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INCIQUID #15/2010
INCIQUID #15
2010


Quindicesimo numero di Inciquid da iQuindici!

Un traguardo che ci riempie di soddisfazione: il nostro numero Quindici!

Qualche mese fa abbiamo deciso di alzare il livello di selezione degli scritti destinati a Inciquid. Come vi sarete accorti, questa scelta ha determinato un rallentamento nel ritmo di uscita della rivista. D’altra parte, gli scritti che adesso vi presentiamo sono scelti con particolare cura tra un numero molto ampio di manoscritti: tre racconti e due incipit di romanzi che, ciascuno a suo modo, ci sono piaciuti, ci hanno colpito, ci sono sembrati interessanti. Insomma, che abbiamo desiderato condividere con voi. Siamo contenti di pubblicarli in un numero per noi particolarmente simbolico.
Concediamoci di dire che abbiamo altri motivi di soddisfazione: grazie anche all’aiuto dei nostri preziosi lettori esterni, abbiamo completamente recuperato l’arretrato nelle letture. Ci è voluto quasi un anno, ma ci siamo riusciti.
Sembra incredibile, adesso, aver passato momenti in cui si era accumulato un ritardo di circa tre anni. Sì, ci sono stati momenti in cui abbiamo pensato che recuperare fosse ormai diventato impossibile, e invece! Adesso, chi ci manda il proprio manoscritto può contare che l’attesa non superi il mese o due. Alla soddisfazione per essere riusciti a rimontare una situazione così difficile, si aggiunge la consapevolezza che le opinioni che diamo agli autori riescono a raggiungerli in tempi per loro molto più utili. Grazie a tutti coloro che ci hanno aiutati nell’impresa, e grazie a voi che ci mandate i vostri scritti e che ci leggete per la pazienza con cui ci avete aspettato.

Approfittando di questo stato di maggiore tranquillità, stiamo continuando la discussione interna su come rendere più efficiente la struttura del gruppo, soprattutto sul fronte dell’attività esterna. Vi anticipiamo quindi che nel prossimo futuro intendiamo incrementare la nostra biblioteca copyleft, non restringendola più ai manoscritti pubblicati in contemporanea su carta da editori amici, ma estendendola a opere sulle quali ci accorderemo via via con gli autori che ci sono piaciuti. Ne avete trovato un esempio recentemente, con la pubblicazione sul nostro sito del libro di Flaminia Cardini “In piena luce”. Un romanzo che secondo noi, e secondo l’autrice che lo ha concesso, non era giusto lasciare inedito, sebbene non abbia ancora trovato la via della carta. Siamo convinti d’altra parte che l’inevitabile diffusione della lettura su supporti elettronici stia per modificare profondamente e in un futuro molto prossimo il modo di fruizione delle opere scritte. Nel giro di pochi anni, noi crediamo, la carta potrebbe non essere più il supporto di lettura maggiormente diffuso. Una transizione di questo genere ci troverà molto favorevoli: da un lato renderà più facile la diffusione delle opere concesse in copyleft, o i cui diritti d’autore siano scaduti, in piena linea con i nostri ideali di libera diffusione della cultura. Dall’altro lato, ridurrà drasticamente l’impiego di carta (sperando che nel frattempo siano state attivate politiche efficienti di raccolta e riciclaggio dei materiali elettronici…!) La nostra biblioteca copyleft è qui, pronta per i tempi nuovi!



Buona lettura.

iQuindici

www.iQuindici.org

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I RACCONTI


La creta, nelle giuste mani, riesce a modellare ogni forma del mondo, sogni compresi, di cui, per ragioni di natura psicanalitica troppo lunghe da spiegare, si dice che nessuna radice sicura possa essere colta. A meno che non s’indossi una maschera. Lo stesso vale anche per le cose materiali, quelle che ci circondano e quelle che, di riffa e di raffa, resteranno dopo di noi. Per la psicanalisi non è il gesto che conta, ma l’ombra di quel gesto: così, paradossalmente, la copia del modello reale potrebbe svelare ben più profonde verità. Con buona pace del sommo Platone e della sua caverna.
[...]


“Esercizi di ribellione” è una raccolta di dieci storie ognuna delle quali racconta un suo mondo fatto di illusioni e delusioni cocenti tra inganni e speranze. Ciascuna parla al cuore e all’anima in un clima fantastico e magico di episodi inquadrati nella realtà. Tante piccole favole con una loro morale.
L’esercizio numero 5, “Mutevole la creta del vivere”, è stato prescelto per la particolare atmosfera che crea e per il messaggio che riesce a trasmettere. “La creta, nelle giuste mani, riesce a modellare ogni forma del mondo, sogni compresi, di cui, per ragioni di natura psicanalitica troppo lunghe da spiegare, si dice che nessuna radice sicura possa essere colta” è l’incipit che racchiude in sé il senso di questa storia. Dunque Fernando, il vasaio, con le sue mani riesce a tramutare l’infelicità nei cuori delle persone in un sorriso mediante una maschera da indossare durante il plenilunio. Per lui non c’è bisogno di nessuna maschera della piccola felicità, perché è felice di donare agli altri qualcosa di suo.


“Ma ti piace il lavoro che lavoro fai?”
Quando la bella donna che avevo di fronte me l’ha chiesto, con un sorriso nervoso, io non ho voluto risponderle. Ho sviato il discorso e la sua domanda è rimasta come sospesa nell’aria.
Rispondo adesso, dalla mia postazione: il mio è un lavoro di precisione chirurgica abbinata a tempismo. Anche perché se non stai nei tempi va tutto a farsi benedire. E fioccano moccoli, mica litanie dei preti. E bisogna essere pazzi per amare un lavoro così, che tuttavia ha i suoi lati positivi. Il bello della mia professione, per capirci, è lo spirito di squadra che obbliga, secondo quanto prescritto nei dettagli dal mansionario, a fare gruppo rispettando il protocollo. Il bello?
[...]


Di Carlo De Angeli, cremonese, abbiamo letto Vite in catena. Si tratta di un insieme di storie che egli chiama ‘monologhi’ – ma il termine non va inteso in senso strettamente teatrale. Abbiamo scelto, da pubblicare, il testo che dà il titolo alla raccolta. Le vite sono in catena perché sono quella di un operaio della fiat in catena di montaggio, uno strano tipo di lombardo emigrato al Sud, e quelle che con la sua si intrecciano: suo fratello, i suoi colleghi, una misteriosa ragazza, gli scolari dell’oratorio a cui dà ripetizioni di matematica (perché, un operaio non può conoscere la matematica?). Ma è anche una vite che sta in catena, come quelle che nelle sue otto ore di lavoro applica ripetutamente, con gesto meccanico, nel fissare il sedile anteriore sinistro di innumerevoli Fiat Punto, e che danno il tempo ai suoi pensieri. Quello che leggiamo, in realtà, sono le sue riflessioni durante il lavoro, un lavoro che gli permette di estraniarsi e di ripensare ad episodi vicini e lontani, ma che entra in queste riflessioni, con la sua materialità, i dialoghi reali o mancati coi compagni vicini, il ritmo delle macchine.
E poi, la catena potrebbe essere quella della bicicletta di Marco Pantani, il suo idolo, che la bicicletta si divertiva a smontare e rimontare maniacalmente, per ottenere il massimo della scorrevolezza, come questi episodi di vita che il protagonista smonta e rimonta a costruire un meccanismo il più possibile lubrificato, e tuttavia perennemente insoddisfacente, triste, faticoso.
Prima dicevo che non è teatrale, il testo. Tecnicamente è così. Provate però a gustarlo ad alta voce, anche leggendovelo da soli. Il ritmo lo merita: è lento, ma trascinante. Lasciatevi trasportare. Non saltate le parole, anche se pesanti. A ogni frase, respirate profondamente. Vedrete.


C’erano dei bambini che giocavano a carte. Sembravano vecchi: come sedevano, come tiravano giù le carte – anche quei due che guardavano senza giocare. Guardavano fissi sul gioco, uno masticava la gomma e sembrava che in bocca avesse una dentiera.
I bambini sono davanti a un negozio di alimentari, la serranda è alzata per metà. È agosto e sono le tre di pomeriggio. È l’estate più fredda degli ultimi anni. Uno di loro deve essere il figlio del proprietario, forse dentro a sistemare, a fare l’inventario o chissà cosa. Me li sono immaginati poveri, ma dai loro abiti mi rendo conto che non lo sono.
[...]


Una prosa scarna e asciutta ci conduce nell'atmosfera oppressiva di una Roma d'agosto, fatta di nulla, di incontri e di pensieri.
Il protagonista-voce narrante vive come prigioniero di una disciplina auto-imposta, incapace di spezzare l'orizzonte piatto della sua giornata. Siamo immersi in una vita che si è quasi dimenticata di come essere vissuta.
Poi una notizia, sentita per caso, ripetuta piu' volte e in forme differenti, da' l'avvio ad un processo lento di risveglio. Notizia quasi atipica, quasi d'altri tempi, irreale nella sua crudezza: un uomo caduto nella gabbia delle iene, allo zoo, è stato sbranato.
Passo dopo passo, con una cadenza ossessiva in cui stile e contenuto sembrano aggrapparsi l'uno all'altro alla ricerca di un'uscita, si dipana una vicenda inquietante d'ordiaria inquietudine esistenziale.
L'autore parla, racconta, riflette, annoia, talvolta, per poi riavvivare, delinea squarci interiori e sprigiona echi. Una lettura affascinante capace di suscitare scintille di riflessione.

I ROMANZI


Un demone ci concede di vedere tra le fessure del mondo,
e ci conduce in sogno dietro la sua variopinta scena.

FRANZ MARC, Aforismi.

10 settembre. Morgenstimmung

Claus: la voce è dolce da non credere. Svegliati, Claus. Il tempo è perfetto. La colazione è in tavola. Poi sarà tempo di andare. Sono così contenta per te.
[...]


Una Udine silenziosa e geometrica, che sembra essere stata edificata da un dio bizzarro su reticoli di malessere e solitudine. Un senso d’irrequietezza che attraversa come un respiro tutti i personaggi, ognuno a suo modo alla ricerca di un rapporto d’empatia con se stesso e con gli altri. Un grande studio di progettazione che gravita attorno ad una presenza glaciale, mefistofelica, alla quale solo il protagonista sarà in grado di avvicinarsi.
“Claus” (nel titolo già il senso di claustofobia che l’intera vicenda finisce per emanare) ha suscitato pareri differenti (e discordanti) in seno a iQuindici, ma mantiene in sé due delle caratteristiche fondanti nei nostri criteri di scelta: un senso di rigore ed esattezza interni, e la capacità di rappresentare uno sguardo sulle cose, un frammento unico e imperfetto del, e sul tutto.
Ci è sembrato così che i suoi limiti fossero anche ragione sufficiente alla sua pubblicazione. Ne fuoriesce un mondo diafano, perso in distanze ottenebranti, in cui la proporzione tra soggetto e oggetto sembra perdersi, ed emerge un senso d’anoressia emotiva desiderosa di riempirsi,ma incapace di trovare nulla al di fuori di se stessa.
Non è il bisogno d’ordine quello in cui finiamo per perderci, verrebbe qui da dire, ma la nostra incapacità di riconoscerci al suo interno.


Non sempre i lunedì andrebbero iniziati.

"errore di lettura. carta non valida, o carta non inserita. inserire una carta valida".
L'intelligenza a bordo dei lettori automatici è quasi sempre sorprendente. Il softwarista che ha programmato la gestione degli errori non è certo tipo che si preoccupi di fare valutazioni approssimative: me lo immagino ai fornelli con la moglie che gli chiede quanto ci vuole ancora per la pasta, e lui risponde "spaghetti non pronti, o spaghetti non presenti". Lei la prenderebbe bene
[...]


C’è un ingegnere informatico con una fidanzata, macchinette aziendali per dei caffè che stanno al caffè come la Prinz sta alla BMW e c’è uno a cui la testa è scoppiata. Nel senso che è proprio esplosa in mille pezzi.
Inizia così una rocambolesca ricognizione dei fatti dove personaggi che fumano Alfa senza filtro e indossano Rayban Aviator specchiati con il parasudore non sono solo cultori di un modo di essere, vestire e pensare esauritosi con la fine degli anni ’70.
Enrico Panzi ci catapulta in un’atmosfera iperreale, emozionante e generosa fino alla fine.
Romanzo che si arrovella intorno alle malefatte del “Potere”, in parallelo ad una narrazione che non si riesce ad abbandonare, tra personaggi e rievocazioni irresistibili, fino a un epilogo folgorante.
“Forse è già mattino e non lo so” si legge tutto d’un fiato, e, arrivati alla fine ci si sente di nuovo orfani di un sogno.



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