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Recensione di "Città perfetta" su Repubblica del 29/9/05
Un'altra bella recensione di Loredana Lipperini!

Circola una certa nostalgia di giovinezza: à la page e prevedibilmente incarognita come nell’ultimo Houellebecq (La possibilità di un’isola), più ingenua ma anche più sorprendente come in Città perfetta, che è il romanzo di esordio del messinese Guglielmo Pispisa (Einaudi Stile Libero, pagg.380, euro 15,50).
La sorpresa sta nei trentaquattro anni di Pispisa. Nulla di strano, insomma, che il feroce rimpianto nei confronti del “sale della terra” rappresentato dai giovani venga da uno scrittore di mezza età come Houellebecq: apparentemente singolare che a raccontare la siderale lontananza dai corpi e dai desideri alieni dei ventenni sia un fratello maggiore, quanto mai lucido nell’osservare e narrare i propri coetanei. Ma attenzione: se qualcuno, al sospetto dell’ennesimo romanzo generazionale, si facesse venir voglia di chiudere il libro, o di non aprirlo affatto, perderebbe una bella occasione.

Intanto, quella di mancare le parole finali: “Eccoci qui, alla fine. Lontani i tempi dell’autolesionismo, siamo rientrati anche noi nella generazione del bungee-jumping: vogliamo giocare senza rischiare, cadere senza farsi male. Siamo diventati quelli del sex no drugs &rock and roll. Spariamo a salve e scopiamo ricoperti di gomma. Usiamo la verità solo nascondendola nell’ironia.
Abbiamo eletto il revival a filosofia di vita, rievochiamo gli anni Settanta coi pantaloni a zampa e il nero agli occhi, ma sostituendo la realtà virtuale all’LSD. E poi gli anni Ottanta e poi i Novanta, e poi ricominciamo ancora. Non corriamo il pericolo di avere idee originali. Pretendiamo di mangiare genuini cibi campagnoli acquistandoli al supermercato. Siamo carini, abbiamo un lavoro e una ragazza, forse domani un figlio, e allora? Che c’è di male nel fatto che nessuno ci può trovare qualcosa di male?”
Perfettibilità da esordio a parte, va detto che Pispisa è in grado di raccontare mondi uscendo dal soggettivismo. Non a caso, è il secondo scrittore che approda ad un grande editore su segnalazione dei Quindici, realtà anomala e assai bella delle patrie lettere: i Quindici, per chi lo ignorasse, sono “lettori pubblici” che da tre anni a questa parte, con il supporto del collettivo Wu Ming, ricevono, visionano e commentano (gratuitamente) i manoscritti di esordienti. Funzionano come un laboratorio, ma fanno qualcosa di più: ogni testo viene affidato a due lettori, i quali spiegano all’autore cosa funziona e cosa no. Infine, se il testo piace, viene letto dagli altri membri del gruppo. E se i pareri positivi crescono, il manoscritto viene pubblicato sulla rivista Inciquid ed eventualmente spinto presso gli editori. Prima di Pispisa, Einaudi aveva accolto Girolamo De Michele, con Tre uomini paradossali e, recentemente, con l’assai notevole Scirocco.
E c’è qualcosa in comune fra i due pur diversissimi scrittori. Perché entrambi hanno l’ambizione di non limitarsi a delineare uno scenario per innestarvi fragilità autobiografiche: Scirocco è l’ immaginaria ricostruzione delle notti lontane e vicine della Repubblica italiana con relative trame e infamie. Città perfetta è la storia, virata appena in fantascienza, di illusioni e sfracelli new economy, di come poteri antichi utilizzino nuove ribellioni e di come recenti antagonismi agiscano, spesso, con i metodi che un tempo furono propri del potere. Come dice un personaggio che potrebbe essere sommariamente definito ecoterrorista, la piazza è morta: “ora ci siamo noi, che abbiamo imparato la doppiezza e il cinismo dai nostri padri e i valori immortali dai nostri nonni; non abbiamo l’ambizione di cambiare tutto, vogliamo solo rompere qualche uovo nel paniere”. Su questo sfondo agisce un gruppo di trentenni mal messi con la propria esistenza: almeno finché non vengono chiamati a far parte di una piccola società che progetta videogiochi. Nonché, per passare il tempo e gabbare i sociologi, dà vita ad un guru virtuale, Daryl Domino: il quale si materializza nelle trasmissioni televisive di maggior ascolto con la sua chitarra e con sermoni vagamente celentaneschi e di grandissimo impatto presso stuoli di giovani fan. Avviene che l’immancabile e spietata multinazionale di turno acquisisca la piccola società per utilizzare il cyberprofeta: scopo, promuovere la Città Perfetta, mondo ideale e spaventoso come la Stepford cinematografica (e, prima, immaginata nel romanzo di Ira Levin) dove Nicole Kidman diventava una impeccabile casalinga robot. Avviene che i piani del perfido supermanager vengano mandati all’aria almeno per metà: perché infine la multinazionale si riserverà il controllo sul gruppo di rassegnati rivoltosi. Amaro, amarissimo esordio: e interessante.



Pubblicata da giovedì 29 settembre 2005   |   Commenti disattivati   |   invia a un amico formato stampabile


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