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INCIQUID #13/2008
INCIQUID #13
2008


20 luglio 2001 – 20 luglio 2008: guai dimenticare Genova!

Dice che il tempo cura le ferite, che aiuta a decantare il dolore. Di solito funziona, in effetti.
Sette anni. Uno dopo l’altro, sgranati in una litania. Sembrano quasi pochi, detti così.
Bisognerebbe provare a immaginarli vissuti da superstiti, sette anni ad aspettare un cenno, una parola, un riconoscimento. Qualcosa che in Italia sembra non esistere per le vittime e che si chiama scusa. Anni ad aspettare che qualcuno ti dica che sì, quello che hai subito non è accettabile, non è tollerabile in uno stato democratico.
Bisognerebbe viverci, con un pensiero che ti schiaccia il cuore. Per capire. Per evitare certe frasi che ancora oggi colpiscono come manganellate. Come a Genova, quel giorno.
Quelli che i manifestanti in fondo erano tutti dei blecbloc.
Quelli che uno a zero per noi e viva pinochet.
Quelli che se stavano a casa mica gli succedeva niente.
Quelli che ilpoverocarlo, manco fosse un compagno dell’asilo.
Quelli che ilpoverocarlo stava per tirare un estintore.
Quelli che hanno raccontato ad un ministro della repubblica che centinaia di persone stavano faccia al muro da sei ore perché altrimenti molestavano le ragazze.
Quelli che il ministro ha detto che gli è sembrato molto logico e plausibile.
Quelli che entro stasera vi scopiamo tutte sporche troie comuniste.
Quelli che era solo sangue da ferite pregresse.
E poi oggi.
Oggi che siccome la tortura non è prevista nel vocabolario giuridico italiano, allora non esiste.
Oggi sono passati sette anni da allora, e sembra che il tempo sia sempre lo stesso, solo più stanco, solo più spietato.
Certe volte il tempo cura. Non ora, non qui, in un paese senza cuore e senza memoria.
E allora noi che conserviamo questo vizio continuiamo a ricordare, anno dopo anno.
E questo numero di INCIQUID lo dedichiamo a tutte le persone che hanno visto Genova. A chi è sopravvissuto, a chi non ce l’ha fatta.

Dopo questo doveroso inizio, veniamo ai contenuti letterari di questo tredicesimo numero di INCIQUID, che pubblichiamo quasi un anno dopo il precedente. Abbiamo deciso di non uscire finché non avessimo trovato racconti e romanzi di qualità, e quelli che vi proponiamo lo sono davvero: media di voti altissima per tutti e quattro i lavori.

Apriamo con due racconti: “La Ghisiola” di Raffaele Castelli, che affronta un argomento di cronaca (l’infanticidio) con una prospettiva davvero distante da quella televisiva pruriginosa, e “La mia banda suona il rock” di Roberto Pettini, una storia davvero ben costruita sui legami d’amicizia adolescenziale che possono cambiare una vita.

Per i romanzi non ce la siamo sentita, dati i ritmi di uscita attuali, di proporre nuovamente un romanzo a puntate, sarebbe stato crudele nei vostri confronti! Abbiamo deciso quindi di pubblicare per intero un lungo racconto/romanzo breve che è davvero un piccolo gioiello, perfetto compagno per l’ombrellone: “Novemesi” di Micol Rubini. Data la sua lunghezza, sarà difficile che trovi un editore, ma noi lo speriamo davvero!

Chiudiamo in grande bellezza con un romanzo perfettamente integrato nella New Italian Epic wuminghiana: siamo molto orgogliosi di averlo scovato e scelto! “Di mestiere Garibaldi” di Giancarlo Lupo parla con grande forza e competenza del periodo dell’occupazione Sabauda del regno delle Due Sicilie (meglio conosciuta come la “Spedizione dei Mille”) ne coglie tutto lo sgretolamento e la falsa speranza di tempi migliori dato in pasto a chi non vedrà altro cambiamento che il diverso nome dello stesso padrone.

Per quanto riguarda noi, rispetto all’ultimo numero non sono molto cambiate le cose: i romanzi non si pubblicano e le letture continuano a impilarsi, purtroppo… siamo tanti ma alla fine il tempo resta sempre la merce più preziosa per tutti, e quindi siamo ancora lontani dal pareggio di letture nonostante il grande impegno che ci mettiamo, ci dispiace tantissimo per tutte le autrici e gli autori in attesa: scusateci!

Buona lettura a tutti
iQuindici



I RACCONTI


Ogni tanto, o meglio senza sosta come un vezzo o un capriccio, rigirava la sfera della biro nel fazzoletto di carta nel vano tentativo d'asciugare quella perdita continua di blu e di memoria, e nello sforzo del farlo, tutte le periferie del suo corpo, tutti gli arti, tutto ciò che s'allontanava dalla sua testa inerte pulsava, si dibatteva quasi volesse correre e fuggire più veloce delle parole d'inchiostro che erano ormai tutto il suo sangue. E si sarebbe infilata anche una titillante penna d'oca fra le dita dei piedi, se fosse servito a fare prima. E tutto; pelle, sudore, membra sensibili e lontani ricordi di zone marginali di quella donna… a dire il vero mai state del tutto attive!, parevano determinarsi in uno spazio angusto che andava restringendosi sempre più: come una circonferenza viva che veniva risucchiata dall’interno del beccuccio grondante di quella biro Bic.

[...]


L’orrore vero, quello che si ritrova nella quotidianità dei gesti, nelle piccolo cose di ogni giorno. Un racconto che ha il grande merito di trattare in modo originale e non pruriginoso un argomento spesso troppo sfruttato e svilito, sbattuto in faccia ai guardoni della cronaca.
L’autore ne fa una storia sottile ma efficace, illustrata da una prosa molto suggestiva e consapevole, con uno stile moderno nel suo essere ellittico ma sempre comprensibile, circolare e ben ritmato, interessante nello svolgimento e coinvolgente.


Mi ha telefonato nel pieno della notte.
Ricky, sei tu? Mi fa.
Io non ho risposto subito. Mi sembrava di non essere nemmeno sveglio. Poi l’ho riconosciuto, all’improvviso.
Leo, gli dico. Gli urlo.
Sono in pericolo, Ricky. Ho bisogno d’aiuto: vieni, ti prego, vieni.
E riattacca.
Come un sogno. Anzi: un sogno.
Sono tornato a letto, scrollando la testa. La mia mente rifiutava l’idea di aver udito la voce di Leo, voleva spingerla nel luogo dei sogni. Infatti, una volta sotto le coperte ho abbracciato mia moglie Astrid, blaterato qualcosa circa la malattia del bambino e poi mi sono addormentato subito, immediatamente. E ho sognato, ho sognato Leo che mi parlava, che mi toccava. Leo nel mio letto, addirittura. E’ finita che ho dormito un sonno agitato, di quelli che si ostinano a respingere i brutti sogni, il lato cattivo della vita.

[...]


Una telefonata nelle notte e Ricky viene risucchiato nella sua vita precedente, quella chiusa in un cassetto. Dalle prime strimpellate alla formazione di un gruppo rock, all’empatia con la canzoni e con i componenti del gruppo, compagni di musica e di vita. Ricky parte per un viaggio nella memoria, srotolando un passato sospeso tra presente e futuro.
La mia banda suona il rock è uno scritto trascinante, un flusso continuo di eventi che travolge emotivamente, con ricordi riemergono e segnano. L’autore sciogli i tasselli dell’intreccio narrativo continuo. Nessuna divagazione estemporanea distrae il racconto, sempre lucido nel percorso narrativo attraversando complessi spaccati di realtà. Un lungo viaggio in bilico tra due vite.
Dai primi seminali indizi al dispiegarsi di tutti gli eventi sino all’urlo finale, il racconto è un ricordo conciso, veloce e liberatorio. L’immagine di un urlo, “L’urlo” di Munch, ritorna e collega gli eventi: è l’unico straziante legame tra i personaggi, che vivono sentimenti estremi e remissivi. Onesto, profondo, ben scritto, racconta bene una generazione senza mai scivolare nell’autocompiacimento del genere.

I ROMANZI


Ho la nausea. In bocca ho una saliva che sembra colla e ha sapore di terra. Vorrei appoggiarmi al muro, chinarmi in avanti e buttare fuori tutto quello che ho mangiato, ascoltato e visto in trenta anni di vita. Che disgusto. Adesso vomito. Sarà un getto interminabile, conati spaventosi, budella contorte che sparano acidi corrosivi e sostanze putrescenti. Ci vorranno giorni e giorni per sentirmi finalmente pulita, svuotata dalle incrostazioni cerebrali che mi inchiodano qui, in questa fetta del litorale adriatico: il sole che ferisce gli occhi, la luce riflessa nell’acqua verde marcio che rivolta lo stomaco, gli ombrelloni colorati, il juke-box che ripete ossessivamente il motivetto dell’estate, così azzeccato che mi ritrovo a canticchiarlo anch’io, con il disgusto che ho addosso.
Per fortuna non siamo ancora in piena stagione e il numero dei villeggianti è quasi sopportabile, ancora vicino alla linea di decenza. Gli ombrelloni intorno a me non sono tutti occupati.
[...]


Scazzato, furioso ma anche seriamente disperato: questa storia è una picconata implacabile all'immagine idilliaca e nazionalpopolare della donna incinta, all’esaltazione della gravidanza come momento magico di gioia e allegria: quelli sono i sentimenti “naturali”, “giusti”. Si preferisce non sapere che può esserci anche il disgusto, il livore, il desiderio di annullamento, soprattutto quando la futura madre è una donna infelice in lotta contro l'angoscia. Micol Rubini riesce a rendere con grande impatto il risentimento della protagonista Lela, la sua voce disperata e poco rassicurante, efficace come un colpo di forbici. Ma anche morbida, perchè il contrasto dei sentimenti espressi, i timori, il senso di solitudine di una donna in attesa non rappresentano che duttilità. Uno stile senza fronzoli dal fascino corrusco, divertente, autoironico e mai compiaciuto, intelligente e sottile. Romanzo breve o racconto lungo, si legge davvero d’un fiato, e lascia il segno.


PRIMA PARTE
“La storia, scritta dagli uomini, è verità mentitrice e menzogna veritiera. Erma bifronte, che piange del suo riso e ride del suo pianto.”

Sette e mezzo, romanzo di G. MAGGIORE.


L’EROE DEI DUE MONDI
Primi d’aprile 1860, entroterra siciliano
Quando Teresina si affacciava sul dirupo detto del leone-che-dorme, Ciuzzo credeva si precipitasse a piombo, fracassandosi le ossa tra le pietre rocciose del pendio. Bianca Teresina, come le nuvole del cielo quando incorniciano il sole.
“Ma secondo te chi carda le nuvole?” domandava Ciuzzo a Sarino, pigramente poggiato a un piede d’olivo dai rami cascanti. “Ma di che minchia parli?” Intrecciava fili d’erba con le dita.
Non gliene importava niente, e niente può importare a chi ha lo stomaco brontolante, dalla mattina alla sera. Fame atavica. “Quando penso alle nuvole penso al latte; le nuvole, bianche come latte, e quel tantino che bevvi a colazione a niente è servito. Un buco in pancia ho ancora. Inutile.”
Latte al fuoco tenue dell’alba, borbottante nel pentolino di stagno, nel suo gorgoglio ricordava una vita precedente. Sulle nuvole. Di pace e amore, paradisiaca. Altro che lavoro nei campi. Solo quello Ciuzzo e Sarino conoscevano. Da sempre. Lavoro nei campi. Caldo infernale. E fame.

[...]


Un truffaldino senza arte né parte che per campare si finge Garibaldi tra contadini e nobiluomini, preti e briganti. Ambientato nella Sicilia del periodo dell’occupazione Sabauda del regno delle Due Sicilie (meglio conosciuta come la “Spedizione dei Mille”) ne coglie tutto lo sgretolamento e la falsa speranza di tempi migliori dato in pasto a chi non vedrà altro cambiamento che il diverso nome dello stesso padrone. Scritto con una lingua scorrevolissima, affascinante, che s’avvolge incantevole intorno a personaggi ben costruiti, questo romanzo contiene riferimenti alla lunga e complessa tradizione letteraria siciliana, da Verga alla Maraini, passando per Pirandello e Sciascia. Lo sfondo è sia rurale che urbano, popolato da numerosi personaggi, ben delineati e a tutto tondo, un affresco della società siciliana di metà ‘800, animato da una conoscenza di avvenimenti storici, modi di dire, leggende popolari, proverbi e mitologie narrati con gran naturalezza. L’ambientazione è d’impatto, la descrizione degli ambienti è resa con pochi ma efficacissimi tratti. La prosa lineare ne fa un romanzo da divorare, mai pedante o eccessivamente didascalico, piuttosto essenziale e nonostante ciò ricco di spunti di riflessioni. Lupo riesce nella non facile impresa di delineare caratterialmente tutte le figure, attraverso un ampio ventaglio dialettico e introspettivo di emozioni e sentimenti. Dipinge la vita della famiglia contadina, le convenzioni dell’alta borghesia e della nobiltà, i rapporti tra malfattori all’interno delle carceri, la borgata paesana e cittadina, i miti popolari; spaccati sociali di attualità disarmante espressi con registri linguistici diversi e naturalezza dei dialoghi.
Molti i personaggi di ispirazione fumettistica, anche nella rappresentazione della lotta fra bene e male che è resa con toni quasi manichei, tanto che il finto Garibaldi, attraverso una trama fitta di vicende storiche e personali, si trasforma in un eroe senza macchia, mentre quello vero viene ad assumere una luce più sinistra. Interessanti anche alcune figure femminili attraverso le quali emerge una condizione della donna ben delineata, simile a quella delle migliori pagine della Maraini. Questo romanzo che iQuindici hanno iniziato a leggere e discutere da un paio d’anni, si inserisce appieno nel filone del romanzo metastorico italiano che sta emergendo da alcuni anni, di cui ha recentemente parlato Wu Ming 1 nel suo famoso saggio “New Italian Epic”. Infatti anche “Di mestiere Garibaldi si riappropria della Storia per riportarla alla sua funzione primigenia, quella di diventare narrazione, equivalenza fra il passato e il presente, chiave di lettura del contesto nel quale viviamo. Questo romanzo è il frutto di ricerche approfondite tradotte e filtrate su carta attraverso un coinvolgimento emotivo di grande spessore, con la volontà di raccontare la grande storia con lo sguardo degli ultimi, dando voce alla narrazione popolare.



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