia. La risposta è stata sorprendente, molti racconti e molto buoni, più di quanti ne potesse contenere il prossimo numero della rivista in uscita sabato 23 dicembre. Ci è toccato quindi fare un altro gioco: leggerli tutti anche noi, votarli, e sceglierne una manciata dei più belli per la nostra biblioleft! Il risultato è che su Carta avremo questi autori: Casa, Faconti, Magliani, Mazzitelli, Risucci e dulcis in fundo un delirio di quattro quindicini: Porta + Repetto + Ronco + Valotto; mentre nella nostra biblioteca invece, oltre a Casa e Faconti, avremo anche Ferrari e Grandinetti. Abbiamo scelto quest’ultimo, con il racconto “RC07”, per il lancio diretto su questo numero della webzine dato che era l’unico autore ancora inedito insieme a Ferrari, che però pubblichiamo qui con un altro racconto, “Argentina”.
In “RC07” Edo Grandinetti formula un’ipotesi al tempo stesso inquietante e realistica: cosa sarebbe successo se la rivolta di Reggio Calabria del 1970, capeggiata da Ciccio Franco, attivista del MSI, non fosse stata sedata? La risposta è inquietante… Altrettanto inquietante ma in maniera più sottile “Argentina” di Paolo Ferrari, un racconto sull’odio e le sue inestirpabili radici ricco di grande emozione.
Per chiudere tiriamo finalmente il fiato con una favola che ci auguriamo leggerete ai vostri bambini, piena di sognante etereità: “Clementina e la rivolta delle zucche” di Lucio Monterubbiano. Se non avete bambini a cui leggerla, leggetevela voi: un modo dolce per chiudere un ennesimo INCIQUID un po' amaro, ma che ci rispecchia pienamente.

Buona lettura.

iQuindici

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I RACCONTI


Reggio Calabria, 26 settembre 2007

Inspira, espira.
Da una finestra in alto la luna colpisce la parete. BOIA CHI MOLLA, si legge. Croci celtiche sostituiscono le “o”. Tutto intorno è buio, poco si nota delle altre scritte.
Un caldo torrido avvolge la città, l’aria è umida, il minimo spostamento diventa faticoso.
Rannicchiato dietro un container, Salvo trema. Prova ad asciugarsi le lacrime, ma il contatto con il sudore è incandescente. Gli sembra di sentire la voce del padre risuonare. “Corri! Corri! Corri!”, urlava, schiodandolo dalla paralisi.
Qualcosa è andato storto. Erano circondati, chiusi in un’imboscata, con poche vie di fuga. Salvo si era allontanato dal gruppo, rimasto dietro come stabilito. Al grido del padre partiva la sua corsa, a testa bassa, veloce come mai prima, senza volgere lo sguardo.
È bradicardico, ma ha il cuore fuori giri, pulsa con violenza nella gabbia toracica.
Inspira, espira.
Salvo ha paura. Batte i denti.
Finiranno appesi a testa in giù sul lungo mare, con gli arti spaccati a martellate, i denti rotti e la gola recisa. Anche il corpo martoriato del padre sarà esposto, come gli altri, accanto alla statua di Ciccio Franco, in segno di monito. Del gruppo guidato dal padre, nessuno è riuscito a fuggire. Corri corri corri. Non riesce ad arrestare le lacrime, la pelle sudata brucia. Inizia a singhiozzare.
Il silenzio che circonda il magazzino lo terrorizza. Quanto tempo gli resta? L’esercito dei “Boia chi molla” lo troverà, ha i minuti contati, ne è sicuro, gli rimangono solo i dubbi sul fallimento della missione, vorrebbe capire cos’è successo, cos’è stata quell’imboscata, perché erano soli, dov’erano i rinforzi cosentini.

Inspira, espira.
[...]


Tra le molte ramificazioni della fantascienza, una delle più affascinanti è senz’altro quella della “storia alternativa”, costruita sull’ipotesi che qualche evento fondamentale nella storia dell’umanità non sia accaduto o abbia avuto diversi sviluppi. Cosa sarebbe accaduto se l’Analytical Engine dello scienziato vittoriano Babbage avesse funzionato? Cosa sarebbe successo se gli imperi Centrali avessero vinto la prima guerra mondiale? Cosa sarebbe successo se Hitler fosse stato ammesso all’Accademia di Belle Arti di Vienna? Cosa sarebbe successo se Charles Lindberg avesse vinto le elezioni presidenziali del 1940 al posto di Roosevelt?
Il racconto di Edo Grandinetti formula un’ipotesi al tempo stesso inquietante e realistica: cosa sarebbe successo se la rivolta di Reggio Calabria del 1970, capeggiata da Ciccio Franco, attivista del MSI, non fosse stata sedata?
In una Calabria “indipendente”del 2007, dominata dai “Boia chi molla”, Edo ci trasmette tutta l’angoscia di un giovane che, dopo aver visto morire il padre in una dimostrazione fallita, tenta una disperata fuga verso la salvezza.
“Da tre ore era scattato il coprifuoco….”
“Salvo, sei il perfetto neobalilla”, ripeteva il professore di educazione fisica.
“Anche il corpo martoriato del padre sarà esposto, come gli altri, accanto alla statua di Ciccio Franco, in segno di monito.”
Bastano poche parole a evocare nella mente del lettore un clima di oppressione e di tirannia, l’eco di giorni che troppi hanno dimenticato.
Perché questo, alla fine, ci vuol dire Edo: dimenticare la storia, perdere la memoria di quello che è già accaduto vuol dire rischiare che la storia si ripeta, vuol dire lasciare che la nostre coscienza sprofondi nella palude dei segreti e delle stragi senza colpevoli, vuol dire permettere che altri manomettano una storia che, invece, appartiene a tutti. Così come è accaduta e non come alcuni vorrebbero raccontarla.


Eccolo, il proiettile. Lo vedi? Lo vedi che si accartoccia e si schiaccia contro il montante di lamiera della Mercedes senza fare grossi danni?
Fa così perché è un proiettile di piccolo calibro, sparato da una piccola pistola, che quando arriva su quel montante robusto è stanco e privo di forza, così crea solo un leggero avvallamento, e incrina appena la vernice: tutto qua. Questa, è la fine del proiettile calibro 22, ed è l’effetto più duraturo nel mondo materiale che quel proiettile è riuscito a produrre. L’avvallamento e l’incrinatura dureranno fin quando durerà la macchina, fin quando qualcuno la rottamerà, fin quando la ruggine si mangerà montante e vernice. Dopo non ci sarà più neppure quell’avvallamento, non ci sarà più niente. E allora bisogna correre indietro veloci per sapere qualcosa di quel proiettile schiacciato sul montante, e di tutto il resto, prima che il tempo si rifiuti di piegarsi e diventi rigido come un morto e faccia scomparire tutto, mangi tutto, deformi tutto.
Corri, allora! Corri subito indietro insieme al tempo e al proiettile, che si stacca dal montante e lo vedi come sparato in fuori dal piccolo avvallamento che torna liscio e dalle crepe nella vernice che scompaiono, lo vedi che rientra nel foro aperto nella gommapiuma del sedile, e poi che rientra nel torace che ci sta appoggiato contro, e che ripassa attraverso il cuore che ha spappolato poco prima facendo fuggire la vita proprio da lì, e che rientra nella canna dell’automatica insieme con il fumo, il calore dell’esplosione, il rumore dello sparo che nell’abitacolo sembra un tuono: tutto questo disastro di sangue, rumore e morte viene aspirato col proiettile all’indietro nella canna della calibro 22, come pezzi di vetro nel tubo di un aspirapolvere.
E poi silenzio.
Silenzio.
[...]


"Non c’è più niente di veramente importante nelle nostre vite malate." Così recita una delle frasi più sintomatiche di questo pregnante racconto che in dieci intensissime pagine scava e si insinua nei meandri più oscuri della psiche. Una storia di ordinaria follia, una storia come tante altre che ci scorrono intorno. Vite segnate dall'odio, dal risentimento dalla disillusione, che appaiono come lanciate su un binario morto il cui fine ultimo è l'autodistruzione.
Una storia intensa questa narrata da Paolo Ferrari, che prende allo stomaco, che ti scaraventa, con un sapiente intreccio tra passato e presente, nelle vite di Alonso e Maria Concetta, due fratelli il cui odio ha radici antiche; se lo sono portato dentro, come un virus, lungo tutta la loro esistenza. Un virus senza antidoto, che si insinua dentro e non ti molla, ti piega al suo volere fino ad annichilirti.
C’è molto mestiere in questo racconto, ma non è solo questo: c’è anche un’onestà e un desiderio di condividere l’emozione del raccontare con l’emozione – nel lettore – nell’“ascoltare”, con un registro linguistico che riesce a scivolare da descrizioni a momenti introspettivi senza soluzioni di continuità, facendo della memoria un suo elemento fondamentale.


Era una notte molto buia. La sua fronte era fredda e umida e si agitava nel letto come chi non riesce ad addormentarsi. Ma Clementina dormiva già profondamente e profondamente sognava improbabili avvenimenti sconnessi, molteplici piccoli passi nella direzione sbagliata.
Le lenzuola le si erano attorcigliate attorno alle gambe come un'edera e la rendevano prigioniera dei suoi stessi sogni. Come molti altri bambini Clementina diceva anche qualche parola nel sonno, soprattutto se il sonno era agitato come quella notte. Si rigirava da un lato all'altro senza tregua e, a vederla, si poteva ben immaginare che avrebbe preferito svegliarsi. Le lunghe ciocche rosse erano spettinate e sembravano anch'esse soffrire i travagli della bambina.
Quello che accadde poi avrebbe cambiato la vita di Clementina per sempre senza lasciarle troppa scelta.
Dal sonno profondo in cui giaceva si ritrovò improvvisamente seduta nel letto con gli occhi spalancati ed il sudore che le bagnava il viso. Le parole che aveva appena pronunciato riecheggiavano nitide nella sua mente e le sembrava di sentirle ancora nell'aria attorno a sé. Parole che non si dovrebbero mai dire e Clementina lo sapeva bene. Parole con gravi conseguenze e pochi rimedi. Parole che erano parte di un incubo, un incubo che ora le restava incollato addosso. Parole di chi non ha parole. Parole che aveva detto involontariamente ma che allo stesso tempo non poteva negare a se stessa di avere chiaramente pronunciato, seppur nel sonno. Parole che unite formavano una frase, una frase che suonerebbe alle nostre orecchie in questo modo: “Io non credo alle fate!” (clap clap clap clap).
[...]


Lucio Monterubbiano si è cimentato con grande garbo ed efficacia in un genere narrativo non facile e decisamente non alla portata di tutti: le fiabe per bambini. Le sue fiabe sono deliziose, piene di inventiva, capaci di far sognare e raccontare i sogni stessi. Crea dei piccoli universi regolati da leggi e dominati da eventi improbabili fuori da ogni logica, ai quali riesce a far aderire il lettore che sappia abbandonarsi alla fantasia. Fiabe “buone” cioè ricche di un bel modo di vivere, di pensare e di intendere il sentimento; non necessariamente sempre felici, ma comunque vive e vitali. E in grado di aprire, anzi, spalancare mondi immaginari, come ogni buona favola dovrebbe fare.

È il caso di questa fiaba che abbiamo scelto per i nostri lettori, nella quale una bambina coraggiosa - Clementina appunto - intraprende un lungo viaggio per rimediare ad un’imperdonabile leggerezza che ha ferito le ali di una fatina... Il sogno si fonde nel sogno, come travolto dal flusso delle zucche che rotolano, anzi “zuccano” verso la grande montagna. L’espediente con cui rimediare all’avventatezza di Clementina, che pure era sotto gli occhi del lettore dal principio, si rivelerà con il suo piccolo, magico colpo di scena, solo alla fine della sua onirica cavalcata.

I ROMANZI


CAMILLA

Curva sul taccuino, la borsa a tracolla, il bagaglio a mano poggiato accanto, Camilla si stringe nell’impermeabile e fissa lo sguardo sui mocassini con il tacco basso. L’orlo dei pantaloni antracite, mostra piccole tracce rinsecchite di fango. Non ha fatto a tempo a cambiarsi dopo il sopralluogo. Ha riempito le valigie senza pensarci. Ora è sfinita e cerca di rilassarsi sulla scomoda sedia di plastica rossa.
Il naso come il becco di un uccello sfinito punge l’aria, mentre osserva quante persone si muovono seguendo infinite traiettorie nella sterminata sala d’attesa dell’aeroporto.
Non lontano, una bimbetta bionda e un ragazzino ricciuto dalla pelle scura sfrecciano come proiettili sul linoleum pestato da passi e valigie.
E ancora bagagli trascinati, teste ciondolanti, corpi abbandonati inerti sulle sedie.
Dagli altoparlanti, in rapida successione, vengono annunciati voli, destinazioni lontane, sollecitati imbarchi.
Lì dove è lei stranamente nessuno si è seduto. Quasi una piccola oasi appartata.
Accavalla le gambe, poi le stende in avanti. Forse sospira. Sente che qualcosa non va. Ma poi si distrae, sfoglia il taccuino che ha cacciato in tasca senza pensare. Si sofferma su una pagina, la studia con puntiglio. Quei segni incisi somigliano a geroglifici, deve riconoscerlo è la sua calligrafia.
Avvicina e poi allontana gli occhi per mettere bene a fuoco.
Impugna il pennarello sbucato dalla tasca dell’impermeabile e disegna un cerchio rosso attorno ai nomi “Kennedy” e “Jo Kopechne”, il cappuccio stretto tra i denti.
[...]


Pienaluce è un romanzo che ha radici profonde, radicate in uno dei capitoli più torbidi della storia italiana: la strage di Piazza Fontana e l’omicidio dell'anarchico Giuseppe Pinelli. Un argomento su cui tanto si è scritto e tanto si è disputato. Proprio in virtù di questo l'opera di Flaminia Cardini assume un valore ancora maggiore poiché riesce a dare il proprio contributo in maniera originale e fresca, tenendosi lontano dal miasma emanato dagli intrighi di palazzo e dando voce e visibilità a quegli attori – ma soprattutto attrici - solitamente messi in disparte dalla cronaca ufficiale. In questo senso è un romanzo perfettamente mitopoietico nel senso wuminghiano del termine, e per di più sostenuto da una scrittura di grande livello, efficace e senza sbavature, articolata da un punto di vista lessicale.
Pienaluce è un romanzo interamente al femminile, sospeso tra realtà e finzione, che va ben oltre il mero narrare dei fatti. Un sodalizio inedito e tacito tra due donne coraggiose quanto dignitose, unite nell' affrontare il muro di gomma della verità precostituita.
Un'inedita Camilla Cederna, rampolla dell'alta borghesia milanese, dei salotti buoni e poi della Milano da bere che, con coraggio sfida la propria casta fino a pagarne le estreme conseguenze: l'emarginazione. In questa lotta trova la complicità, la solidarietà e la stima di Licia Pinelli, che emerge come figura straordinariamente forte e dignitosa, non gregaria ma compagna nell'attività e nel progetto di Giuseppe Pinelli. A completare questo straordinario affresco di ritratti umani commoventi e ologrammatici, la mamma e la nipote della Cederna che vivono fianco a fianco la sua lotta, sostenendola, magari solo con la propria presenza, con un gesto, uno sguardo.


Venerdì 14 aprile

Genova, ore 17,30

Il prof. Edmondo Castagnola alzò gli occhi da un testo sul vudù haitiano, con tanto di foto di sacrifici cruenti, e arricciò il naso, perplesso.
Nell'aria aleggiava un odore acre e pungente, che si andava facendo via via più intenso, mentre, dalla porta semichiusa, filtrava un fumo pesante e giallastro.
"Cielo, che puzza mefitica! Vivi! Vivi! Cosa stai combinando, si può sapere?"
In quel momento si udì uno scoppio violento, accompagnato da un fragore di vetri infranti.
Il prof. Castagnola schizzò dalla sedia e si precipitò verso la cucina, dalla quale proveniva il fracasso.
“Vivi! Rispondimi, Vivi! Ti sei fatta male?”
“Stai calmo, papà. Non è successo niente. Anzi, l’esperimento è riuscito al cento per cento.”
Vivi, con uno sbaffo nero sul naso ed una luce trionfante negli occhi, guardò solenne il padre e fece una buffa smorfia.
“Scusami, ti ho fatto spaventare? Che macello, vero? Adesso pulisco tutto, non ti preoccupare.”
“Figlia mia, mi farai venire una sincope, un giorno o l’altro. Potrei sapere che tipo di esperimento è riuscito al cento per cento?”
“Volevo provare a fare una bomba lacrimogena, ma non sapevo che ingredienti usare. Ho fatto un po’ di prove e questa ricetta mi sembra funzioni. La puzza fa proprio schifo, vero? Mi dispiace di aver rotto la zuppiera, ma tanto, dopo averla usata per farci la miscela di zolfo e nitrato di potassio, non si sarebbe comunque più potuta usare...”
[...]


Una multinazionale cinica e spietata, ragazzini coscienti e battaglieri, medici senza frontiere, animali parlanti, guerrieri Maori, memorie partigiane, libri, magia. Paola Repetto costruisce un affresco ‘tricontinentale’ che partendo dalla sua Genova attraversa oceani, tradizioni ed esperienze spaziando tra fantasia adolescenziale e coscienza sociale. La definizione “romanzo per ragazzi” limita e cataloga inopinatamente una narrazione fluida e ricca di colpi di scena; grazie ad una struttura molto vincolata alle tematiche della globalizzazione offre chiavi di lettura legate all’attualità, sapientemente miscelate al quotidiano e alla storia. Un romanzo che riesce ad essere fantasioso senza diventare favoletta, etico senza essere ideologico, intelligente senza fare il furbo, con una scrittura ricchissima di dialoghi vitali e dinamici che trascinano il lettore di corsa fino alla fine della narrazione senza fargli tirare il fiato.


Prologo

Mio padre. L'uomo più dolce che avessi mai conosciuto. Accusato di tentato omicidio, a settanta anni. E, quel che è peggio, colpevole. Non so che fare.

Il cielo è grigio, nuvole basse nascondono le cime delle montagne, e io guido divorando la superstrada attraverso le montagne dell'Umbria. Penso al lavoro, ai bambini da portare dal dentista, alla lavatrice da cambiare. E alla scocciatura di dover guidare sino a Perugia, con tutti i medici che ci sono a Roma, per i capricci di un vecchio. Ogni tanto mi giro a guardarlo, seduto sul sedile del passeggero, che non parla, non si muove, lo sguardo fisso davanti a se. Solo la mano destra tremola leggermente, appoggiata sul grembo, effetto secondario di uno dei tanti acciacchi. Mio padre è vecchio, vecchio, vecchio.
Guardo un filo di saliva pendergli da un angolo della bocca. Non sopporto quel rivolo di bava, rappresenta la vecchiaia e il tempo che passa, ma visto che non si possono odiare cose astratte come il Tempo o la Vecchiaia odio lui, mio padre, per quello che rappresenta, per quello che mi ricorda. Certe volte, per non veder invecchiare mio padre, lo ucciderei.
- Tutto bene, papà ? - chiedo tanto per spezzare il silenzio.
Lui non risponde, continua a guardare avanti, perso in ricordi lontani.

La clinica è bianca e linda come il guscio di un uovo, difesa da citofoni e portoni e telecamere come una bisca clandestina. Una segretaria asettica ci fa accomodare in una minuscola stanza piena di sedie lussuose e riviste da quattro soldi, e il mio primo pensiero, appena entrato, è "COSTOSO".
Ormai ho imparato a giudicare i dottori dalle sale d'aspetto. Mi costerà un sacco di soldi, e tutto per il capriccio di un vecchio. "Perché proprio lui?" gli avevo chiesto "perché, il dottor Sacchi non ti va più bene?" Ma lui si era impuntato, duro come un sasso consumato. Sapete come sono, i vecchi, una volta che hanno preso una decisione. E così avevo preso un giorno di ferie, per il capriccio di un vecchio.
Il dottore ci sfila davanti di corsa, a passi lunghi, seguito da un cagnolino a forma d'infermiera. È piccolo e scuro di pelle, e sembra ancora più vecchio di mio padre, degna noi due di un'occhiata veloce aggrottando le ciglia, poi scompare nello studio.
Aspettiamo due riviste e mezzo prima che chiamino mio padre. Mi chiede di rimanere fuori durante la visita, meglio così, non dovrò vederlo nudo, lascio all'infermiera una borsa stracarica di cartelle cliniche, di esami di mio padre, e rimango a leggere, da solo, nella stanza, storie incredibili di dive innamorate di miliardari e calciatori disperati d'amore.
[...]


Vincenzo Palermo, con tocco leggero e coinvolgente, racconta venti mesi di lotta partigiana a Bologna.

L’autore attraversa la resistenza, rivisitando e semplificando il linguaggio della narrativa partigiana, liberandolo dall’inevitabile giusta retorica dell’epoca; lo rende fruibile senza sminuirne il valore intrinseco e tramite diversi piani narrativi contestualizza con semplicità il periodo storico, permettendone una lettura attuale e completa.

La ricostruzione storica accurata ci racconta perfettamente una Bologna devastata dai bombardamenti; il senso di smarrimento dei nostri soldati all’indomani dell’8 settembre; le sensazioni di coloro che si trovavano a combattere senza sapere per chi o cosa stavano combattendo; le incertezze degli stessi soldati passati dall’esercito, alla clandestinità dei ranghi partigiani. Le emozioni, le paure, la confusione di quei mesi: ogni sentimento è reso con la massima fedeltà.

In questi eventi si sviluppa la vicenda di Matteo che - giovane soldato di leva, costretto a una guerra che non capisce e non vuole - decide di scappare e riconquistare la propria libertà, finendo quasi per caso nella resistenza. Parallelamente all’incalzare degli avvenimenti, la crescita umana e politica di Matteo rappresenta anche la parabola di quel momento storico: la scoperta dell’ideologia, l’accettazione dei valori della resistenza. E infine, la capacità e la volontà di decidere da che parte, e per cosa, combattere. Il giovane soldato, dapprima senza veri ideali, diventerà il valente partigiano Ombra; imparerà il senso di una libertà più grande e universale e diventerà un uomo. La morte del suo salvatore, segna la svolta e un ideale passaggio di consegne tra la vecchia generazione di comunisti e i giovani, dibattuti tra indifferenza opportunista e, lenta ma inesorabile, comprensione del mondo circostante.

E sullo sfondo una storia d’amore, delicata ma forte - quella tra il partigiano Ombra e la staffetta Clara - a rendere tutto più umano; a rappresentare la speranza dei giovani di quegli anni, il desiderio di poter disporre del proprio futuro liberamente.

Una voce narrante che somiglia a quella dei nostri nonni, a racconti già sentiti dalla voce dei protagonisti. Una memoria non per questo meno lucida o offuscata dal tempo, che nel racconto, è quella di un vecchio partigiano deciso a saldare i conti con un passato che ha lasciato ferite mai rimarginate.

Per non dimenticare.

IL ROMANZO A PUNTATE


Capitolo undici. La spoliazione

Il mare di Napoli era una fosca marrana, invasa da oltre quaranta navi da guerra della VI flotta navale americana, la più potente del mondo, con circa quarantacinquemila uomini di equipaggio. La presenza di tanta potenziale capacità distruttiva trascendeva i confini della rada e si espandeva nelle strade e nelle case, e nelle menti e nelle anime della gente. Erano in molti a lamentare che dopo quasi duecento bombardamenti "a tappeto" che avevano scheletrito la città e ammucchiato centinaia di morti solo dieci anni prima, avrebbero dovuto lasciarla un po' in pace la loro disgraziata terra.
[...]


In questa seconda parte Franco Certaldo viene arrestato, e fa così esperienza delle carceri di Scelba… Uscito dal carcere viene licenziato, e passa a lavorare per il sindacato. Con la moglie ormai nevrastenica e la bimba di 8 anni prende alloggio in un bivani diviso con la sezione del PCI, mentre è in corso il XX congresso del PCUS che porta alla luce gli orrori staliniani. Comincia una stagione di scioperi e manifestazioni molto duri, con molti assassinii.



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