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INCIQUID #12
INCIQUID #12
2007


iQuindici: cinque anni di letture!

Dodicesimo numero di INCIQUID, per festeggiare 5 anni di intensa attività di lettura! Lo apriamo con un ricordo di Ernesto Che Guevara, di cui ricorre tra poco l’anniversario della morte per mano della CIA. Per commemorarlo abbiamo scelto, tra le tante belle parole che sono state scritte, quelle di Italo Calvino, che ci sembrano le più intense e le più vicine al nostro sentire:

QUALSIASI COSA CERCHI DI SCRIVERE di Italo Calvino

Qualsiasi cosa cerchi di scrivere per esprimere la mia ammirazione per Ernesto Che Guevara, per come visse e per come morì, mi pare fuori tono. Sento la sua risata che mi risponde, piena d'ironia e di commiserazione. Io sono qui, seduto nel mio studio, tra i miei libri, nella finta pace e finta prosperità dell'Europa, dedico un breve intervallo del mio lavoro a scrivere, senza alcun rischio, d'un uomo che ha voluto assumersi tutti i rischi, che non ha accettato la finzione d'una pace provvisoria, un uomo che chiedeva a sè e agli altri il massimo spirito di sacrificio, convinto che ogni risparmio di sacrifici oggi si pagherà domani con una somma di sacrifici ancor maggiori.

Guevara è per noi questo richiamo alla gravità assoluta di tutto ciò che riguarda la rivoluzione e l'avvenire del mondo, questa critica radicale a ogni gesto che serva soltanto a mettere a posto le nostre coscienze. In questo senso egli resterà al centro delle nostre discussioni e dei nostri pensieri, così ieri da vivo come oggi da morto. E' una presenza che non chiede a noi né consensi superficiali né atti di omaggio formali; essi equivarrebbero a misconoscere, a minimizzare l'estremo rigore della sua lezione. La "linea del Che" esige molto dagli uomini; esige molto sia come metodo di lotta sia come prospettiva della società che deve nascere dalla lotta. Di fronte a tanta coerenza e coraggio nel portare alle ultime conseguenze un pensiero e una vita, mostriamoci innanzitutto modesti e sinceri, coscienti di quello che la "linea del Che" vuol dire -una trasformazione radicale non solo della società ma della "natura umana", a cominciare da noi stessi- e coscienti di che cosa ci separa dal metterla in pratica.

La discussione di Guevara con tutti quelli che lo avvicinarono, la lunga discussione che per la sua non lunga vita (discussione-azione, discussione senz'abbandonare mai il fucile), non sarà interrotta dalla morte, continuerà ad allagarsi. Anche per un interlocutore occasionale e sconosciuto (come potevo esser io, in un gruppo d'invitati, un pomeriggio del 1964, nel suo ufficio del Ministero dell'Industria) il suo incontro non poteva restare un episodio marginale. Le discussioni che contano sono quelle che che continuano poi silenziosamente, nel pensiero. Nella mia mente la discussione col Che è continuata per tutti questi anni, e più il tempo passava più lui aveva ragione
Anche adesso, morendo nel mettere in moto una lotta che non si fermerà, egli continua ad avere sempre ragione.

ottobre 1967

Tornando a noi, cinque anni di attività sono davvero tanti! Abbiamo dato un minimo di due pareri di lettura a circa 700 manoscritti, che non sono pochi, ma ce ne restano ancora circa 400, molti dei quali in attesa da un paio d’anni. Se da un lato siamo felici di avere ottenuto una così larga fiducia dai nostri lettori/scrittori, siamo però ovviamente dispiaciuti che sia stato impossibile leggere tutto in tempi più rapidi... Purtroppo (e per fortuna), intorno a maggio-giugno 2004, abbiamo avuto un’impennata di invii dovuta a una serie di articoli usciti su stampa e web “di peso” (Venerdì di Repubblica, Panorama, Repubblica online etc.) che ci hanno dato un’improvvisa notorietà. A questo si è aggiunta la lenta ma continua conoscenza di noi che i lettori/scrittori hanno avuto dai romanzi che abbiamo portato a pubblicazione. È tutto molto bello, ovviamente, anche se lo sarà ancora di più quando avremo smaltito l’arretrato e potremo quindi tornare ai nostri tempi di risposta iniziali, che erano di uno-due mesi. Il nostro obbiettivo è raggiungere il pareggio di letture entro 12 mesi. Ce la stiamo mettendo tutta! È diventato sempre più difficile poi portare a pubblicazione i romanzi promossi su INCIQUID. Dopo un periodo in cui l’editoria pareva essere più ricettiva a nuove proposte, sembra ora che il mercato sia decisamente più cauto, quasi fermo, e persino romanzi che noi sappiamo essere veramente buoni non riescono a trovare carta. È un vero peccato, non solo per gli autori, o per noi, ma per l’editoria italiana, che in questo modo perde grandi occasioni, mentre i frequentatori di librerie si continuano a lamentare che le nuove proposte letterarie che si trovano in giro non sono granché. Peccato, speriamo che la situazione migliori.
Ma vieniamo a questo numero 12 di INCIQUID: ve l’abbiamo fatto sospirare, è vero... il problema della lunga attesa è che mentre abbiamo una buona scelta di materiale per quanto riguarda i romanzi (e infatti anche su questo numero ve ne proponiamo 3), sui racconti la scelta è più complessa... Purtroppo scrivere un buon racconto sembra essere più difficile che scrivere un bel romanzo, cosa che dispiace considerando che abbiamo esempi eccelsi nella nostra letteratura, come Buzzati e Pirandello, tanto per toccare gli estremi geografici della Penisola. Piuttosto che scegliere qualcosa di non bello, quindi, abbiamo preferito aspettare e trovare cose che valessero davvero la pena, come i due racconti che vi proponiamo questa volta. “La galleria”, di Andrea Gianinazzi, ci ha conquistati per la sua atmosfera claustrofobica ma al contempo struggente, mentre “Pedro Acevedo e il gioco delle carte” di Emanuele di Giacomo è una novella che si impone per la bellezza delle sue ambientazioni sudamericane, con un finale inatteso.
Chiudiamo poi con questo numero la sezione “romanzo a puntate” iniziata nei numeri 10 e 11 con la testimonianza-memoir di Redento Castaldo. La sua “Autobiografia napoletana” conclude qui la sua ricca e densa storia, e sarà presto disponibile nella nostra biblioteca in un file unico. Sarebbe bello che qualche editore scegliesse di pubblicarla, come pezzo fondamentale della nostra memoria collettiva.
Per i romanzi, anche questa volta è stato davvero difficile scegliere cosa lasciare, e alla fine abbiamo deciso di dare spazio a tre proposte, molto diverse tra loro. La prima ci viene da Yari Selvetella, un giovane autore che ha già pubblicato con successo alcuni libri, tra cui due dedicati alle narrazioni di cronaca nera romana (il più famoso “Roma criminale”, scritto a quattro mano con Cristiamo Armati, ha venduto oltre trentamila copie). Ci fa piacere che un giovane autore già affermato abbia scelto di mettersi comunque in gioco mandando i suoi manoscritti a iQuindici! “Bel colpo, Cappelli!” è uno splendido romanzo, come leggerete nella presentazione.
Altrettanto bello “D.A.M.”, un romanzo uscito dalla sapiente penna di Mirco Cittadini che ci fa tuffare in un gaymondo inedito, zuccheroso e avvincente come non mai. Una proposta inedita dal nostro gruppo, che speriamo abbia il seguito che merita. Concludiamo in bellezza con un genere che amiamo da sempre, anche perché è anche quello che ci ha dato fortuna dall’inizio della nostra storia quindicina: il noir/giallo, di ambientazione emiliana. Torniamo alle nostre origini, dunque, per un lavoro a cui non manca davvero nessuno degli ingredienti giusti per tenervi incollati dalla prima all’ultima pagina: “Giallobolognese” di Patrizia Marzocchi scende meglio di un caffé, su questo non c’è dubbio!

Buona lettura.

iQuindici

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I RACCONTI


[capitolo uno]

Quella fu l’ultima volta che lo vidi. E lui se ne uscì con quella storia del caffè.
Aveva sempre la capacità di tirar fuori cazzate nel momento meno adatto e quello senza dubbio non era un momento adatto.
Avevo dormito tre ore quella notte, il gin che avevo in corpo mi dava allo stomaco. Nessuno di noi due era lucido.
Lui stava peggio di me, parlava a fatica.
- Che giorno è oggi? - mi chiese.
- E’ il venticinque di settembre.
Teneva le braccia sotto il tavolo e la testa bassa. Si spostò un poco di lato e tossì con un’espressione sofferente.
E poi quella storia del caffè.

[capitolo due]

Quello che mi dispiace, mi disse, è che nessuno sappia preparare un caffè decente. Io pensai che doveva essere andato del tutto, che diavolo stai dicendo, Pedro?, tu non bevi caffè; cercai di essere gentile, quello che mi dispiace, mi disse di nuovo mentre teneva gli occhi bassi e aveva perso quella gran sicurezza, perché era occhi chiari e sicurezza, lui, nient’altro, quello che mi dispiace è che non sappiano preparare un caffè.

Tu non mi conosci, mi disse, il caffè lo prendo anche se mi fa schifo, ogni tanto, per nostalgia, nostalgia di mia madre che era mezza argentina e tu lo sai, non c’è un argentino che non abbia un parente spagnolo o italiano, per nostalgia. Mia nonna veniva da un aese del sud dell’italia, come si chiama neanche lo so, diceva madonnamìa e gesummìo e preparava il caffè; per lei era come una religione, un rito, se lo faceva spedire dagli altri italiani, sempre lì a sgranare rosari in quei pomeriggi caldi come un cofano di furgone, fra le cipolle e i peperoncini, si metteva lì e se lo macinava, il suo caffè, e lo metteva in un barattolo di latta che mi pareva d’argento, mi spiegava non deve prendere aria, e poi chiudeva il barattolo. Quello che mi dispiace, mi disse, ricordo che lei mi accarezzava la testa e mi parlava col suo accento italiano, ci sono due segreti per fare il caffè, figliomìo, il primo segreto è sciacquare la macchina con l’acqua e basta, non come fanno gli argentini che mettono tutto insieme agli altri piatti col sapone, che non ci capiscono niente, mentre lei la metteva a bollire solo con l’acqua, quello che mi dispiace, mi disse, e poi il secondo segreto, figliomìo, è che non lo devi pigiare il caffè, devi fare una montagnola sopra il filtro, né grossa né piccola, ci si dedicava con cura, metteva le dita intorno e riempiva col cucchiaino, faceva la sua montagnola e poi mi rivelava il terzo segreto, perché c’era un terzo segreto ma non lo diceva a nessuno, il terzo segreto, figliomìo, è usare solo il caffè che viene dall’italia.
[...]


Trovate un paio d'ore, spegnete il telefono e mettetevi comodi: state per entrare in un mondo fatto di bettole malfamate, partite di poker e alcolici dal nome esotico. Un mondo che ha il profumo del caffè, preparato con ritualità dagli italiani emigrati in sud America.
Pedro occhi chiari e sicurezza è l'eroe di questo mondo. Lui sa affrontare la vita con un sorriso a trentadue denti e un coltello in tasca. Non chiede niente di meglio che bere, scopare e fumare sigarette costose.
Mettetevi comodi, dicevamo, e godetevi la poesia, l'avventura e la pittoresca umanità di queste pagine. Perché non durerà a lungo. Sullo spot del rhum di Caracas sta per piombare una tragedia, un dramma immane. Vi coglierà inermi e impreparati, come i personaggi del racconto. Comodamente seduti su una poltrona.
Ma qualcuno avrà la prontezza di reagire. Indovinate chi.
Emanuele Di Giacomo riesce a fondere storia e finzione, reale e onirico. Il suo stile di scrittura ha il fascino e la magia dei grandi romanzi sudamericani: calibrato, efficace, poetico senza essere stucchevole, privo di facili intimismi, ma sempre e comunque lucido. In questo racconto la Storia diventa Mito, e trova un posto adeguato nella memoria.


Anche stamattina mi sono alzato cinque minuti prima della sveglia. Sono anni che riesco a non farla più suonare. Guardo fuori dalla finestra. Il cielo è grigio. Minaccia acqua da un momento all’altro. Inizio il turno fra un’ora. La caffettiera mi annuncia con un sibilo e uno sbuffo che il caffè è salito. Apro il termos e vi verso il liquido nero, vi aggiungo un po’ di zucchero e un goccio di kirsch. Chiudo accuratamente il tappo e metto il bicchiere. Controllo tutto: pane, il pacchetto con la bologna, un salametto, un paio di mele, pezzo di formaggio, tavoletta di cioccolata alle nocciole, due mele, un pacchetto di biscotti una bottiglia di quelle con la macchinetta dove metto mezzo litro di barbera. E il termos, appunto. Controllo la lampadina tascabile, si accende senza problemi. Do un’occhiata alle batterie di riserva. Sono al loro posto.
Chiudo lo zaino dopo avervi messo il maglione grosso.
Mia moglie, dorme ancora.
Ieri abbiamo litigato forte per via di non ricordo più che cosa. Le nostre litigate cominciano da niente, poi crescono fino a diventare una cosa enorme. Ho dormito sul divano del salotto. E’ andata a letto senza nemmeno salutarmi, alle otto. Neanche il telegiornale e lo sceneggiato che non manca mai. Ho mal di testa e ho male dappertutto. Butto giù una pastiglia con un bicchiere d’acqua, poi ne prendo un’altra. Non posso iniziare con un mal di testa.
Getto uno sguardo nella stanza dei ragazzi. Abitudine, visto che da anni se ne sono andati per la loro strada. Guardo la porta dove dorme lei. Esito un momento, poi tiro avanti.
[...]


La Galleria è un luogo fisico concreto in un posto che potrebbe essere perfino un buco nell'universo. È una galleria come tutte le altre, dove passano i treni, dove si trovano oggetti, dove la gente va a morire, dove gli addetti alle ferrovie lavorano e camminano e controllano.
Un luogo claustrofobico, che mette ansia col buio e i rumori e il treno che si avvicina sempre più, con i suoi occhi "di bragia", rossi, infuocati, sempre più vicini che ti spingono in una nicchia; entri nella nicchia, il treno passa, esci dalla nicchia e ricomincia l'avventura, ricomincia la ricerca nel buio dell'antro.
La Galleria è un luogo dell'anima, angusto, claustrofobico, dove stanno le liti in famiglia, il pensiero e la percezione della povertà, del dolore, della sofferenza.
Un luogo da cui a volte si riesce a uscire, ma con il buio che ti è rimasto dentro.

I ROMANZI


Capitolo 1 (Bel colpo, Cappelli)

Che fa il matto di Piazza Barberini, quando non è tra il cinema e la fontana, con uno stereo a forma di paraorecchi in testa, strillando ai passanti?
Di lui si dice che sia un nobile decaduto. Questo particolare dà alla sua fama una nota di simpatia. C’è sempre un posto nel cuore della gente per le disgrazie capitate a quelli nati con la camicia. Ora eccola la sua, stropicciata, memore appena della vetrina di Via del Tritone, che la custodì linda, su un manichino con la testa di legno a forma di uovo, fino a quando il conte o marchese o duca vi posò lo sguardo.
- Eccellenza -gli avrà detto il commesso dell’epoca- preferisce quella, già confezionata, o gliene facciamo una su misura?
- Ma no -avrà risposto il nobiluomo- mi dia pure quella in vetrina, che sia della mia misura, ho fretta, devo partire, mi occorre oggi stesso.
Chissà quali stazioni, vagoni di prima classe, alberghi con lampadari dalle migliaia di gocce, femmine fatali e tavoli da gioco, bottiglioni di mumm con l’etichetta bianca e rossa e polveri esotiche su uno specchietto. Non come ora che i militari in licenza passando gli strillano:
-ah matto!,
e quello più forte di loro, grida solo la A, a chi la tira fuori più acuta e fastidiosa.
Chi ci si mette a competere, perde sempre. Qualche giapponese coi capelli tinti prugna, fa una foto e si compiace che gli italiani non siano tutti eleganti come sul catalogo di Gucci, aaah -strilla- che soddisfazione. Qualche coatto che oramai la sfida l’ha accettata, mica può farsi prendere in giro dagli amici per via del Corso, avanti e indietro tutto il pomeriggio: -aaah, li mortacci tua, e quasi gli si appannano gli occhialoni da sole celesti.
Poi un giorno, due, niente. Niente camicia zozza, niente balletti tirati fuori a memoria dal repertorio che vecchie nutrici tedesche utilizzavano per fargli mandar giù la pappa, niente strillacci sconclusionati, niente matto di Piazza Barberini. Si dice che una volta, qualche anno fa, il Presidente della Repubblica si decise a fare due passi, giù da Via Veneto, verso il Quirinale. Che glien’è importato qualcosa, al matto, di chi era quello col cappotto blu e la vitiligine?
No, figurarsi.
[...]


Questo è uno di quei romanzi che un editore accorto e intelligente non si farebbe scappare. Con uno stile semplice, ma nello stesso tempo pensato, “di mestiere”, Yari Selvetella racconta le storie intrecciate di alcuni personaggi nella Roma di oggi. Racconta di lavori malpagati, di truffatori e furbacchioni, di ragazze disilluse che sembrano aver capito fin troppo bene come gira il mondo.
La storia – le storie di Cappelli, Colasanti, Tanya, Berardo – appassionano, si sviluppano, si incastrano senza fare mai perdere l’orientamento al lettore. L’incipit è avvolgente, incuriosisce, ti spinge a buttarti dentro il romanzo e rimanerci fino alla fine; come ogni buon incipit dovrebbe essere. E il resto non tradisce le aspettative.Tanya è un personaggio sorprendente per quanto è “umana”; cresce, matura, pur con tutte le sue fragilità; si impone sulle situazioni quando meno te lo aspetti, “manovra” le persone, volente o nolente, da protagonista agente o come sogno e illusione di altri.
E in ultimo, la grande protagonista del romanzo che si affaccia dall’inizio con una delle cose più caratteristiche e forse meno note (il matto della piazza) ai turisti: Roma. Il linguaggio, le strade, la vita della Roma “vera”, non quella dei pullman scoperti che girano come topi impazziti. La Roma del centro e quella delle periferie, i suoi quartieri, le borgate, le sue strade, i palazzi, l'umanità che viene fuori con grande nitidezza dalle sue pagine. Come nella miglior tradizione letteraria, degli scrittori innamorati della propria città, Yari Selvetella ci fa entrare nelle sue trame più affascinanti e veraci. Sa che non c'è bisogno di trattati sociologici per descrivere un posto e la sua gente, basta raccontare di un ragazzo che si fa chilometri e chilometri in motorino, una sera, per raggiungere la sua ragazza dall'altra parte della città.
Domina l’amarezza, il mondo di Cappelli è un mondo alla Blade Runner, dove la speranza è una vincita alla lotteria o l’emigrazione nei mondi esterni.


10 novembre 2002, domenica

GIORDANA

Si alza di buon’ora e dà da mangiare a Giustina.
Un po’ di crocchette, manzo alle verdure, il latte.
Poi si prepara il caffè. Sorride a se stessa.
E’ domenica, niente ufficio, niente corsa nel traffico, niente conti, niente tensioni.
Normalmente farebbe le pulizie di casa, pranzerebbe, andrebbe a fare un giro ai Giardini di Villa Angeletti.
Ma oggi sarà tutto diverso.
Renderà speciale tutto il giorno.
Intanto niente pulizie.
E se Lui chiedesse di venire a casa sua? In fondo è probabile, quando un uomo ti invita… No, non accetterà, non la sera del primo appuntamento ufficiale.
Quindi niente pulizie, è ferma su questo punto. Giustina le salta in grembo, vogliosa di carezze.
Giordana gliele concede distrattamente.
Questa gatta, facendo le proporzioni fra la vita umana e quella felina (sette a uno, almeno così si dice), è più vecchia di lei. E’ una gatta cinquantenne, mentre lei è un’impiegata quasi quarantaseienne.
Però si assomigliano in tante cose, pensa Giordana.
Intanto sono brutte. Giustina ha uno strano pelo maculato ed è orba in un occhio. Lei l’ ha trovata così al canile municipale: una gattina spelacchiata che la fissava con l’unico occhio giallo e che aveva perso ogni speranza, al punto da non ritenere produttivo nemmeno miagolare. Ecco, si assomigliano anche in questo. Ciascuna sopporta il suo dolore in silenzio.
Ma Lui lo sa, da tempo.
Il loro primo e vero incontro ufficiale. L’ha proprio invitata : “Sei libera domani sera?” (come se esistesse un giorno in cui non è libera) “Andiamo a mangiare una pizza. Che ne dici, ti va?”
Le va? E’ una domanda da farsi?
Ma Lui è un po’ strano. Attraversa la camera da letto, si sofferma davanti allo scaffale che contiene tutti i suoi libri. Li accarezza: vi ho letto con attenzione e fatica, forse alla fine mi avete aiutato. Mi avete insegnato la pazienza.
E’ emozionata come una quindicenne, e non riesce a rallentare il battito del cuore. Sì, l’ultima volta che ha provato questa gioia è stato proprio quando aveva quindici anni.
[...]


Giallobolognese è proprio ciò che sembra: un romanzo sviluppato attorno a un omicidio – avvenuto naturalmente in circostanze misteriose – che afferra il lettore trascinandolo per le strade della città emiliana.
Un perfetto romanzo di genere che contiene tutti gli elementi del più classico poliziesco, privo delle venature del noir. Giallobolognese infatti è un giallo vecchio stile: nei suoi personaggi non si celano doppie e triple personalità, non si svelano retroscena dietrologici, non ci sono diatribe politiche.
L’intreccio delle storie e le indagini condotte per svelare il mistero dettano il ritmo del romanzo, che scorre velocemente verso il finale. La trama viene svelata poco a poco tanto al lettore che agli investigatori, mantenendo così aperte fino alla fine molte possibili conclusioni; alla fine la direzione sarà quella più amara.
Se la vera arte di un giallista è nascondere la realtà e mettere in evidenza i fatti in una maniera che vengano svelati dalle scoperte dei personaggi, allora in Giallobolognese questo è stato fatto perfettamente: niente è come sembra.


PRELUDIO IDEOLOGICO

Io amo i biondi.

Senza alcuna distinzione di sorta: amo i modelli di razza ariana, i figli dei coloranti, i dorian gray, i tadzio, le preziose ridicole, le desdemone dolenti, le stelle patinate (e platinate) del cinema, i vichinghi, i burgundi, i normanni, i tancredi, i manfredi, i surfisti californiani, , i Wiener Sangerkna-ben, gli angeli algidi e perfetti che popolano l’immaginario stereotipato (e quindi legittimo) del decadentismo omosessuale.

Io amo i biondi.

Amo anche le bionde, s’intende, mia madre in testa (un caschetto ossigenato, vaporoso e un po’ liberty) e Petra, la mia adorata sorella, tutta rigorosamente biodegradabile e Clodette, l’utero prenotato per la mia gloriosa discendenza.
Amo il Biondo, così, come concetto, come archetipo, così come amo la levigatezza, la superficie apollinea, la verginità (quella immacolata che si rinnova e rifiorisce all’alba, tra i gelsomini).
Questo perché i biondi sono i fogli che devo macchiare con l’inchiostro del mio desiderio (se pareba boves), i bianchi campi dove incidere la mia storia (alba pratalia araba), il mio principio di delicatezza.
Questa è una storia d’amore abbagliante, tragicomica, dove il Destino entra in gioco antagonista e profonde a piene mani il suo sense of humor.
Il titolo potrebbe anche sembrare un verso da meditazione ayurvedica, qualcosa da far ronzare nella testa al primo sole, su qualche parete rocciosa, gambe incrociate e scomodità varie.
Una parola guida verso la pace.
In realtà, si tratta di una sigla, che poi c’entra col latino (Tibullo? Virgilio?).
Un modo come un altro (ovvero il mio) di dire: AMORE.
Io (narratore incosciente) sono Demetrio Farnese, per tutti – madre compresa – Demi.

Che detto così, sembra quasi la metà di qualcosa.
Più o meno la trama di questo libro.


[...]


Mettete nel lettore cd un disco di Clayderman. Dalle casse lente e avvolgenti escono le note di un pianoforte. Riempite a metà una coppa di champagne. Dalla terrazza aperta entrano gli umori di una primavera perenne. L’atmosfera è irreale, un’immagine retorica abusata, da soap opera sudamericana. Questo è D.A.M di Mirco Cittadini, un harmony post-moderno, la ricerca melodrammatica di un attimo “sublime”. Ma questa è solo la vellutata superficie esterna. D.A.M è una metonimia sull’amore. Anzi sulla ricerca dell’amore. La sue metafore sono finestre sulla storia, sono labirinti per gli occhi, sono incanti di un mago “raffinato”. Osservate attentamente la coppa. Nel riflesso che vi rimanda voi siete biondi. Tutto intorno a voi è biondo. In questo romanzo essere biondi non è un accidente, una componente esterna, ma dono, virtù, missione. A questo punto vi chiederete che ci faccio qui, in questa frivola pantomima, in questo decadente romanzetto gay. Il protagonista di D.A.M. è gay, così come lo sono molti dei suoi personaggi. In questo romanzo degli uomini amano degli altri uomini. Questo rende D.A.M. un romanzo gay? Forse no. Secondo noi Mirco è un romanziere a tutto tondo, capace di parlare d’amore senza declinarne il genere, senza costringerlo in una gabbia del pensiero. Uscite sulla terrazza. Respirate a pieni polmoni l’aria della sera mentre aspettate qualcuno o qualcosa. Finalmente un braccio vi cinge il fianco. Questo è D.A.M.. Il dolce brivido d’attesa dell’amore.

IL ROMANZO A PUNTATE


Capitolo diciotto. Nastro azzurro.

Quella sera Franco tornò a casa, senza la minima ansia di arrivarvi presto. Aveva percorso a piedi il lungo tratto di strada, che separava la stazione della Circumvesuviana, dal centro storico. E sarebbe stato felice, se il lungo nastro lucente, che la pioggia incipiente e i fiochi lampioni, stendevano sull’asfalto di via Duomo, avesse potuto srotolarsi all’infinito. Avrebbe voluto chissà quanto tempo ancora, per trovare le parole giuste per Mara.
Le analisi, di cui aveva ritirato il referto in mattinata, non ammettevano dubbi.
Negli ultimi tempi non erano stati sempre attentissimi, nell’osservanza dell’undicesimo comandamento: “Non amerai mai in stato di passione e d’abbandono, se non avrai molti soldi!”.
Come sempre, infine, scelse il metodo collaudato, ma sempre difficile, della recita d’assalto, teso a contenere e a scoraggiare l’offensiva nemica.
- “Hai ritirato le analisi?” -, l’immediatezza della domanda (non aveva ancora chiuso la porta d’ingresso), non era certo incoraggiante, per l’infelice messaggero. Ma lui, che aveva nel tempo affinato la tattica della bugia pietosa, le baciò subito le guance e i capelli e le disse raggiante: - “Auguri, signora! Lei diventa madre per la seconda volta!”.
Da quel momento, ogni giorno dovevano affrontare discussioni amare, difficili, spesso ripetitive, sempre dolorose.
Fu anche esaminata l’ipotesi dell’aborto procurato, che allora non era legale, ma si otteneva molto più facilmente.
Vissero la possibilità con dolore e senza tentare di dissimularlo. L’apprensione, in certi momenti l’angoscia, per la nuova gravidanza, dieci anni dopo la prima, in una condizione economica nemmeno rapportabile a quella del tempo dell’impiego in Raffineria, li spinse fin dentro lo studio di un noto ginecologo.
Prescrisse con disinvoltura sconcertante, tre iniezioni d’antibiotico e fissò l’appuntamento all’ambulatorio, “per eliminare l’inconveniente”. Disse proprio così.
I due in quei giorni, avevano smesso di parlarsi. Come temessero che il colloquio, qualunque forma di contatto verbale, potesse finire per dare largo e priorità, a qualcosa che premeva, un pensiero che pretendeva con forza d’esprimersi in parole tonde e chiare.
[...]


Giunge al termine, in questo numero di INCIQUID, la vicenda di Franco Certaldo, sindacalista alla Socony Vacumm di Napoli negli anni Cinquanta di Scelba. Una storia che, vi ricordiamo, decidemmo di pubblicare malgrado i suoi limiti stilistici a causa della sua valenza profonda e fortissima di documento sociale e di denuncia.
Redento Castaldo, attraverso Franco e le sue vicende, ci parla di una terra maltrattata e ridotta a colonia americana, di diritti sindacali calpestati, di incidenti, di morti sul lavoro e omicidi di stato... insomma, una realtà distante ma con un filo rosso intinto nel sangue delle morti bianche che non si fa fatica a riavvolgere per cogliere il nesso tra due fasi storiche lontane cinquant’anni. Franco viene incarcerato all'ennesimo sciopero ad oltranza che aveva organizzato e lo stesso PCI gli volta le spalle e lo accusa di collusione con l'azienda, pur di liberarsi di un personaggio così scomodo, che reagì stracciando le tessere della CGIL e del partito.
Di questo ci parla Redento Castaldo. Ci sussurra a mezza bocca storie che non vorremmo più sentire, né dal passato né dal presente, per ricordarci che siamo vivi e abbiamo gli occhi grandi di chi vuole lottare.




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